UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Profilo biografico di Edith Stein

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9 Dicembre 1999

La Chiesa ha beatificato Edith Stein come martire. Infatti Edith si è "offerta come vittima espiatrice per impetrare la vera pace", consapevole che "la sofferenza riparatrice, accettata volontariamente, è ciò che in realtà più profondamente unisce al Signore ". Ha cominciato a vivere la sua vocazione espiatrice il venerdì santo del 1933, in seguito a una grazia interiore, e l'ha sigillata nelle camere a gas di Auschwitz, nella partecipazione alla morte di Cristo in croce, rivivendola alla luce della grande figura della spiritualità ebraica, quella del Giusto sofferente. Ma senza essersi prima inoltrata nei meandri dell'arduo cammino della perfezione cristiana, senza una vita virtuosa e santa, senza aver sublimato le sue scelte nella conquista interiore che ha impegnato al massimo anche la sua intelligenza - e se ne fa eco l'integrazione fra scritti e azioni -, la Stein non sarebbe riuscita ad andare incontro alla croce con tanto amore e forza eroica.
Edith Stein nacque il 12 ottobre 1891 a Breslavia in una famiglia ebraica, ultima di sette fratelli. Era il giorno del Kippur, giorno della "grande espiazione", giorno che la pia madre di solito passava interamente alla sinagoga. Terminata la scuola, il liceo femminile, Edith studia filosofia, prima nella città natale, poi spostandosi a Gottinga per seguire Edmund Husserl, genio filosofico del suo tempo. Edith apparterrà alla cerchia dei suoi allievi prediletti. A Gottinga, la studentessa Stein non s'interessa più di religione. Dell'ebraismo praticato nell'infanzia le rimane soltanto l'impronta morale. Ha bisogno di riscoprire le dimensioni del mondo religioso, d'incontrarsi con il cristianesimo protestante e cattolico, e in ciò è aiutata a fare i primi passi dallo studio della fenomenologia, in quanto le apre il mondo dello spirito. Decisiva sarà la lettura dell'autobiografia della grande mistica di Avila, santa Teresa di Gesù. In una notte del giugno 1921 giunge a una profonda intuizione di Dio-verità. Dopo lungh
e ricerche "notturne", tutto diventa luce in lei: riceve il battesimo il l° gennaio 1922 e comprende di essere chiamata al Carmelo. Ma prima di poter entrare al Carmelo di Colonia passano dodici anni di attesa e di maturazione interiore, anni dedicati all'insegnamento, alla formazione di giovani donne cattoliche, a viaggi per conferenze su temi pedagogici. E forse non sarebbe riuscita a farsi religiosa, se la situazione politica in Germania con le sue forti misure antisemitiche non le avesse resa impossibile la continuazione del suo insegnamento in scuole superiori o istituti universitari tedeschi. L'ultima opposizione da vincere fu quella della famiglia, che non comprese la sua scelta claustrale. Ma Edith procede con sicurezza nel rispondere alla chiamata divina. E decisa nella scelta, espressa nel "nome nuovo" e programmatico, che tende a una meta ben chiara: la croce di Cristo. E ben presto suor Teresa Benedetta della Croce sente gravare la croce sulle sue spalle. Dopo la scoperta della sua origine ebraica non c'è più sicurezza per lei al Carmelo di Colonia. Nella notte di capodanno 1939 ripara in Olanda, al Carmelo di Echt, una cittadina tranquilla, quasi dimenticata dalla storia del mondo. Eppure qualcosa le fa presagire che non sfuggirà al destino del suo popolo. Dietro ordine dei superiori chiede di trasferirsi in un Carmelo svizzero (Le Paquier), vicino a Friburgo, e, temendo di non ricevere il permesso, fa la stessa richiesta alle autorità spagnole. Il 2 agosto 1942, mentre scrive il libro sulla dottrina di san Giovanni della Croce, la Gestapo l'arresta insieme a sua sorella Rosa, anch'essa convertita, venuta a Echt. Deve uscire dal monastero e seguire i due ufficiali che la conducono al campo di smistamento di Westerbork, da dove può inviare ancora un paio di messaggi al Carmelo. L'ultimo biglietto è del 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore. Poi, con il convoglio che le porta ad Auschwitz, le sorelle Stein entrano nell'ombra della morte. L' olocausto di Edith si consuma il 9 agosto 1942.
Si distinguono tre tappe nella vita di Edith. La prima abbraccia l'infanzia, l'adolescenza, lo studio e il lavoro filosofico come assistente di Husserl. Trent'anni importanti per la sua formazione intellettuale e per il suo sviluppo umano e religioso. La seconda tappa, che ha inizio dopo la sua conversione, racchiude dodici anni di grande fervore spirituale, di piena consapevolezza del suo compito di educatrice e insegnante cristiana, di ricerca filosofica e di attività pubblica come conferenziera. L'ultima tappa riguarda la sua vita carmelitana, un periodo di sofferenze, di riflessione per superare difficoltà e tensioni, ma anche un tempo di espansione verso una meta ancora da raggiungere nella sua pienezza su un cammino arduo, incerto, dove la croce di Cristo si profila sempre più nettamente. Queste tre tappe sono legate in lei da un grande desiderio di totalità, da un'appassionata esigenza di assoluto, da una costante ricerca della verità - di Dio -, orientata dalla stessa essenza delle cose.
Giovanni Paolo II, in vista del Giubileo, tempo di riconciliazione, l'ha recentemente proclamata compatrona d'Europa e l'ha indicata come figura di riferimento a motivo della sua vicenda che, nel martirio dell'olocausto, la porta ad essere ponte tra ebraismo e cristianesimo, emblema di una vita offerta per la riconciliazione che Cristo ha operato facendo "dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia… facendo la pace" (Ef 2,14-15). Edith Stein, ebrea convertita al cristianesimo, ha vissuto in pienezza la riconciliazione di Cristo offrendosi per la pace del suo popolo, che quello ebraico, quello cristiano e l'umanità tutta, compresi i suoi carnefici, come il suo Signore, testimoniando con Lui, attraverso la croce, la via della pace, quella di Dio. E dunque doveroso guardare più da vicino l'ultimo periodo della sua esistenza terrena.

L'olocausto
Dal gennaio 1 942 Edith si rende conto che la sua presenza al Carmelo di Echt può avere spiacevoli conseguenze per la comunità. L'Olanda è occupata dalla Germania e con una sottilissima rete si moltiplicano i centri delle SS. Sia Edith che Rosa vengono chiamate a Maastricht e devono fornire informazioni sul loro conto, anche se non si esige da loro di portare la stella gialla sul vestito, segno di essere ebrei. Suor Teresa Benedetta cerca con ogni mezzo di ottenere un visto per la Svizzera per riparare al Carmelo di Le Paquier. Riceve anche risposta affermativa. Ma a Le Paquier non hanno una stanzetta libera per accogliere Rosa. Occorre dunque trovare un alloggio per la sorella. Questo fatto manda all'aria tutti i piani. Molte persone che hanno letto la vita di Edith Stein, hanno chiesto perché le due sorelle non sono partite. In Svizzera si sarebbe certamente trovato un posto per Rosa. Ma si avvicinava infatti l'ora dell'effettivo sacrificio. La causa immediata per far esplodere l'odio e il piano di sterminio degli ebrei olandesi fu una lettera pastorale dell'arcivescovo Jong di Utrecht. Per qualche tempo le SS avevano sperato che da parte della Chiesa olandese non ci sarebbe stata alcuna resistenza all'antisemitismo del regime, se si fossero lasciati in pace gli ebrei battezzati. Ma ciò non si avverò. La Chiesa cattolica e le Chiese luterana e riformata alzarono delle proteste. Cresciuto democraticamente, il clero olandese volle impegnarsi per la giustizia con mezzi democratici, cioè pubblicamente. Nonostante le minacce dei nazionalsocialisti tedeschi, l'arcivescovo decide di scrivere una lettera pastorale che verrà letta il 26 luglio in tutte le chiese di Olanda. Il testo prende lo spunto dalle parole profetiche di Gesù sulla distruzione di Gerusalemme (Mt 23,34-39). "Su coloro che avevano "ucciso" i profeti, che li avevano "flagellati nelle sinagoghe e perseguitati di città in città", verrà il giudizio di Dio. Ma il giudizio cadrà anche su di noi, i fedeli, se non si pro testa alla deportazione di concittadini che sono ebrei, ma che hanno gli stessi diritti di tutti noi". Le SS non fanno attendere la loro risposta. Ciò che avevano in programma per l'inverno, viene eseguito subito. Si arrestano gli ebrei battezzati, soprattutto sacerdoti e religiose, per deportarli nei campi di concentramento. Tra loro si trovano anche Edith e Rosa. Il 2 agosto 1942 due SS arrivano al monastero di Echt. Suor Teresa Benedetta è costretta a lasciare la casa entro cinque minuti. Non perde la calma: "In eroico abbandono alla volontà di Dio andava incontro alle estreme sofferenze che stavano per sommergerla come un'onda violenta". Alla porta la attende Rosa. Suor Teresa Benedetta prende la sua mano: "Vieni, andiamo per il nostro popolo". "Fuori, sulla strada, attendeva un carro d'assalto sul quale erano già raccolte altre vittime. Le due sorelle vennero costrette a entrarvi".
Con le altre religiose - erano sette che formavano un gruppo a sé - Edith e Rosa passano la giornata del 3 agosto tra incertezze, appelli, angosce e speranze. Dicono insieme l'ufficio divino e il rosario. Tutti considerano spontaneamente "Edith come superiora". Nella notte dal 3 al 4 agosto avviene la partenza per il lager di Westerbork, dove, appena arrivati, "s'iniziavano le manovre più penose che possono capitare nella vita: la registrazione dei prigionieri, mentre ciascuno tiene in mano un cartello con il suo numero. Fu in questa occasione che uno degli agenti chiese anche a Edith a quale confessione religiosa appartenesse. Alla fiera risposta di lei: "Sono cattolica", l'ufficiale arrabbiato replicò: "Niente affatto. Tu sei una maledetta ebrea"". "Dopo la registrazione venivano divisi gli uomini dalle donne, i mariti dalle mogli, le madri dai propri figli, con interdizione di qualsiasi comunicazione. Fu questo il momento in cui Edith si trasformò in vero "angelo di pace". Consolava le "donne che piangevano o erano in preda alla disperazione". Si occupava con i bambini, "giocand o e scherzando con loro", cercando di portare a tutti un po' di serenità". Non pensava alla propria sofferenza. Il giorno 5 agosto gli agenti delle SS permettono ai prigionieri di dare qualche comunicazione ai propri familiari. Edith ne approfitta per telegrafare al Carmelo di Echt. Aveva bisogno di alcune cose per lei e per Rosa. Due uomini di Echt si dichiarano pronti a portare il pacco al lager, dove giungono il 6 agosto. Ricevono il permesso di consegnarlo personalmente. Profondamente impressionati dall'incontro con Edith e Rosa, uno dei due farà più tardi una lunga relazione scritta. Edith gli aveva raccontato le sofferenze dei prigionieri, i maltrattamenti con mazzate di fucile, tacendo le proprie. "Parlava con voce calma e sommessa. I suoi occhi irradiavano il misterioso splendore della santità. (...) La sua profonda fede creava intorno a lei un'atmosfera celeste. Quando mi mostrai dolorosamente partecipe della sua sorte, la coraggiosa sorella mi disse: "Qualunque cosa avverrà, io sono preparata. Gesù è anche qui con noi". Si sentiva sicura nelle mani di Dio". Nella notte dal 6 al 7 agosto si procede a un nuovo penoso appello. Vengono elencati i prigionieri destinati per la partenza ad Auschwitz. Edith, e forse tutti i prigionieri, fin dal 6 agosto erano a conoscenza del trasporto previsto per il giorno 7 agosto. Nel suo ultimo biglietto al Carmelo di Echt lo dice: "Domani all'alba parte un trasporto (Slesia o Cecoslovacchia?)". Edith, di fronte alla deportazione e alla morte, non si dispera, ma accetta il proprio destino e lo vive sino in fondo rinnovando la sua offerta di vittima d'espiazione per il suo popolo ebreo. All'inizio della sua vita carmelitana aveva scritto: "Il Salvatore non è solo sulla croce. (...) Ogni uomo che nella successione dei tempi sopportò con pazienza un destino duro pensando alle sofferenze del Salvatore o che prese su di sé volontariamente una vocazione espiatrice, ha contribuito con ciò ad alleggerire il carico enorm e dei pecc ati dell'umanità e ha aiutato il Signore a portare il suo peso. Ancora di più, Cristo, il capo, compie l'opera redentrice in quelle membra del suo corpo mistico, che si uniscono a lui in anima e corpo per la sua opera di salvezza. (...) La sofferenza riparatrice, accettata volontariamente, è ciò che in realtà più profondamente unisce al Signore". In questa consapevolezza Edith Stein porta coraggiosamente, in pieno abbandono alla volontà di Dio, la croce di Cristo - la sua croce - fino all'ultimo respiro. Del lungo viaggio abbiamo due testimonianze. Alla stazione di Schifferstadt una persona si sentì chiamare dal treno e vide al finestrino suor Teresa Benedetta che disse: "Saluti le suore di Santa Maddalena: sono in viaggio per l'oriente". L'altra testimonianza riguarda un biglietto ricevuto da una religiosa di Friburgo: "Saluti dal viaggio per la Polonia. Suor Teresa Benedetta". Il treno giunge ad Auschwitz, probabilmente, la mattina del 9 agosto. La selezione è fatta subito: gli uomini e le donne al di sotto dei cinquant'anni vengono destinati ai lavori forzati a Birkenau, gli altri alle camere a gas. Edith aveva 51 anni, Rosa 59. Non ci sono dubbi che le sorelle Stein dovevano incamminarsi verso la "distruzione" dei "maledetti ebrei" nel sotterraneo della "casa bianca" di Auschwitz, spasimando sotto il terribile tossico, provando l'estrema amarezza della morte. Ma, diceva Edith Stein nel suo libro "Scientia Crucis" che rende ragione dello spirito con cui lei ha affrontato il martirio, dopo la morte viene la risurrezione. "La croce non è fine a se stessa". E simbolo della risurrezione, "simbolo trionfale con cui Cristo batte alla porta del cielo e la spalanca". A questa croce Edith si è aggrappata al momento dell'olocausto offerto per il suo popolo e per la Chiesa.

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