UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Pace nella giustizia

Schede in preparazione del Giubileo
18 Marzo 1999

è fatto povero'. La scelta degli ultimi esige alla lunga un grande coraggio. Il coraggio di collaborare con le istituzioni pubbliche e con i servizi sociali, stimolarli alla tenacia, e precederli sulla battuta intuendo risposte nuove a nuovi bisogni. Il coraggio di quella violenza ermeneutica della Parola di Dio, che senza darci le smanie del guerriero, ci abilita a non aver paura dei potenti della terra. Il coraggio di creare continuamente spine nel fianco della buona coscienza pubblica, rivelando con caparbietà i bisogni scoperti e quelli emergenti. E' la Madonna, povera di Javhè, che ha cantato il riscatto degli umili, a poterci dare la forza di confidare negli ultimi. (don Tonino Bello)
PER LA NOSTRA PREGHIERA Cristo non ha più mai, ha soltanto le nostre mani per fare oggi le sue opere. Cristo non ha più piedi, ha soltanto nostri piedi per andare oggi agli uomini. Cristo non ha più voce ha soltanto la nostra voce per parlare oggi di sé. Cristo non ha più forze ha soltanto le nostre forze per guidare gli uomini a sé. Cristo non ha più vangeli che essi leggano ancora, ma ciò che facciamo in parole e in opere è l'evangelo che lo Spirito sta scrivendo.
(Anonimo fiammingo del XV secolo)IL LIBRO DELLA BIBBIA "Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore. Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?" (Lc 6, 43-46)
PER COMPRENDERE IL TESTO - "Ogni albero si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine…" Con questa parole Gesù intende offrirci dei criteri per valutare e leggere la nostra esperienza di fede: se non si tramuta in scelte e fatti di vita significa che non abbiamo veramente incontrato il Signore.
- Il nostro Dio, il Dio di Gesù Cristo, è sì un Dio paziente, ma anche esigente: egli aspetta da noi i frutti di una vita nuova. Così, chi ha incontrato l'amore misericordioso di Dio che si china sulla sofferenza umana, non può a sua volta non ardere dello stesso fuoco, non vibrare per ogni sofferenza, non lasciarsi coinvolgere fino al dono totale di sé. "Vi ho costituti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga" (Gv 15,16). "Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).
- "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5, 3-10). Ecco i frutti che il Signore si attende e che desidera che seminiamo con generosità nel nostro cammino.
IL LIBRO DELLA VITA - Quali segni di autentica conversione desideriamo porre quale frutto di questo anno giubilare, sia a livello personale che comunitario?
- Sentiamo che l'impegno per la pace e la giustizia è parte integrante della nostra vocazione cristiana?
- Cosa possiamo fare perché quest'anno non diventi un anno puramente celebrativo ma cambi profondamente la nostra vita e quella della comunità, a partire da una rinnovata solidarietà con i poveri?
PER CONTINUARE LA RICERCA "Stare con gli ultimi significa, prima di tutto, prendere coscienza che i poveri esistono ancora e sono più numerosi di quel che si pensa. Significa lasciarsi coinvolgere dalla loro vita. Prendere la polvere sollevata dai loro passi. Guardare le cose dallo loro parte. Significa "mettersi in corpo l'occhio del povero". Se ci si fa ultimi è solo per 'smania' di comunione, non per smania di evidenza. Farsi ultimi è una vocazione che comporta rinunce. Non è un espediente per stare sulla cresta dell'onda. Stare con gli ultimi significa, ancora, condividere la loro povertà. Aiutarli a crescere, rendendoli protagonisti del loro riscatto, non terminali delle nostre esuberanze caritative o destinatari inerti delle nostre strutture assistenziali. Farsi ultimi significa, soprattutto, conoscere i meccanismi perversi che generano sofferenza. Quando l'analisi puntigliosa avrà messo a nudo le cause della povertà, bisogna avere la capacità di lottare su due fronti: sulle radici del male sociale per rimuoverle, e sui frutti amari dell'ingiustizia, per aiutare di volta involta le vittime che sono costrette a nutrirsene. Occorre anche riscoprire la lettura dei grandi testi biblici che parlano della liberazione dei poveri: dall'Esodo ai Profeti, soprattutto certi profeti minori, nelle cui righe vibra tutta la passione di Dio che non ha mai perso la sua fiducia nei poveri, e non li ha mai trattati come un popolo di straccioni, ma li ha sempre amati 'con viscere di misericordia, fino a quando Lui, 'da ricco che era, si

<