UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Il cristiano e la sfida della globalizzazione – parte prima

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31 Dicembre 1998

rose, per lo meno a lungo termine. Esso tende ad omologare, in generale in senso materialistico, le culture e le tradizioni vive dei popoli; sradica i valori etici e culturali fondamentali e comuni; rischia di creare un grande vuoto di valori umani, "un vuoto antropologico", senza considerare che ciò compromette in modo pericolo l'equilibrio ecologico. Allora non temere un'esplosione di comportamenti devianti e violenti, che genererebbero forti tensioni nel corpo sociale. La libertà stessa verrebbe minacciata, e anche il mercato che aveva tratto profitto dell'essenza di ostacoli" (n. 5). Il Papa conclude: "Tutto sommato, la realtà della 'globalizzazione' considerata in modo equilibrato nelle sue potenzialità positive, così come nei suoi aspetti preoccupanti, invita a non rinviare un'armonizzazione tra le esigenze dell'economia e le esigenze dell'etica" (n.5). Per esigenze di elaborazione telematica il testo segue in un'altra pagina (parte secondaS. E. Card. Dionigi Tettamanzi - Arcivescovo di Genova Brescia, 7 settembre 1998 In preparazione alla visita di S.S. Giovanni Paolo II
1. Non c'è dubbio che ai tempi del Ven. Giuseppe Tovini, la globalizzazione, così come si pone e si configura oggi, non esisteva. Questo però non ci proibisce di porre una domanda: quale sarebbe stata la 'reazione', ossia l'atteggiamento interiore, l'animus profondo del Tovini di fronte al nostro argomento? Per quanto conosco della sua vita, mi pare di poter rispondere: quella del Tovini sarebbe stata una reazione di naturalezza, di apertura, in un certo senso di simpatia. Egli avrebbe sentito questo argomento come del tutto coerente con la sua identità di laico e con la sua vocazione cristiana nel mondo: un'identità e una vocazione da lui percepita con singolare lucidità e vissuta con grande vigore e determinazione. Laico è il cristiano inserito in tutte le realtà terrene e temporali, inserito nel senso di coinvolto e reso partecipe e questo nell'orizzonte proprio di una storia che si evolve senza sosta. In tal senso, la breve ma intensa vita del Tovini nelle seconda metà dell'ottocento è segnata da una presenza non comune in tutta una serie di opere nell'ambito sociale, economico, politico, scolastico-educativo, culturale. In particolare non si può dimenticare l'ambito specificamente finanziario, con la fondazione da parte del Tovini delle tre banche: banca di Valle Camonica, banca San Paolo, Banco Ambrosiano. Non manca chi vede in questa storia bancaria, scritta dal Tovini, quasi un compendio e un segno del cammino compiuto - per un quarto di secolo - dai cattolici italiani nel Paese (Cfr. Giacomo Scanzi, Giuseppe Tovini. Le opere e i giorni, Brescia 1998, pp. 68-69). Tovini è laico cristiano, consapevole cioè che la presenza e l'attività nel mondo sono una realtà non solo antropologica e sociologica, ma anche e specificamente teologica ed ecclesiale. Il mondo, con tutte le sue realtà terrene e temporali, è l'ambito e il mezzo della vocazione cristiana dei laici: è nella loro situazione intramondana, infatti, che Dio manifesta il suo disegno e comunica la sua particolare chiamata a "cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio" (Lumen gentium, 31). Questa ultime sono parole del Concilio Vaticano II, che leggiamo nella Costituzione Lumen gentium. Ora sarebbe interessante operare una specie di confronto tra le pagine della vita del Tovini, ossia delle sue attività e opere, e le pagine che il Concilio, nella Lumen gentium, nel decreto Apostolicam actuositatem e nella Gaudium et spes, dedica alla vocazione e missione dei laici: al di là delle differenze inevitabilmente dovute alle diverse situazioni storiche e culturali, il confronto conduce a ritrovare una grande armonia. E per quella forza "profetica" che lo Spirito di Dio assicura agli uomini santi, il Tovini può dirsi, sotto diversi aspetti, precursore della dottrina conciliare sui laici. Proprio per la coscienza nitidissima e forte dell'identità laicale e della vocazione cristiana alla santità nel mondo che il Tovini ha avuto, ritengo che la sua sarebbe stata una reazione - ripeto - di naturalezza, di apertura e di simpatia di fronte al fenomeno della globalizzazione. Precisamente in questa direzione si muove la preziosissima valutazione data dall'allora Sostituto della Segreteria di Stato, mons. Giovanni Battista Montini, nella Prefazione dell'opera di P. Antonio Cistellini, il 17 ottobre 1953: "Questa apertura universale del cristianesimo militante verso l'umanesimo nuovo sembrava allora audace e sproporzionata: oggi è programmatica; allora ed oggi dovuta a chi proprio del nome cattolico fa sua divisa. Le linee di cammino ieri segnate solcano ancora il cammino dell'odierno lavoro. Fu saggezza, fu strategia di buona battaglia l'averne, fin da quegli incerti inizi, indicate le mete: la scuola per prima, la stampa, il credito, le opre pie, le associazioni operaie e giovanili, la pubblica amministrazione, e da ultimo, sintesi allora remota, ma già individuata, la vita politica. Anche tutto questo rimane" (A. Cistellini, Giuseppe Tovini, Brescia 1954, p. V).
2. Per addentrarmi ora nell'analisi del fenomeno attuale della globalizzazione, sento forte l'esigenza di una chiarificazione: succede, infatti, che oggi tutti parlano di globalizzazione, ma forse con una varietà se non con una diversità quanto mai rilevanti di interpretazioni. In tal senso occorre l'umiltà e la saggezza di partire da una domanda elementare: che cosa è la globalizzazione? Non mi sento ingenuo nel porre questa domanda, perché, al di là dell'idea diffusa del "villaggio globale" o del trovarci, noi abitanti del mondo, tutti quanti su di una stessa barca, la risposta alla domanda si presenta assai complessa. Da quanto ho potuto rendermi conto personalmente con un'attenta lettura di alcuni testi, mi pare che a tutt'oggi sia difficilissima una vera e propria definizione, una definizione che sia uniforme. Ma parte sia difficile anche una descrizione, dal momento che non è mai esagerata la cautela di fronte a un fenomeno che "rischia di trasformarsi in uno slogan, in un mito, quasi una nuova formula o peggio ancora una nuova ideologia, per capire il nostro mondo, che purtroppo è invece sempre più complesso e non si lascia racchiudere in formule semplificanti" (G. P. Salvini, La globalizzazione: minaccia o mito?, Civiltà Cattolica I, 112). Mi è tornata di una certa utilità la distinzione che alcuni autori fanno tra internazionalizzazione, mondializzazione e globalizzazione. L'internazionalizzazione indica il carattere dei rapporti economici, politici, giuridici e cultu5rali che una comunità o uno Stato stabiliscono con altri: mercantile (di merci), produttiva (investimenti all'estero), finanziaria (movimenti di capitali), tecnologica (trasferimento di tecnologie), culturale (rapporti culturali), movimenti di persone (migrazioni). La mondializzazione indica il complesso di problemi i cui effetti si manifestano a livello mondiale e le cui soluzioni sono possibili solo a livello mondiale attraverso la creazione di organismi internazionali e la cooperazione tra Stati nazionali. Tra questi, ad esempio, i problemi ambientali, dell'acqua, del clima, dell'energia, quelle delle migrazioni, delle malattie endemiche ed epidemiche, quelli della pace e degli armamenti, quelli delle mafie. La globalizzazione sta ad indicare le nuove forme assunte nel mondo dal processo di accumulazione di capitale, in particolare in questa fine secolo dalla triade Usa, Giappone, Unione Europea per controllare mercato e risorse a disposizione e per ottenere profitti su scala mondiale. In particolare per la globalizzazione vedo indicati alcuni elementi caratteristici (Cfr. Zamagni e altri: in Salvini, art. cit. 125-127): a) la formazione di un mercato finanziario globale, nato dell'euromercato e dalla deregulation, iniziata negli anni ottanta e sempre più sviluppata. La struttura finanziaria dell'impresa ha assunto perciò un ruolo centrale rispetto a quella reale, cioè la produzione di beni e di servizi: "Se un tempo i contratti avevano la funzione di far circolare le merci, oggi servono anche per cercare prodotti finanziari" (Zamagni). b) Il potere della conoscenza delle tecnologie e l'aumento del tasso di obsolescenza delle innovazioni tecnologiche. Le innovazioni tecnologiche oggi non sono più rintracciabili necessariamente nei beni e nei servizi scambiati, ma sono incorporati nelle menti degli individui. Per trarre vantaggio, in termini tecnico-scientifici, dalla conoscenza, occorre aver già superato una determinata soglia di sapere, in modo da poter "dialogare" con essa. c) L' iperconcorrenza: è la legge della competitività portata alle estreme conseguenze, agevolata dall'attuazione delle parole d'ordine "liberalizzazione, privatizzazione e deregulation". d) Un quarto elemento, che per alcuni è quello essenziale, è la perdita di rilevanza dello Stato o del sistema nazionale inteso come punto di riferimento fondamentale. In particolare il potere delle autorità nazionali in materia monetaria, finanziaria e fiscale si è molto ridotto: "Sebbene sia erroneo dichiarare la morte del capitalismo nazionale, è corretto affermare che il capitalismo nazionale ha cessato di essere l'unica forma coerente di organizzazione del capitale... La storia del capitalismo ha cessato di essere definita da e limitata ai confini nazionali" (Gruppo di Lisbona, I limiti della competitività, 52). e) Un'ultima caratteristica, che pare però ancora molto vaga, è quella della formazione di una cultura pure globale, frutto di combinazioni diverse, in cui naturalmente il peso dei singoli apporti riflette la capacità di influenza delle varie nazioni componenti.
3. Gli elementi ora ricordati in rapidissima sintesi presentano degli aspetti tecnici, dei quali non sono affatto competente e dai quali nascono problematiche che risultano piuttosto estranee al mio mondo personale; presentano però anche degli aspetti propriamente umani, e quindi morali, sui quali - almeno come ogni altro uomo - mi sento chiamato in causa. E' i9n questo senso che desidero intervenire offrendo alcuni spunti di riflessione. La prima riflessione è la lettura della globalizzazione nella prospettiva di un segno dei tempi. Sono sollecitato a questo tipo di lettura dai giudizi così disparati, se non contraddittori, che non poche volte vengono dati alla globalizzazione: di ottimismo e di pessimismo ad oltranza. C'è chi la mitizza e chi la demonizza, che la vede come fonte di tanti beni e chi - invece - la pensa causa di tanti mali. La prospettiva dei segni dei tempi ci fa cogliere nella globalizzazione, anzitutto, un fenomeno di ampie e profonde proporzioni e caratteristico della storia di questo periodo dell'umanità. Essa è un dato, dal quale non si può prescindere. Non è un semplice dato esteriore e marginale all'uomo, perché la globalizzazione porta impresso il sigillo dell'uomo: e cioè un dato umano, in quanto vede implicato l'uomo, sia come destinatario, sia come soggetto attivo, e dunque con l'uomo nella sua libertà, il cui concreto esercizio conduce e al bene e al male. La globalizzazione si rivela così come un fenomeno ambivalente: segnato da esiti positivi e da esiti negativi. Il recente Sinodo delle Americhe - del nord, del centro e del sud - nella Proposizione n. 74 così esprime il giudizio dei Vescovi sulla globalizzazione economica: "Benchè sia vero che la crescita della globalizzazione porta con sé delle conseguenze positive come l'aumento dell'efficienza e l'incremento della produzione, che possono rafforzare il processo di unità dei popoli e rendere un miglior servizio alla famiglia umana, tuttavia, essendo retta della leggi di mercato applicate secondo i vantaggi dei potenti, ha anche altre conseguenze estremamente negative: l'attribuzione di valore assoluto all'economia, la disoccupazione, la diminuzione e il deterioramento di alcuni servizi pubblici, la distruzione dell'ambiente naturale, la crescita del divario tra ricchi e poveri, un'ingiusta competizione che colloca le nazioni povere sempre più in basso", Da parte sua il Santo Padre, nel Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace di quest'anno 1998, scrive: "I vasti mutamenti geo-politici succedutesi dopo il 1989 sono stati accompagnati da vere rivoluzioni nel campo sociale ed economico. La globalizzazione dell'economia e della finanza è ormai una realtà e sempre più chiaramente si vanno raccogliendo gli effetti dei rapidi progressi legati alle tecnologie informatiche. Siamo alle soglie di una nuova era, che porta con sé grandi speranze ed inquietanti interrogativi. Quali saranno le conseguenze dei cambiamenti in atto? Potranno tutti trarre vantaggio da un mercato globale? Avranno finalmente tutti la possibilità di godere la pace? Le relazioni tra gli Stati saranno più eque, oppure le competizioni economiche e le rivalità tra i popoli e nazioni condurranno l'umanità verso una situazione di instabilità ancora maggiore?" Gli interrogativi posti dal Papa ci introducono a cogliere un altro aspetto essenziale e decisivo dei "segni dei tempi": l'aspetto specificatamente morale. Infatti, il dato umano della globalizzazione, proprio perché "umano", si configura necessariamente anche come un compito affidato all'uomo: l'uomo deve fare opera di discernimento, ossia deve saper leggere in modo critico gli aspetti positivi e quelli negativi di fatto presenti nel fenomeno globalizzazione. Non si tratta però di una lettura critica fine a se stessa, perché il discernimento sollecita l'uomo ad essere veramente libero, ossia ad assumere le sue responsabilità per "governare" da uomo, e quindi per il vero bene dell'uomo stesso, il fenomeno globalizzazione. Emergono così, immediatamente, due precisi impegni: quello di "conoscere" il fenomeno e quello di "governarlo". Non è un discorso astratto, ma estremamente concreto: un discorso in qualche modo provocatorio di fronte all'abituale e comune ignoranza di quanto così pesantemente grava sulla vita delle persone e dei popoli e di fronte a quanti ritengono che la globalizzazione sia un fenomeno del tutto irreversibile e irresistibile. Penso che si possa opportunamente applicare al fenomeno della globalizzazione nella prospettiva di un segno dei tempi quanto scrive il Concilio nella Gaudium et spes: "Il popolo di Dio, mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle esigenze e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto illumina di una luce nuova e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo e perciò guida l'intelligenza verso soluzioni pienamente umane" (n.11). Come si vede, siamo di fronte ad un testo molto denso e stimolante. Ci basti sottolineare anche solo qualche aspetto. Il primo: il discernimento dei fenomeni storici, sociali e culturali va operato con l'intelligenza, con la ragione umana. Si apre qui lo spazio per lo studio rigorosamente scientifico come studio del tutto legittimo, anzi necessario. Ma si apre, al contempo, lo spazio per una riflessione e per una valutazione fatta con la "recta ratio", direbbero i filosofi, anzi con la "sapienza che sola può decifrare i valori e le esigenze più vere e profonde dell'uomo. Un secondo aspetto: come cristiani la lettura critica del fenomeno della globalizzazione è da operarsi con una ragione che viene illuminata da "una luce nuova" ossia la fede: in tal modo si possono scoprire "le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo". Il Concilio è di una chiarezza singolare: la fede non si contrappone affatto alla ragione umana, ma la conferma e la potenzia anche sotto il profilo specificamente umano. In tal senso il Concilio scrive che la fede "guida l'intelligenza verso soluzioni pienamente umane". In questo contesto i cristiani, anche nella lettura della globalizzazione, sono aiutati dal magistero sociale della Chiesa, un magistero - vale la pena di sottolinearlo - che deve vedere il laicato cristiano non solo come destinatario o semplice ascoltatore ed esecutore, ma anche - sia pure a certe condizioni - come attivamente partecipe, come "protagonista". Quanto Giovanni Paolo II ha detto a proposito della Rerum novarum - e cioè che Leone XIII "si ispirava all'insegnamento dei predecessori, nonché ai molti Documenti episcopali, agli studi scientifici promossi da laici, all'azione di movimenti e associazioni cattoliche ed alle concrete realizzazioni in campo sociale, che contraddistinsero la vita della Chiesa nella seconda metà del XIX secolo" (Centesimus annus, 4) - ha valore generale in rapporto alla dottrina sociale della Chiesa, caratterizzata da continuità e novità e da una stretta collab orazione tra la parola gerarchica e l'apporto laicale sia di riflessione sia di esperienza di vita.
4. La lettura razionale e di fede del fenomeno globalizzazione ne affronta, in primo luogo, l'aspetto più evidente, quello economico-finanziario. E l'affronta con un'applicazione specifica del problema generale del rapporto tra economia ed etica. Tale rapporto può esprimersi secondo un linguaggio evangelico con i seguenti termini, generalissimi sì ma tutt'altro che astratti: non è l'uomo per l'economia ma è l'economia per l'uomo. Si dà, una relativizzazione dell'economia all'uomo. Ora il concetto di relativizzazione rimanda a qualcosa che insieme è valore e limite: l'economia è sì un valore, ma non è il valore unico e sommo per la vita e per il destino dell'uomo, dell'uomo singolo e dei popoli. E' davvero urgente interpretare e organizzare l'economia riconoscendone con grande onestà e chiarezza sia il valore sia i limiti. Nessuno può certo negare che l'economia, proprio in quanto è un aspetto e una dimensione dell'attività umana, abbia e sia un valore. Paolo VI scrive nella Lettera Octogesima adveniens: "L'attività economica, che è necessaria, può essere 'sorgente di fraternità e segno della Provvidenza' (Populorum progressio, 86) se posta al servizio dell'uomo: essa è l'occasione di scambi concreti tra gli uomini, di diritti riconosciuti, di servizi resi, di dignità affermata nel lavoro. Terreno spesso di confronto e di dominio, essa può instaurare dialoghi e favorire cooperazioni" (n. 46). In particolare, Giovanni Paolo II nella Centesimus annus afferma la positività di un "sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia" (n. 42); così come riconosce, in questo quadro, la giusta funzione del profitto e, più generalmente, dell'efficienza economica. Ma tutto questo non può né dev'essere assolutizzato, negando i limiti intrinseci dell'attività economica, come se l'efficienza economica sia l'unico e fondamentale criterio delle decisioni e delle scelte. L'assolutizzazione dell'economia equivale ad una forma di "idolatria", perché guarda ai "beni" come se fossero il "bene", il sommo e unico bene dell'uomo. Mi vengono in mentre le parole di Gesù: "Qual vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima?" (Mt 16.26). In questo senso il Papa scrive nella Centesimus annus: "L'economia è solo un aspetto ed una dimensione della complessa attività umana. Se essa è assolutizzata, se la produzione ed il consumo delle merci finiscono con l'occupare il centro della vita sociale e diventano l'unico valore della società, non subordinato ad alcun altro, la causa va ricercata non solo e non tanto nel sistema economico stesso, quanto nel fatto che l'intero sistema socio-culturale, ignorando la dimensione etica e religiosa, si è indebolito e ormai si limita solo alla produzione dei beni e dei servizi. Tutto ciò si può riassumere affermando ancora una volta che la libertà economica è soltanto un elemento della libertà umana. Quando quella si rende autonoma, quando cioè l'uomo è visto più come un produttore o un consumatore di beni che come un soggetto che produce e consuma per vivere, allora perde la sua necessaria relazione con la persona umana e finisce con l'alienarla ed opprimerla" (n. 39). Esattamente come ho affermato all'inizio: non l'uomo per l'economia, ma l'economia per l'uomo. Evidentemente qui l'uomo dev'essere inteso nella totalità unificata dei suoi valori e delle sue esigenze, delle sue dimensioni e dei suoi aspetti. Così inteso, l'uomo, la persona umana è dell'attività economica il soggetto, il fondamento e il fine! In rapporto alla globalizzazione economica il Papa così si è espresso il 25 aprile 1997 parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali: "Personalmente vi ho ricordato l'anno scorso il principio morale secondo il quale le esigenze del mercato, fortemente segnate dalla competitività, non devono andare contro il diritto fondamentale di qualsiasi uomo ad avere un lavoro che gli consenta di vivere con la sua famiglia (Discorso del 22 marzo 1996, n. 3). Riprendendo oggi questo tema, tengo a sottolineare che, quando enuncia questo principio, la Chiesa non intende assolutamente condannare la liberalizzazione del mercato in sé, ma chiede che essa venga prospettata e applicata nel rispetto del primato della persona umana, alla quale devono sottostare i sistemi economici. La storia mostra ampiamente la caduta dei regimi segnati dalla pianificazione che attenta alle libertà civiche ed economiche. Ciò non accredita però modelli diametralmente opposti. Di fatto l'esperienza sfortunatamente dimostra che un'economia di mercato, lasciata a una libertà incondizionata, è lungi dal portare più vantaggi possibili alle persone e alle società. E' vero che il sorprendente slancio economico in altri Paesi recentemente industrializzati sembra confermare il fatto che il mercato possa produrre ricchezza e benessere, anche nelle regioni povere. Tuttavia, in una prospettiva più ampia, non si può dimenticare il prezzo umano di questo processo. Soprattutto non si può dimenticare lo scandalo persistente delle gravi ineguaglianze fra le diverse nazioni e fra le persone e i gruppi all'interno di ogni Paese" (n. 3). In questo stesso discorso il Papa dice ancora: "Di per sé un mercato mondiale organizzato con equilibrio e una buona regolamentazione può portare oltre al benessere, allo sviluppo della cultura, della democrazia, della solidarietà e della pace. Ci si deve però aspettare effetti ben diversi da un mercato selvaggio che, con il pretesto della competitività, prospera sfruttando a oltranza l'uomo e l'ambiente. Questo tipo di mercato eticamente inaccettabile, non può che avere conseguenze d isast

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