UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Ha ancora un senso l’imprenditore cristiano nella società di oggi?

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29 Marzo 2000

1. A partire dalla Rivoluzione industriale, vale a dire dalla seconda metà del settecento, il reddito pro-capite dei Paesi occidentali ha conosciuto pronunciati ritmi di incremento. Il processo di sviluppo è proseguito, sia pure con diversa intensità nel tempo, fino ai giorni nostri: oggi nei Paesi industrializzati si coglie una situazione di diffuso benessere. Al cambiamento nelle condizioni di vita della popolazione che vive in questi Paesi hanno contribuito in misura preponderante le imprese e gli imprenditori. Molto opportunamente nella "Centesimus Annus" sta scritto: "Chi produce un oggetto. Lo fa in genere, oltre che per l'uso personale, perché altri possano usarne dopo aver pagato il giusto prezzo... Ora proprio la capacità di conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini... è un'altra importante fonte di ricchezza nella società moderna..." . E ancora: "Sembra che, tanto a livello delle singole nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo strumento più efficace per... rispondere efficacemente ai bisogni..." . Di queste affermazioni mi pare si debbano mettere in evidenza due aspetti. Il primo è rappresentato dal fatto che nell'enciclica del Santo Padre si sottolinei l'importanza di soddisfare i bisogni umani, non solo quelli fondamentali. La soddisfazione dei bisogni rappresenta la via preliminare allo sviluppo della persona umana, all'esplicitazione di quest'ultima in tutta la sua completezza e la sua "unicità". Quella "unicità" che Duns Scoto denominava con un termine efficace: "haecceitas" (ecceità). L'enfasi sulla centralità della persona umana, sulla necessità che questa possa esplicitarsi nelle sue potenzialità e particolarità rappresenta, a mio parere, uno dei principali elementi di distinzione e differenziazioni del cristianesimo dalle religioni orientali, in particolare del buddismo. In queste ultime lo strumento per raggiungere la felicità è rappresentato dalla negazione dei bisogni, non dalla loro s oddisfazione: se quando ho sete, vinco questa sensazione di bisogno, annullo la mia sofferenza. Mi pare si possa dire che la strada per la felicità che ci indica il cristianesimo è per certi aspetti opposta: la soddisfazione dei bisogni e quindi l'esaltazione dell'ecceità della persona, della sua irripetibilità, consentono di capire la grandezza dell'atto della creazione e della "somiglianza" della creatura al creatore.
2. Nella prospettiva appena delineata egualitarismo e consumismo rappresentano due forme di mortificazione della persona. L'egualitarismo mortifica le peculiarità degli esseri umani allorché perviene a una riduzione dei bisogni dell'uomo e quelli legati alla sopravvivenza, disconoscendo altresì il fatto che la persona possa realizzarsi nel lavoro secondo le sue vocazioni e potenzialità. Il consumismo viola la persona, la sua ecceità, laddove riduce bisogni "falsi" e uniformi, laddove pretende di rendere massa l'individuo. L'economia di mercato favorisce la realizzazione della persona nella sua peculiarità rendendo più facile la soddisfazione dei bisogni umani. Nell'ambito dell'economia di mercato, poi, cruciale è il ruolo dell'imprenditore. "E la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multi formi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti..." . E ancora: "Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre l'uomo, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro..." . L'economia di mercato contribuisce alla affermazione e allo sviluppo della persona non solo in quanto consente di produrre beni atti alla soddisfazione dei bisogni, ma anche in quanto è basata sulla divisione del lavoro. Quest'ultima permette a ciascun individ uo di meglio realizzare le proprie vocazioni, le proprie qualità professionali, le proprie preferenze. In un'economia basata sulla divisione del lavoro fondamentale è il ruolo dell'imprenditore: compito di quest'ultimo e non solo di combinare in modo efficiente i fattori produttivi e organizzare la produzione, ma anche assumere i rischi connessi all'introduzione di innovazioni e allo sfruttamento di opportunità lasciate dal mercato.
3. Un sistema economico non può svilupparsi in assenza di imprenditori. E vero che il fallimento delle economie pianificate deriva in primo luogo dalla mancanza del meccanismo dei prezzi di mercato e, quindi, dall'assenza di quella funzione segnaletica (in merito alla scarsità dei beni e dei servizi) che questi esercitano. E, tuttavia, altrettanto vero che il fallimento di queste economie va ricondotto all'assenza di imprenditori, vale a dire di soggetti in grado di valutare sulla base dell'andamento dei prezzi di mercato e del loro valore atteso l'esistenza di opportunità di profitto non adeguatamente sfruttate. L'economia di impresa nel favorire la divisione del lavoro anche a livello internazionale favorisce lo sviluppo degli scambi mondiali: ne deriva una rete crescente di interconnessioni commerciali e di interessi economici tra i vari Paesi. Ne risultano ridimensionate le aree di contrasto e quindi ne risulta rafforzata la possibilità che tra i Paesi si instaurino relazioni pacifiche e di reciproco rispetto. Il quadro fin qui delineato potrebbe indurre i marxisti, e forse anche qualche cattolico, a un sorriso ironico e a osservare che in fondo gli imprenditori fanno profitti e con ciò sottraggono reddito legittimo ai lavoratori e che le economie di mercato dei Paesi industrializzati crescono a danno dei Paesi più arretrati. Circa il profitto non credo di affermare nulla di eclatante rilevando che il nostro Paese per una lunga stagione è stato assimilato a sfruttamento. La demonizzazione del profitto presuppone una visione conflittuale dei rapporti tra imprenditore e lavoratore quale è tipica della dottrina marxista. In effetti, è vero che nel breve periodo a più elevati profitti corrispondono più bassi costi e, quindi, anche più bassi salari. Ma se si assume un'ottica di periodo lungo si comprende come gli interessi dell'imprenditore e quelli dei lavoratori siano complementari piuttosto che conflittuali: un'impresa che ha una redditività soddisfacente, una solidità patrimoniale rende stabile l'occupazione dei lavoratori e assicura a questi una crescita salariale corrispondente al suo andamento reddituale. Se ci si pone in un'ottica di lungo periodo, la dottrina sociale della Chiesa, che insiste sulla cooperazione, e quindi sulla complementarietà, tra imprenditori e dipendenti, si configura come un punto di vista più realistico della dottrina marxista della lotta di classe. Quanto appena esposto non significa che nell'ambito dell'economia di mercato non si diano situazioni di sfruttamento (come vedremo in seguito esse non solo sono possibili, ma assumono diverse forme), significa soltanto che lo sfruttamento non è caratteristica struttura dell'economia di mercato, non è cioè un derivato necessario dell'attività imprenditoriale, ma riguarda solo situazioni di patologia.
4. Le economie di mercato di per sé non solo non comportano forme di sfruttamento tra i diversi soggetti, ma neanche forme di sfruttamento tra Paesi. Sbaglia che ritiene che la crescita economica dei Paesi industrializzati avvenga e sia avvenuta a scapito dei Paesi del Terzo Mondo, come sbaglia chi ritiene che gli immigrati possono togliere posti di lavoro ai residenti. E un fatto che la crescita dei Paesi più arretrati può essere favorita dalla elevata domanda dei Paesi più ricchi. Né questi ultimi hanno da temere per il proprio benessere da un'espansione rapida delle economie meno sviluppate. In questo secondo dopoguerra, infatti, diversamente da quanto si riteneva nella scienza economica consolidata, ha nno avuto una crescita particolarmente pronunciata gli scambi di natura orizzontale, vale a dire gli scambi dei beni simili: Paesi che producono auto sono anche importatori di auto, ecc.. In questo contesto l'elevarsi delle condizioni di vita dei PVS o delle economie in transizione non può che essere visto con favore dai Paesi sviluppati: in queste aree essi possono intravedere la possibilità di espansione delle loro esportazioni. I Paesi ricchi tendono più che in passato a preoccuparsi della sorte dei Paesi poveri non solo per i possibili sviluppi degli scambi reali, ma anche per la fitta rete di interrelazioni finanziarie: la globalizzazione fa si che le crisi in un'area possano diffondersi con facilità al resto del mondo e colpire anche le economie sviluppate. Anche in ambito internazionale le forme di sfruttamento cui può dar luogo l'economia di mercato sono fatti patologici, non fisiologici.
5. Al di là di queste considerazioni resta il fatto che quando si valutano le conseguenze di determinate situazioni o decisioni economiche, il giudizio può variare a seconda dell'orizzonte temporale che si prende a riferimento. Così allorché si insiste eccessivamente sul problema della distribuzione del reddito, piuttosto che sulla crescita del reddito, si fa riferimento a un orizzonte temporale breve. E indubbio che se si annullassero del tutto le diseguaglianze e le disparità reddituali tra gli individui, nell'immediato il benessere individuale della maggioranza aumenterebbe. Ma che cosa accadrebbe nel lungo periodo? Nel lungo periodo gli effetti sul benessere collettivo sarebbero, invece, nefasti: nessuno avrebbe più incentivo ad accumulare risparmi, nessuno avrebbe più incentivo ad assumere rischi e a introdurre innovazioni, e via discorrendo. L'economia si adagerebbe in uno stato di quiete, contraddistinto dalla assenza di crescita: il reddito e le condizioni di vita degli individui rimarrebbero nella migliore delle ipotesi (nell'ipotesi, a esempio, di assenza d i competizione internazionale) stazionarie. L'importanza dell'orizzonte temporale delle scelte ci consente di meglio comprendere le funzioni dell'imprenditore e dell'impresa nella società di oggi. La caratteristica prevalente dell'imprenditore in un diverso atteggiamento verso il rischio rispetto al resto degli individui è riduttivo: significa di fatto ricondurre l'attività imprenditoriale o a un atteggiamento psicologico (appunto il maggiore amore per il rischio) o a una maggiore capacità di sopportare il rischio (dovuta, in primis, alla disponibilità di ampie ricchezze). La verità è che l'imprenditore è qualcosa di più di uno speculatore e di un redditiere: è un soggetto che nelle sue scelte economiche è capace di prendere a riferimento un orizzonte temporale più lungo di quello medio preso a riferimento dagli altri soggetti; è un soggetto cioè che è in grado di dare corso a progetti e piani, la cui realizzazione richiede tempo e che, pertanto hanno un esito necessariamente incerto e sono per definizione rischiosi. Se questo è il tratto caratteristico dell'imprenditore, non deve stupire che questa categoria economica, allorché si indaga sui fenomeni sociali, richiami la collettività a operare valutazioni e scelte ponendosi in una prospettiva di lungo periodo.
6. In un'ottica cristiana, questo richiamo è di cruciale importanza, per due ragioni: a. da un lato, esso ci induce ad attribuire importanza non solo ad aspetti di equità, in primis la distribuzione equa del reddito, ma anche alla crescita del reddito e del benessere, vale a dire alla disponibilità di risorse sempre più ampie. Quando, anziché limitarsi all'immediato, ci si ponga in una prospettiva di lungo periodo, si pongono le condizioni per una più compiuta realizzazione della persona umana: da un lato, infatti, la più ampia disponibilità di beni consente agli individui più elevati livelli di soddisfazione e felicità, dall'altro nel perseguimento di progetti e iniziative a lungo termine, e più in generale, nel lavoro (che non è maledizione!) la persona umana può esplicare e mettere a frutto le sue vocazioni, le sue "qualità". b. dall'altro lato, l'assunzione di una prospettiva di lungo periodo consente di meglio comprendere il concetto di "solidarietà". Quest'ultima non può essere ridotta alla solidarietà degli individui esistenti o, peggio, di frange di individui, di gruppi sociali ristretti. 7. La solidarietà per essere veramente tale non può che essere anche solidarietà tra generazioni. E questo oggi un primo aspetto di grande rilievo, soprattutto nel nostro Pese. Ai nostri giorni l'egoismo morale assume in primo luogo la forma di una riduzione del proprio orizzonte temporale. In questo contesto si inserisce la drastica caduta delle nascite: la generazione presente non intende sopportare i sacrifici legati alla crescita, alla educazione dei figli. Ma nello stesso contesto si inserisce la riluttanza delle generazioni "anziane" a rinunciare a privilegi previdenziali o sindacali a favore delle generazioni più giovani. Accade così che anche per un mercato del lavoro scarsamente flessibile, i giovani siano costretti a un penoso percorso nella ricerca dell'occupazione e che ciò sia considerato come il derivato di circostanze "sfortunate". Accade così e accadrà ancor più in futuro, se non si darà corso a una riforma della previdenza, che una maggioranza di anziani viva di risorse, non risparmiate in passato da esse, ma sottratte al reddito prodotto e guadagnato dai giovani. I pochi esempi appena presentati mostrano come nel richiamo ad un orizzonte lungo vi sia un messaggio morale pregnante, soprattutto oggi, soprattutto nel nostro Paese. Come mai questo richiamo è così flebile nel mondo cristiano? Come nelle analisi sociali di intellettuali cristiani e dei religiosi la propensione dell'imprenditore a guardare lontano è tenuta in così poco conto? La risposta a queste domande è sicuramente complessa. Tuttavia una ragione del fatto che in questa an alisi si privilegi l'orizzonte temporale corto, l'immediato, va rintracciata nel tipo di situazioni prese a riferimento. Certo se si considerano situazioni in cui persone o collettività hanno redditi e risorse inferiori a quelli minimi di sussistenza, l'orizzonte temporale non può essere che breve, anzi immediato: si tratta di ridistribuire equamente quanto disponibile per salvaguardare la sopravvivenza degli individui. Diverso è il caso di economie in cui il problema della sussistenza sia risolto. Se facendo riferimento a quest'ultime, si dovessero prendere delle decisioni con un orizzonte temporale breve, si correrebbe il pericolo di avviare la collettività verso un sentiero di desviluppo e depauperamento, contestualmente si rinuncerebbe a coltivare negli individui il principio della solidarietà intergenerazionale e si rinuncerebbe anche ad un concetto di equità esteso, oltre che nello spazio, nel tempo.
8. Quanto finora esposto è stato finalizzato a rimuovere stereotipi e pregiudizi e a mostrare che l'imprenditore, in quanto accresce la ricchezza a disposizione dei soggetti, favorisce la divisione del lavoro e contribuisce a esaltare le relazioni intergenerazionali, pone le condizioni per il raggiungimento di più elevati livelli di rispetto e di sviluppo della persona umana. Troppo a lungo parte della cultura cattolica, ponendosi in una posizione di subalternità rispetto alla cultura marxista, ha svilito la figura dell'imprenditore e il suo ruolo nel contesto sociale. Troppo a lungo questa cultura ha contrapposto la figura dell'imprenditore a quella del lavoratore, assimilando in modo semplicistico la prima al ricco e la seconda al povero. In una società che presenta un crescente grado di articolazione, ridurre la dialettica tra i ceti a quella tra il ricco e il povero, tra borghesia e proletariato non aiuta a comprendere la dinamica sociale. E venuto il momento per i cattolici italiani di restituire importanza all'imprenditore e di dedicare a questa figura l'attenzione che merita; in ciò incoraggiati dall'autorevole, recentissimo indirizzo del S. Padre Giovanni Paolo II, che con l'Esortazione Apostolica Post Sinodale "Ecclesia in America" del 22 gennaio scorso, ha significativamente riveduto taluni orientamenti tesi a fare sempre e comunque "opzione netta in favore delle fasce di marginalità e di povertà, a scapito delle fasce di innovazione e di imprenditorialità" per usare le parole di De Rita. In questo contesto, l'iniziativa della CEI di promuovere una "Pastorale per gli imprenditori, dirigenti e liberi professionisti" alla quale noi tutti aderiamo da oltre tre anni, ha avuto il grande merito di dare vita a quell'azione oggi autorevolmente indicata dall'Esortazione Apostolica. E a tal riguardo siamo lieti di aver avuto l'opportunità di prendere parte attiva all'iniziativa e di avervi contribuito con documenti (Ottobre 1995 - Febbraio 1996), intervista (Gennaio 1997) scritti e dibattiti interni alla nostra associazione; tutto ciò in assonanza con i recenti indirizzi e insegnamenti. Solo quando si comprende quale può essere il ruolo dell'imprenditore nell'economia di mercato e nella società, si può rispondere alla domanda che dà il titolo a questo intervento: ha ancora senso l'imprenditore cristiano nell'economia d'oggi? La risposta a questa domanda non è semplice.
9. In precedenza ho escluso che lo sfruttamento sia un aspetto strutturale dell'economia di mercato. E, tuttavia, possono darsi situazioni di sfruttamento: tali situazioni si verificano, ad esempio, allorché l'imprenditore gode di un potere contrattuale elevato rispetto alle controparti. Così, allorché i lavoratori non siano adeguatamente protetti dal quadro normativo o dai sindacati, possono darsi forme di sfruttamento. Situazioni di questo tipo, oggi, riguardano i Paesi in via di sviluppo e l'area del lavoro nero nei Paesi industrializzati. E compito degli imprenditori cristiani contribuire a rimuovere le cause che sono all'origine d i queste forme di sfruttamento. Tali iniziative ovviamente non possono essere solo individuali, ma devono assumere carattere collettivo e basarsi non su fattori emotivi, bensì su una conoscenza dei fatti. Così, ad esempio, con riferimento alla piaga del lavoro nero nel nostro Paese, ci si deve chiedere se esso in larga misura non sia il frutto delle restrizioni della legge e della giurisprudenza al funzionamento del mercato del lavoro. In sede internazionale poi le organizzazioni degli imprenditori cristiani possono chiedere sanzioni e anche limitazioni degli scambi commerciali con quei Paesi che consentono forme di sfruttamento lesive della dignità umana. Una forma di sfruttamento diversa da quella possibile tra imprenditore e lavoratore può intercorrere tra imprenditore e consumatore. Può accadere, ad esempio, che l'imprenditore disponga di migliori informazioni del consumatore sulla qualità dei prodotti e se ne avvalga per imporre un rapporto qualità-prezzo "falso", diverso da quello di mercato. Comportamenti di questo tipo evidentemente si pongono al di fuori della morale cristiana e rappresentano forme di sfruttamento di una asimmetrica distribuzione delle informazioni. Un contesto di imperfetta distribuzione di informazioni può venirsi a determinare anche tra manager e proprietari d'impresa. I primi, infatti, possono essere a conoscenza di informazioni sull'andamento e sulle prospettive delle imprese non note ai secondi. Lo sfruttamento da parte dei manager di situazioni di questo tipo è assimilabile a un latrocinio. La trasparenza dell'impresa in merito alla qualità dei prodotti e alle condizioni di vendita, al pari della trasparenza dei manager verso i proprietari rappresentano forme di comportamento volte a eliminare i presupposti di una imperfetta distribuzione delle informazioni e quindi di abusi comportamentali.
10. E importante osservare che la moralità di comportamento dell'imprenditore, il suo uniformarsi ai principi cristiani, proprio in quanto contribuiscono a equilibrare la forza contrattuale delle diverse parti tendono e esaltare efficientemente le risorse. Il richiamo agli imprenditori cristiani a svolgere con responsabilità e coscienza la propria funzione si concreta, dunque, nell'invito a rimuovere con scelte individuali e con iniziative di gruppo situazioni di monopolio informativo o contrattuale. Un altro aspetto di sfruttamento è quello della diffusa evasione fiscale. Certo il nostro Paese ha un quadro istituzionale basato sulla sfiducia tra contribuente e Fisco. Tuttavia siamo in presenza di una situazione anomala; chi sfrutta questa situazione, nella consapevolezza di recare danno alla collettività, tiene un comportamento che non può certo definirsi cristiano. L'imprenditore cristiano può e deve distinguersi dagli altri imprenditori nell'esigere il rispetto delle regole del gioco, nel pretendere che nel gioco non abbiano a prevalere quanti ricorrono a trucchi e soprusi. E questa una prospettiva che porta a enfatizzare l'importanza della responsabilità e della coscienza individuale. In molte occasioni, quando abbiamo affrontato da cattolici le problematiche del lavoro abbiamo giustamente enfatizzato l'importanza della solidarietà e della giustizia sociale. L'attenzione a questi aspetti ci ha talvolta distratto da un aspetto non meno importante: la responsabilità dell'individuo nell'esercizio del proprio lavoro. Mi pare importante che imprenditori e lavoratori recuperino questa dimensione: l'esercizio della propria attività con dedizione e responsabilità rappresenta un presupposto imprenscindibile a che il lavoro del singolo si traduca in ricchezza e prosperità per la società nel suo complesso.

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