UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Approfondimenti – Chiesa e imprenditoria: dalle incomprensioni al dialogo. Per una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione

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10 Febbraio 2000

on rinunci a farsi valere anche negli, ambiti della vita sociale, ove la pressione inerziale dei meccanismi sistemici è più forte. Per questa via, l'etica cristiana predispone l'ascolto antropologico, assumendo la dignità umana come criterio universale e in divenire. Una tale attenzione rappresenta la valida risorsa per la demitizzazione della razionalità economica monopolizzante e per la liberazione del desiderio dall'automatismo proprio della mimési appropriativa conflittuale. Al mercato antropologico deve interessare non soltanto la liberazione degli uomini e delle donne dilla povertà e (falla miseria, ma anche (la un benessere largamente in eccedenza, almeno nel nostro mondo occidentale ma non solo), dove alla fine assieme ai beni ciascuno consuma anche se stesso. Interessa liberare non dalla paura di essere dominati da un dio maligno che ci inganna facendoci ritenere reale quello che è soltanto un sogno, ma dal nostro dominare gli altri. Il mercato antropologico non ci libera dalle colpe ma dalla illusione di innocenza, che il modo di vivere borghese ha diffuso nella vita anche dei cristiani. Occorre urgentemente tornare al principio evangelico: per voi. I. LO SPIRITO D'IMPRESA "Va' dalla formica, o pigro, guarda le sue abitudini e diventa saggio. Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone, eppure d'estate si provvede il vitto, al tempo della mietitura accumula il cibo. Va' verso l'ape e osserva com'è laboriosa; quanto nobile è l'opera che essa compie. Re e cittadini, per la loro salute, usano i suoi prodotti; è ricercata e famosa presso tutti, debole sotto l'aspetto della forza, si distingue per avere onorata la sapienza. Fino a quando, pigro, te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po' dormire e sonnecchiare, un po' incrociare le braccia per riposare e giunge a te la miseria, e l'indigenza, come un mendicante, un vagabondo" (Pr 6, 6-11).
E possibile fondare teologicamente lo spirito d'impresa? Quale spirito d'impresa? Nella nella tradizione teologica cattolica è presente un'elaborazione sistematica dei problema? La risposta è largamente negativa. Tuttavia è necessario tentare una qualche riflessione. Se l'impresa e lo spirito d'impresa sono realtà umane, cadono necessariamente sotto il giudizio della Parola di Dio.
1. L'incessante operare dello Spirito Santo La riflessione teologica è corretta soltanto se affonda le sue radici nella Parola di Dio. E un principio ermeneutico irrinunciabile. Occorre: 1) capire, sul piano esegetico, il senso del termine spirito; 2) elaborare una riflessione, coniugando i due termini spirito e impresa.
a) Nell'Antico Testamento Il termine rùàh (spirito, vento) evoca l'idea di potenza, di energia vitale: la forza divina creatrice del cosmo e della vita, soprattutto fisica e spirituale dell'uomo. Essa si impadronisce dell'uomo, rendendolo capace di compiere opere che superano le sue forze. "In noi sarà diffuso uno spirito, che viene dall'alto; il deserto diventerà un giardino, il giardino diventerà una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto, e la giustizia regnerà nel giardino (Is 32, 15-16). La potenza presenta una connotazione etico- reli giosa. La rùàh jhvh è forza che rinnova e che mira alla creazione di una realtà religiosa e morale. "Crea in me o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvalo, sostieni in me un cuore generoso" (Sal 51, 12-14). Una seconda caratteristica della rúàh jhwh si comprende alla luce di quanto afferma il libro della Genesi: "Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque " (Gen 1, 2). La rúàh jhvvh è concepita come un principio dinamico e creatore, fisicamente vivificante, che opera partendo da Dio (Gen 2, 7), il quale crea "con lo spirito della sua bocca" (Sal 33, 6). Inoltre con la sua rúàh, Dio conserva il creato: se la richiamasse a sé, ogni carne finirebbe nel nulla. La rúàh jhwh è, dunque, una potenza divina che opera creando.
b) nel Nuovo Testamento La dottrina sullo Spirito si fa esplicita: è la terza Persona dìvina, con ilPadre e il Figlio. Nell'opera salvifica la sua opera è essenziale: Gesù è concepito per opera dello Spirito (Lc 1, 26-38); nel battesimo al Giordano, lo Spirito Santo è presente per rivelare in Lui il messia promesso (Mt 3, 13-17). Gesù agisce nello Spirito Santo: nella sua potenza, infatti, affronta il tentatore nel deserto (Lc 4, 1-13), ne libera le sue vittime, porta ai poveri la buona novella, compie miracoli. Dopo averlo più volte promesso ai suoi, Gesù lo dona con sua la morte e risurrezione (Gv 20, 19-23). Esaltato alla destra dei Padre, raduna l'umanità salvata ed effonde su di lei il suo Santo Spirito, perché è divenuto lui stesso Spirito vivificante. Infine, lo Spirito è inviato alla Chiesa intera. La Pentecoste costituisce per la Chiesa il battesimo nello Spirito Santo, effusione che realizza le promesse degli ultimi tempi. E donato a tutti i cristiani. Lo Spirito santo ricorda ai discepoli i gesti e le parole del Signore, donandone un'intelligenza salvifica e non un semplice ricordo storico: "Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Gv 14,25-28). E forza per la testimonianza. Come Gesù ha confessato il Padre con la sua vita, così i discepoli sono chiamati a rendere testimonianza al loro Signore "Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin daI principio" (Gv 15, 26-27). E principio di rigenerazione: e di rinnovamento. Si tratta di un aspetto fondamentale della vita cristiana. Questa esiste nella forma della novità radicale. Paolo apostolo afferma: "Quando si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati noti in virtù di opere di giustizia da noi compiute ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo" (1 Tt 3, 4-7). E Spirito di filiazione, poiché comunica la vita divina al credente, costituendolo figlio di Dio, nell'accezione più reale del termine. "Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio. Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, tua avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: A Abbà Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8, 14-16).
2. Lo Spirito Santo creatore Nel Nuovo Testamento risuonano spesso parole, quali: nuova creazione, tempi nuovi, cieli nuovi e terra nuova, vita nuova, creatura nuova e simili. Il nuovo è frutto dello Spirito. La sua opera non è la prima creazione, ma la trasformazione di ciò che è morto in realtà viva, di ciò che è transitorio in realtà eterna, di ciò che è terreno in creatura celeste; di ciò che è fisso in storia. Il che equivale ad una nuova creazione. Nella realtà umana si nasconde sempre una morte e una risurrezione una schiavitù ed un balzo al di sopra dei propri limiti, che si compie solo nella virtù dello Spirito santo. Cristo ha generato per noi il nuovo, che lo Spirito mette a disposizione come un nostro spazio aperto, nel quale si entra in virtù di un titolo a noi meritato dal Figlio, ma anche sul fondamento di una personale iniziativa. Se l'uomo si lascia catturare da questo mistero avvolgente può inventare, creare. Nulla è fissato a priori: né da Dio né dall'uomo né dalla chiesa né dal sistema impresa. Ogni essere può sbocciare nel tempo. Ha sempre in sé una legge, che guida il superamento. La legge si chiama: amore creativo, inventivo.
3. L'uomo senso del inondo e dei sistema azienda La creazione di un mondo senza la creatura umana sarebbe stata, da parte di Dio, una mera proiezione di quello che Egli conosce e possiede nella coscienza della propria pienezza. Proiezione del tutto inutile, perché priva di ogni efficacia pratica. Il mondo reclama la presenza dell'uomo per potersi liberare dal meccanismo limitativo delle sue leggi. La comparsa dell'uomo rappresenta, quindi, una seconda creazione del mondo. Per mezzo di lui, il creato riceve una nuova e illimitata capacità di espansione. L'essere del mondo è di essere-per-l'uomo. La dimensione più profonda del mondo è costituita dall'essere ordinato allo spirito-nella-materia, cioè all'uomo. Per conseguenza la creazione del mondo ha la sua ragion d'essere nell'orientamento verso l'uomo. Dal più profondo di se stessa, la creazione aspira a passare da un mondo-per-l'uomo ad un mondo-dell'uomo, cioè ad un mondo umanizzato e spiritualizzato dall'azione umana. Questa è la fondamentale caratteristica dello spirito d'impresa, proprio del cristiano imprenditore; ed e il criterio etico per il giudizio sulle scelte operative. Altrettanto essenziale è il legame dell'uomo con il mondo. Se il mondo è creato per essere trasformato, l'uomo è chiamato per la sua stessa struttura corporeo-spirituale a compiere l'op era di trasformazione spirituale. Ma non può sviluppare la sua spiritualità se non oggettivandola ed esprimendola nella sua azione sul mondo. In una parola: l'uomo non può realizzarsi come uomo se non agendo nel e sul mondo. Suona come un paradosso, ma è necessario affermare senza restrizioni che l'uomo può progredire come spirito-nella-materia solo plasmando il suo spirito nella materia . Il risultato della trasformazione del mondo è l'umanizzazione dell'uomo e del mondo stesso, la loro mutua ascensione spirituale. Nella sua attività creativa, l'uomo diventa più uomo, più spirito-nella-materia e la materia diventa più materia-verso-lo-spirito. La potenza creativa dello spirito umano e l'energia del mondo devono convergere nel dominio del mondo e nell'umanizzazione di entrambi. Trasformando il mondo l'uomo lo crea a sua immagine; cresce la coscienza di se stesso, della sua responsabilità nel mondo e verso il mondo: per gli altri. Essere-nel-mondo (per la corporeità) ed essere-di-fronte-al-mondo (per la spiritualità), questo è lo statuto dell'imprenditore Riflette sul come e il perché del mondo, lo conosce, lo domina perché lo trascende; e lo trascende perché nell'esperienza radicale della sua coscienza trascende se stesso. Il cristiano imprenditore si tuffa nella materia ma non si lascia da essa schiavizzare. Nel suo legame con il inondo, l'imprenditore esperimenta la finitezza e, nello stesso tempo, l'aspirazione a perfezionarsi. Certo, il legame con il mondo comporta una limitazione in ogni realizzazione; ma non accetta di essere schiavizzato. Raggiungere una più profonda coscienza di sé ed arrivare ad una piena padronanza di sé e della materia nell'esercizio della libertà, ecco la forza vitale dell'uomo, la sorgente della sua energia, che lo spinge verso mete sempre nuove nel dominio del mondo. Lo spirito di imprenditorialità si nutre di queste convinzioni umane e, quindi, cristiane.
II. NATURA TEOLOGICA DELL'IMPRESA Nel mondo, e attraverso il mondo, l'uom o realizza il suo rapporto con gli altri uomini. La dimensione comunitaria dell'esistenza umana è inseparabile dalla sua dimensione mondana. La persona non può raggiungere la sua pienezza se non nella comunicazione interpersonale che il cristianesimo chiama comunione. Ma l'uomo non può entrare in comunione personale con gli altri se non oggettivando la sua interiorità, mediante la sua azione nel e sul mondo. La trasformazione del mondo crea vincoli di unione tra gli uomini: questa è la natura teologica del sistema azienda. In se stessa, è ordinata al servizio della comunità umana. L'azione dell'uomo sul mondo ha come finalità intrinseca tanto lo sviluppo della sua persona come l'unificazione e il progresso degli altri. L'imperativo per voi di Gesù è chiaro nella sua valenza obbligante. Ogni uomo rappresenta un valore che dev'essere accettato in se stesso, indipendentemente da qualunque determinazione circostanziale della sua esistenza. L'affermazione del valore dell'altro ha il carattere di un assoluto dover essere, che trascende ogni necessità. Non sarà mai lecito utilizzare l'altro nemmeno per il progresso dell'umanità intera. Significa degradare l'altro alla condizione di cosa. Chiunque, nell'ambito dell'azienda, può utilizzare l'altro. L'imprenditore che assume le persone per particolari utilità personali; l'operaio che accetta l'opportunità di un lavoro offerto ma che non la coglie in tutta la sua ricchezza di crescita per sé e per gli altri; i fornitori che non vogliono soddisfare al meglio le richieste dell'azienda; i sindacati che fanno rivendicazioni dettate da obiettivi politico-partitici, a volte non dichiarati ma presenti o comunque estranei al contesto dell'azienda; le banche che con i loro interventi finanziari, miopi o non coraggiosi, possono limitare le possibilità di sviluppo delle aziende anziché sostenerlo, ecc. Questi atteggiamenti non costruiscono uno spirito d'impresa, connotato cristianamente. L'impresa è un reticolato di relazioni tra pers one, che si costruisce giorno dopo giorno nell'ascolto e nell'attenzione di tutti gli attori umani, che in essa agiscono e con essa interagiscono. Perdere di vista questo assunto, o ignorarlo volutamente, significa non possedere lo spirito cristiano d'impresa.
1. La dimensione teologica dello spirito d'impresa La trasformazione del mondo da parte dell'uomo è ordinata al progresso personale e comunitario. Leggiamo dalla prime pagine della Scrittura che: "Dio creò l'uomo a sua immagine ad immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e siigli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra" (Gen 1, 27-28). Il rapporto interpersonale dell'uomo costituisce un aspetto essenziale dell'azione umana sul mondo e determina il significato intrinseco di questa azione. Il valore, che ogni uomo è, pone in essere un'esigenza etica fondamentale. Lo spirito d'impresa deve rispettare quel valore assoluto, e riconoscere che il mondo e la sua trasformazione sono ordinati intrinsecamente al bene di tutti: per voi. Forse sì può dire qualcosa di più esplicito per il cristiano imprenditore. L'accettazione nella fede, dei significato della persona umana, con l'intenzione di amare-servire gli uomini, apre la strada verso Dio. Se la trasformazione del mondo e la crescita dell'umanità non possono terminare nell'assurdo di un insuccesso totale, è ragionevole ammettere che la storia avanzi verso un avvenire trascendente. L'accettazione della prospettiva implica l'atteggiamento di speranza in un di-là-dal-mondo. Benché l'uomo possa ignorarlo senza colpa, il nome di questa speranza è Dio. La trasformazione del mondo da parte dell'uomo, che trova la sua punta di diamante nello spirito d'impresa, include, dunque, momenti essenziali di trascendenza. Questi costituiscono sempre nuove incarnazioni dello Spirito di Dio, nella permanente creazione del mondo ad opera degli uomini.
2. La teologica dell'imprenditorialità L'imprenditorialità è una qualità di natura positiva, una risorsa, anche se crea costantemente problemi di adeguamento sia in relazione alla società in genere sia in rapporto alle aziende sia nei confronti delle Istituzioni sociali. Quali sono i problemi di adeguamento, che presentano una maggiore valenza di carattere etico? Ne cito alcuni. I ) L'andamento del dato economico complessivo del paese. 2) La ricerca della qualità della produzione. 3) L'aumento della produzione nel rispetto del mercato antropologico. 4) La qualità del lavoro umano in rapporto alle risorse operative di ciascuno. 5) La disoccupazione, la sotto-occupazione, il lavoro nero. 6) Gli oneri sociali, sostenuti dalle aziende. 7) Il problema dei rapporti con le Istituzioni sociali e politiche. L'ipotesi di connivenza-confronto tra sistema delle imprese e le Istituzioni sociali rappresenta una base dialettica, che dovrebbe consentire possibilità alternative dì sviluppo. 8) La creazione di una cultura del sistema azienda nel contesto sociale, oggi.
2.1. Il sistema impresa Posto, dunque, che l'imprenditorialità sia un fatto positivo, com'è pensabile il sistema impresa perché possa esserci spazio per l'etica? La realtà del sistema impresa è molto complessa. E necessario pertanto una descrizione dei vari elementi che compongono questa complessità. 1) L'impresa attinge dall'ambiente in cui vive tutte le energie di cui necessita, in quanto non ci può essere nulla nell'impresa che non sia trovato di fuori di essa. Il risparmio che serve per il finanziamento, le invenzioni, le decisioni sono forme di energia che vengono acquisite dall'impresa dall'esterno, Tra queste, le più importanti sono quelle umane. 2) Ciò che per i sistemi sociali aperti viene definito una trasformazione di energia, nelle imprese si chiama processo produttivo. Esso assume le forme più varie a seconda degli obiettivi da realizzare, dell'organizzazione che l'azienda si è data, delle dimensioni del processo di produzione, della tecnologia adottata, delle risorse disponibili. L'adattamento al processo produttivo delle risorse, acquisite dall'ambiente esterno, costituisce una delle preoccupazioni e condiziona la scelta del tipo di produzione in modo da rendere minimo il costo di tale adattamento. 3) Un'altra relazione che l'azienda ha con l'ambiente esterno è costituita dal trasferimento del prodotto al mercato. Ma essa trasferisce anche altri tipi di, energia, come flussi finanziari, materiali di scarto, rifiuti anche inquinanti, oltre ad informazioni messaggi volontari o sottesi al suo comportamento.
A questo punto è possibile formulare una certa definizione di impresa e procedere con una serie di domande-problemi, allo scopo di individuare uno spazio per la formazione di un giudizio etico sulla na-tura, sul funzionamento delle imprese, sulle scelte da operare in ragione della loro funzione sociale. 1) L'impresa è un organismo vivo che compete, che si misura con altre imprese e forze presenti sul mercato, sulla base di un prodotto che dev'essere in linea con il prezzo e con i servizi che incorpora. Il vantaggio proveniente dal controllo dei prezzo nasce appunto dalla cura del limite. Quali sonno i criteri per la formulazione di un giudizio etico sulla cura del limite, quando questa potrebbe avere una ricaduta negativa sulla della vita aziendale? 2) Il vantaggio servizio-utilità, incorporato nel prodotto, nasce in gran parte dalla dedizione del personale, al quale viene richiesto di produrre idee e opportunità reali, capacità di organizzazione per fare crescere il valore del prodotto. Quali sono gli strumenti per ottenere una dedizione a struttura etica degli operatori nel loro comportamento personale e aziendale? 3) L'impresa è una realtà ad intrinseca necessità di autorità. Anzi: nell'azienda l'autorità gerarchica sopravvive più perentoriamente che in altre istituzioni. Qual è il livello etico del comportamento ammissibile nell'esercizio dell'autorità nell'impresa da parte del top management? Quali sono i criteri per la determinazione del livello etico? 4) La concorrenza è tale da essere ininfluente che alla testa delle imprese ci siano persone più o meno disposte al comportamento etico. Basta infatti un disonesto fra dieci per costringere i nove restanti se non a seguirlo, certo a domandarsi se il problema sia accettare le regole del gioco oppure abbandonare. L'imprenditore, in forza della concorrenza, non agisce in stato di necessità? D'altra parte, cosa sarebbe il mondo senza concorrenza? Ma se si tratta di uno stato di necessità, non c'è più alcun spazio per la libertà e quindi per l'etica 5) Il comportamento del sistema delle imprese verso la questione ambientale. Non ha dato lo stesso tipo di prova fornito in riferimento ai fenomeni di sfruttamento dei lavoratori, a partire dai primi segni della rivoluzione industriale? E se il sistema delle imprese non si fosse comportato secondo quei canoni, quale impresa sarebbe sopravvissuta nel corso dei secoli? 6) L'impresa e l'occupazione. E senza dubbio una sfida di rilevanza etica. Ogni sforzo volto a garantire la vita piena dell'azienda con l'obiettivo di salvaguardare l'offerta di lavoro, è da valutare in senso positivo. E chiaro che quest'ultimo tema coinvolge non solo le aziende, ma anche i poteri politici, sindacali e sociali. In una parola: le Istituzioni. Quali sono i criteri per la determinazione delle rispettive competenze, che la contrattazione tra le patii interessate esige per la soluzione dei problemi?
2.2. Prospettive etiche E il momento di tentare alcune indicazioni di natura etica, capaci di orientare anche la pastorale. E necessario che il top management: 1) lavori insieme con i vari soggetti aziendali per gli altri; e questo dona un nuovo impulso ai valori cristiani perché porta all'ascolto dei mercato antropologico; 2) abbia collaboratori capaci e di fiducia, pronti ad ascoltare con attenzione gli altri, e cioè le varie componenti umane dell'azienda; 3) sia aperto alle innovazioni tecnologiche e alle migliori tecniche gestionali; ne va della sopravvivenza e della vitalità dell'azienda per gli altri; 4) abbia una vera attenzione per la gratificazione di tutti gli operatori dell'azienda: dai dipendenti, ai fornitori, ai clienti: per gli altri; 5) abbia una visione strategica dei mercato e la massima attenzione alle continue interazioni tra ambiente e sistema delle aziende; 6) accetti la dialettica sociale legata ai costi-benefici dello sviluppo, rispettando le culture e i valori di tutti coloro che interagiscono covi l'azienda; 7) privilegi, prima di ogni altra iniziativa, l'investimento per lo sviluppo equilibrato, favorendo la durata nel tempo dell'azìenda per gli altri. 8) difenda l'autonomia delle imprese nel contesto socio-politico; è un problema etico della massima importanza ed urgenza; 9) stimoli le Istituzioni ad operare in coerenza con le esigenze dello sviluppo, nella limpidezza dei rapporti reciproci. Si deve riconoscere le positività della cultura della realizzazione, intesa come vocazione del manager, del dirigente e del libero professionista. Il bisogno di realizzare, prima di essere una risposta ad esigenze psicologiche, deve nascere dai talenti donati da Dio, capaci di motivare le persone e di rinnovare il sistema. Per il credente l'operatività manageriale è una vocazione e una missione pastorale.
III. IL MERCATO ANTROPOLOGICO Non esiste sulla terra un luogo dove non sia urgente il contributo dei dialogo fra gli esseri umani, a patto che siano evitati due atteggiamenti ricorrenti. Il primo è quello scettico-critico, che coglie nel dialogo solo l'esercizio della volontà di potenza di pochi soggetti. Il secondo è quello retorico, in cui l'appello al dialogo è di maniera e copre in realtà un monologo, che esclude l'etica, perché nega la relazione umana. La prospettiva dialogica ha una profondità antropologica che impone alle culture d i ridefinirsi, vagliando la propria capacità di rigenerarsi sul piano ideale e sul terreno di un ripensamento dell'economia. Anzi, dalla ri-definizione delle basi materiali della convivenza sociale risulta un compito ineludibile: restituire all'etica la forza per costruire le condizioni proprie di una comunità della comunicazione interpersonale e sociale.
Non esiste un punto di vista economico puro. E possibile invece prospettare l'idea di un'economia sociale che riconosca come suo fondamento normativo non più i soli presupposti dell'utile-profitto, ma anche quelli forniti dal paradigma comunicativo. In questo contesto è corretto parlare di mercato in senso antropologico e non soltanto in senso tecnico-operativo. Per mercato antropologico intendo gli uomini e le donne che desiderano in concomitanza i beni prodotti e che in libertà vi attingono senza scatenare una lotta selvaggia. Libertà non assoluta ma relativa alle condizioni culturali socio-econo-miche di un paese, di una comunità. Il primo (il mercato antropologico) non è la negazione del secondo (il mercato tecnico-operativo), ma il suo complemento etico necessario. Un approccio simile richiede di allargare il campo della razionalità economica. Da una forma di razionalità utilitaristica del singolo in vista del solo profitto, è urgente passare ad una razionalità sociale. A questo livello si esercita la razionalità dell'etica comunicativa Essa offre i criteri dirimenti per cui tutti coloro che sono coinvolti in conflitti di interesse devono ricorrere a procedure argomentative consensuali di risoluzione. L'etica della cornunicazioue ha il compito di fissare i criteri del confronto per cui l'agire comunicativo deve trovare di volta in volta un punto di equilibrio con l'agire strategico dei soggetti e delle strutture produttive in conflitto tra loro. Qui appare la logica costruttiva dei mercato veramente libero.
L'affermazione fatta, però, sembra dimenticare la natura egoista dell'uomo, soprattutto in economia. Come può l'intersoggettività desiderante divenire da monadica. a comunicante, passare cioè dal conflitto vero e proprio alla realizzazione di quella sorta di conflitto non-violento, che è la comunicazione argomentativa? Penso sia possibile una risposta all'obiezione sollevata. Nell'atto di desiderare, ogni soggetto imprime una direzione al proprio agire. Desiderare significa avere un senso davanti a sé, e quindi collocarsi in una situazione dotata di senso. Tutto questo deve realizzarsi insieme con gli altri soggetti che, come me, come te, conte loro sono esseri desideranti. Il valore, cioè il senso percepito nel desiderio, può risolversi atomisticamente in un possesso che consuma e distrugge lo stesso soggetto, perché lo rende incapace di comunicazione. Ma il valore è comunicabile e riconoscibile da parte degli altri. Il valore, cioè il senso percepito dei desiderio, diviene senso riflesso, aperto alla consapevolezza della coscienza ed al confronto interpersonale: è il per voi.
Si tratta di un principio dinamico che accompagna sia la riconversione delle culture al valore della dignità umana, un valore sempre suscettibile di incrementi di significato, sia la conversione estroversa delle aziende che operano sul mercato. La comunità della comunicazione si profila allora come una comunità della cooperazione. Nel contempo la comunità della comunicazione dev'essere animata da un impegno veritativo irrinunciabile, nel senso che è anche la comunità dell'interpretazione che gli esseri umani continuano a dare di se stessi e della loro dignità. In questo spazio si colloca la tensìone produttiva delle aziende in vista della soddisfazione legittima dei bisogni della gente, e quindi in vista della crescita personale e comunitaria delle persone. Quel che si può chiedere all'etica evangelica è di fare luce sulla responsabilità di ciascuno verso se stesso e verso gli altri, secondo una normatività che n

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