UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Società civile e questione lavoro

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23 Giugno 2000

ona parte si tratta di mobilità volontaria, di ricerca incessante di migliori opportunità. Ma anche la mobilità imposta cresce. Soprattutto nelle nuove assunzioni, i contratti temporanei sono sempre più diffusi (36%). Se si aggiunge il part-time (quasi 20%), se ne deduce che l'impiego stabile, a tempo pieno, è diventato minoritario. Inoltre, i collaboratori con ritenuta INPS del 10-12% sono più di 1.150.000. L'età giovanile si allunga, in attesa di un lavoro stabile. Il sistema di protezione sociale, inoltre, è ancora centrato sul vecchio modello di occupazione: tutela molto alcune categorie di lavoratori e tipologie di rischio, mentre protegge poco o per nulla il nuovo lavoro precario, intermittente, semi-autonomo. 2. I nuovi modelli organizzativi richiedono coinvolgimento e cooperazione attiva dei lavoratori. Ma questa è difficilmente conciliabile con l'arretramento della stabilità e la minore e responsabilità sociale delle imprese. Le ristrutturazioni degli anni '90 hanno colpito anche fasce in precedenza risparmiate: quadri, impiegati, dirigenti intermedi. 3. Persiste una domanda di lavoro povero, manuale ed esecutivo, povero di opportunità di carriera. Oltre ai lavori rifiutati e devoluti agli immigrati, un indicatore inquietante è rappresentato dagli infortuni: quasi un milione nel 1996, 1.334 mortali: 3,65 al giorno, comprese le domeniche, le ferie e le festività.(dalla relazione al gruppo di studio Società civile e questione lavoro della XLIII Settimana Sociale dei Cattolici italiani) Il lavoro ha rappresentato nel '900 un luogo fondamentale di integrazione sociale, di ampliamento della cittadinanza, di costruzione della società civile. Questo almeno in due sensi: la partecipazione al lavoro ha fornito a moltitudini di persone la possibilità di fare esperienze di socialità e di crescita soggettiva; nei luoghi di lavoro e intorno al lavoro si sono formate esperienze associative e mutualistiche che hanno contribuito allo sviluppo della società civile e della vita democratica, collocandosi in un ambito di mediazione tra gli individui-lavoratori e le istituzioni propriamente politiche. 1. Il lavoro come via individuale alla promozione Negli ultimi anni, si può affermare che il lavoro ha visto erodersi la sua dimensione collettiva e politica, di luogo di costruzione di alleanze e solidarietà allargate. La frammentazione e la diversificazione del mondo dei lavori rende più difficile del passato identificare interessi e progetti condivisi. Viceversa risulta esaltata la valenza del lavoro, come via per l'affermazione individuale, la mobilità e l'integrazione sociale (cittadinanza compresa). Basti pensare alla densità di significati esistenziali associati al denaro onestamente guadagnato per un adolescente ("mi pagano, dunque valgo"), ma anche per un padre di famiglia che si vede confermato nel suo ruolo di breadwinner; oppure al valore che per un immigrato ha il lavoro, il risparmio, la possibilità di aiutare economicamente i familiari. Di qui discende la frustrazione di chi non trova lavoro, anche al di là dei bisogni economici, nonché il rischio del "lavorismo", della perdita di altri significati e dimensioni dell'esistenza (la festa, il riposo), per chi invece dal lavoro è assorbito. La famiglia non è un ambito separato, ma strettamente intrecciato con questa dinamica. L'allentamento delle solidarietà allargate è stato compensato dalla ripresa delle solidarietà "corte": nella ricerca del lavoro, nella compensazione dei redditi, nella nuova importanza dell'imprenditoria familiare. Ma questo squilibrio del sistema sociale verso le solidarietà informali crea nuove disuguaglianze, conflitti tra le solidarietà, sovraccarico delle stesse reti familiari (gli adulti devono lavorare di più, per compensare il difficile inserimento dei giovani), iper-protezione e difficoltà nel conseguimento dell'autonomia per i giovani. 2. Alcuni fenomeni rilevanti Accennerei ad alcuni fenomeni leggibili in questa chiave, di nuova centralità del lavoro come via individuale alla promozione sociale: - l'iperpartecipazione al lavoro dei maschi adulti: gli orari reali non diminuiscono, nonostante i progressi contrattuali. Nella grande industria, fatto 100 l'orario contrattuale e l'orario di fatto del 1980, nel 1994 il primo valore è sceso a 96,7, mentre il secondo è salito a 105,3. L'orario di lavoro di fatto resta da anni immutato sopra le 40 ore settimanali (senza contare secondi e terzi lavori). Con la nascita dei figli, i padri lavorano di più fuori casa, per soddisfare le accresciute esigenze di reddito. Il tempo libero dell'uomo adulto con due figli è stimato in 4 ore al giorno, domenica inclusa. - il sovraccarico delle donne sposate: al lavoro extradomestico si somma quello invisibile, non retribuito e non riconosciuto svolta nell'ambito familiare. Le donne occupate sono oltre 7 milioni (3,9 milioni al Nord), pari al 35% del totale. Il part-time resta poco accessibile, nonostante recenti progressi: anche il lavoro femminile è a tempo pieno. Ma non va dimenticato che le donne non lavorano, tendono a non dichiararsi più casalinghe, bensì "disoccupate", anche nel Mezzogiorno: aspirano anch'esse a partecipare al lavoro. Per le donne, i bilanci-tempo, tra lavoro retribuito e lavoro familiare, sono ancora più compressi. Con il matrimonio, il tempo impiegato nel lavoro domestico cresce di oltre tre ore; e ogni figlio comporta un'ora di lavoro domestico in più. Il tempo liberto scende a tre ore. - l'importanza persistente del lavoro autonomo (28% degli occupati in Italia, 8,8% negli USA), anche come modello culturale, meta a cui tendere (anche nella cultura dei giovani e di molti lavoratori dipendenti), orizzonte familiare, parametro di riferimento per scelte culturali e politiche. In un paese in cui la mobilità sociale è difficile, il lavoro autonomo ha offerto la principale opportunità di promozione alle classi subalterne - la nuova dicotomia tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, e la svalorizzazione di quest'ultimo. La forbice delle differenze retributive si è riaperta, penalizzando i lavori operai e manuali, e in generale le fasce più deboli del mercato del lavoro. Il problema si accentua se si considera l'innalzamento dei livelli di istruzione, che significa maggiore competitività, ma anche maggiore selettività. Un tipico fenomeno è l'incongruenza di status dei diplomati: i livelli di istruzione sono cresciuti (quasi il 60% dei giovani arriva al diploma), ma il lavoro disponibile è spesso mediocre e povero di opportunità di miglioramento. Anche la scarsa mobilità del lavoro sul territorio (solo una parte dei disoccupati accetta di trasferirsi in altre regioni) risente di questo fenomeno, oltre che delle problematiche abitative. Questo contribuisce a spiegare la resistenza verso certi lavori, come pure l'inserimento degli immigrati stranieri nelle occupazioni manuali ed esecutive (180.000 avviamenti nel 1998, senza contare gran parte del lavoro domestico). 3. Sul versante della domanda Di fronte a questa domanda di identità e di integrazione attraverso il lavoro, la risposta del sistema economico è contraddittoria. 1. La stabilità del lavoro declina, specialmente per i nuovi arrivati. Il mercato del lavoro italiano, se si eccettua il sistema pubblico, ha livelli di mobilità paragonabili a quelli americani. In bu

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