UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Schiavi del lavoro o liberi nel lavoro? Omelia nella Festa di S. Giuseppe Lavoratore

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21 Ottobre 1999

e fa un'immagine vive di Dio! 2. Ci sembra normale o ci siamo addiritt ura assuefatti ormai alla dura legge del tagliare posti di lavoro per salvarne altri. Ma guai a chi taglierà un solo posto di lavoro oltre il necessario!. Guai a chi sacrificherà il lavoro per la sua incapacità a vedere o per il suo rifiuto ad osare quel che occorre per far crescere il lavoro! 3. Sappiamo che il lavoro ben fatto, compiuto con impegno e con amore, produce ricchezza e genera altro lavoro. Guai allora a chi, avendo un "posto", non lavorerà bene o non lavorerà affatto, divenendo peso per gli altri e negando al "fratello" oggi e al "figlio" domani il lavoro che dal suo potrebbe venire loro! Preghiamo tutti il Signore, ricco di misericordia, per il mondo del lavoro, perché quanti a vario titolo vi appartengono non abbiano paura ad affrontare la fatica della conversione. Solo così sarà loro data la gioia di un lavoro veramente libero e arricchito della grazia di Dio.Carissimi fratelli e sorelle appartenenti al grande mondo del lavoro,
il Vangelo ora ascoltato ci ha fatto rivivere quel momento di particolare gravità che ha coinvolto san Giuseppe, allorquando si è trovato di fronte ad una drammatica scelta nei riguardi di Maria, sua promessa sposa: accettarla, ma con una gravidanza di cui non era affatto corresponsabile, oppure ripudiarla. Proprio in questa situazione, scrive l'evangelista, "ecco che gli appare in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati" " (Mt 1, 20-21). E' dunque a Giuseppe, come padre di fronte alla legge, che tocca imporre il nome al figlio. Il nome è Gesù, e Gesù significa - come lo stesso angelo spiega - colui che salva il popolo dai peccati, colui che libera gli uomini dal male più radicale che li può colpire, il male morale e spirituale. In realtà, la missione di Gesù consiste proprio in questa straordinaria opera di liberazione. E' lui stesso ad affermarlo nella sinagoga di Nazaret, quando dice che nella sua persona viene portato a compimento l'annuncio dell'antico profeta Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione... per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4, 18-19). Proprio con queste parole il Papa ci invita a ritrovare anche il contenuto centrale e qualificante del Giubileo del 2000. Così, ormai alla vigilia di questo grande evento di grazia, diventa spontaneo per noi domandarci in che senso il Giubileo può interessare il mondo del lavoro. Sì, il Giubileo lo interessa, perché anche questo mondo ha i suoi mali dai quali dev'essere salvato, ha le sue schiavitù dalle quali aspetta di essere liberato. Cristo, colui che solo salva pienamente e libera veramente, ha qualcosa da dire e da dare al mondo del lavoro: anche oggi, soprattutto oggi. Egli stesso è stato un lavoratore, egli stesso ha voluto essere educato da Giuseppe alla fatica e alla gioia del lavoro. E, lavorando con lui, il padre deve aver in qualche modo intuito che proprio questo giovane, il Figlio di Dio fatto uomo, attraverso l'esperienza quotidiana di un lavoro compiuto con impegno e in obbedienza al disegno di Dio, inseriva nel lavoro umano un significato nuovo e inedito, un significato superiore: Gesù salvava e liberava la realtà del lavoro, anzi la rendeva fonte e forza di redenzione e di libertà vera.
Un lavoro appesantito da tante schiavitù
Quali sono le schiavitù proprie del mondo del lavoro dalle quali Cristo ci può e vuole liberare? Sono numerose e talvolta assai pesanti. Ne ricordiamo alcune, tra le più importanti e insieme tra le più comuni.
La disoccupazione Iniziamo dalla schiavitù della disoccupazione, ossia del lavoro che manca o che si teme di perdere: e questo per un numero fortemente elevato di persone. Non è certo esagerato parlare della disoccupazione nei termini di una schiavitù, perché la mancanza di lavoro priva l'uomo di quella libertà che è essenziale per l'affermazione della propria dignità e vocazione, perché lo ostacola nella formazione o nella conservazione di una famiglia, perché lo espone a molteplici tentazioni pur di sopravvivere... Ci riferiamo qui a quella disoccupazione che potremmo chiamare "legale", nota a tutti e che sta alla luce del sole. Non possiamo però nasconderci che la nostra società presenta anche, sia pure in misure non sempre facilmente documentabili, fenomeni che sembrano combattere la schiavitù della disoccupazione, come sono il lavoro nero e il doppio lavoro, ma che in realtà, senza dire dei loro evidenti aspetti di ingiustizia e di mancata solidarietà, finiscono per rendere più difficile la già faticosa soluzione del problema disoccupazione.
La remunerazione inadeguata Accenniamo ad un'altra forma di schiavitù che pesa sul mondo del lavoro: è la schiavitù di un lavoro non adeguatamente remunerato, talvolta pagato con salari da fame. Lasciate che il mio pensiero vada agli immigrati extracomunitari, presenti nella nostra città e regione. Mi riferisco, in particolare, a non poche donne impegnate come "colf" nell'assistenza domiciliare alle persone anziane. Ora sappiamo tutti che gli immigrati, quando sono "regolari", hanno precisi diritti anche nell'ambito del lavoro e quindi, più specificamente, nell'ambito della retribuzione lavorativa. Ma che ne è di loro, anche presso di noi, quando non sono sostenuti e protetti da qualche forma di cooperazione, ma esposti all'arbitrio del più forte, tentato di sfruttare situazioni di grave indigenza personale o/e familiare? Una forma di schiavitù in qualche modo simile a quella ora ricordata ma ancor più avvilente è il dramma dei bambini lavoratori. Sì, di dramma si deve parlare, se è vero che si stima assommino, nel mondo, ad almeno 250 milioni e, in Italia, circa 300 mila. Questi bambini sono veri e propri schiavi, forzati della sopravvivenza individuale e familiare. Sono, queste, situazioni a noi del tutto estranee, oppure in qualche modo tristemente presenti anche nel nostro territorio?
La partecipazione non pienamente "umana" al lavoro Su un'altra schiavitù attiro l'attenzione, quella di un lavoro non vissuto secondo le esigenze di una partecipazione consapevole e responsabile. E' questo un punto di grande importanza, che purtroppo spesso viene trascurato, mentre esige una più abituale e accurata riflessione. Infatti, se dobbiamo insistere giustamente sulla "occupazione", dobbiamo insistere ancora di più sul "lavoro umano", ossia sulla "umanità" di cui dev'essere arricchito il lavoro della persona. Il lavoro è veramente umano quando è cosciente e responsabile, espressione della "soggettività" del lavoratore, come dice il Papa nell'enciclica Laborem exercens, e non espressione di un puro strumento tecnico o di una macchina inanimata. Per questo lo stesso Papa insiste con grande forza sulla risorsa uomo, come scrive nell'enciclica Centesimus annus: "Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro" (n. 32). In altri termini è in questione il "senso" del lavoro. L'uomo, come ha bisogno di scoprire un "senso" nella sua vita, così ha bisogno di scoprire un "senso" anche nel suo lavoro. Che senso ha il lavoro per se stessi, per la propria famiglia, per la società, per il futuro del mondo? Riesce, il lavoro, a creare situazioni di giustizia, di solidarietà, di libertà, di autentico benessere per tutti? Come si guarda abitualmente il lavoro: nell'esclusiva prospettiva del guadagno o in quella dei valori da vivere e della realizzazione di sé? Sembra comunque di dover rilevare che nella complessità tipica dell'attività economica e industriale di oggi il "senso" tende a mancare o, se c'è, non è così immediatamente percepibile: potrebbe essere facilmente colto solo se l'imprenditore e il dirigente si facessero carico prima di cercarlo per sé e di viverlo e poi di schiuderlo alla "comunità dei lavoratori", offrendo loro notizie, informazioni, "visioni" magari, che permettano di individuare il "senso" dell'impresa, della comune avventura, i suoi obiettivi, le sue difficoltà e possibilità. Proprio come scrive il Papa nell'enciclica Centesimus annus: "Scopo dell'impresa non è soltanto la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società" (n. 35). Questo comporta l'aprirsi, il rinunciare al potere che risiede nello "scrigno dell'informazione": ma non è forse proprio questo che Dio esige da chi ha delegato a gestire un frammento della sua creazione? Sempre nel contesto di un lavoro che dev'essere umano e quindi più attento al rapporto con gli altri, si deve registrare, in termini negativi, una non piccola caduta del senso di solidarietà nel mondo del lavoro, sia nei rapporti tra le diverse aziende sia nei rapporti all'interno della stessa azienda: ognuno fa per sé, per paura di perdere lavoro e di essere scavalcato o emarginato. E così si passa, talvolta, da un senso di indifferenza a un senso di estraneità o addirittura di conflittualità nei rapporti tra persone che lavorano gomito a gomito.
Un lavoro fine a se stesso Ancora un'altra schiavitù appesantisce il modo concreto di lavorare da parte di non poche persone: è la schiavitù di un lavoro fine a se stesso, ossia di un lavoro che mira esclusivamente al profitto economico, in un processo inarrestabile e crescente. Non si nega, certo, che il lavoro possa e debba puntare alla produzione di un benessere anche economico, tra l'altro perché la ricchezza acquisita diventi fonte di ulteriori investimenti. Ma ciò che deve dirsi inaccettabile è di fare del massimo arricchimento un vero e proprio idolo al quale sacrificare ogni altro valore ed esigenza della persona. E' una tentazione, questa, che insidia indistintamente tutti, anche se con modalità e in proporzioni diverse: l'imprenditore, il dirigente, l'impiegato, l'operaio.
Com'è diversa, invece, e veramente liberante la verità evangelica: non è l'uomo per il lavoro, ma è il lavoro per l'uomo!. Il lavoro dunque non è un fine, tanto meno un fine assoluto. E' un mezzo al servizio di tutti i valori e di tutte le esigenze dell'uomo, da quelle materiali a quelle morali e spirituali. La riascolto sempre con stu pore e inquietudine la parola provocatoria di Gesù: "Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?" (Mc 8, 36).
Un lavoro laicizzato e profano Un'ultima schiavitù del mondo del lavoro vorrei ricordare, rivolgendomi in particolare ai lavoratori e alle lavoratrici che hanno il dono della fede: è la schiavitù di un lavoro laicizzato e profano. Come si sa, i cristiani sono chiamati dalla loro fede a vedere nel lavoro di ogni giorno non una qualsiasi realtà terrena e temporale che nulla ha a che fare con la loro sequela di Cristo, bensì la strada ordinaria per vivere l'amore sino alla sua perfezione, sino alla santità. Infatti, il cristiano cresce nella fede proprio nel lavoro e attraverso il lavoro, perché in tal modo egli obbedisce al comando del Creatore, partecipa con la sua fatica e sofferenza alla passione redentrice del Signore Gesù, contribuisce - ponendosi al servizio degli altri nella carità - alla costruzione di una convivenza umana più giusta, più libera e solidale. I cristiani non possono non interrogarsi su questa facile e diffusa dicotomia o separazione tra la fede e il lavoro quotidiano: è un indice preoccupante di una secolarizzazione che è penetrata anche in un settore così determinante della vita, come è il lavoro, derubandolo di quei significati di grazia e di santificazione che Cristo ha donato agli uomini anche mediante il lavoro della sue mani a Nazaret nella bottega di Giuseppe.

Responsabili di fronte a un lavoro che attende di essere liberato
Gesù Cristo non si limita a liberare il mondo del lavoro dalle sue molteplici schiavitù e ad arricchirlo di nuovi significati, ma chiede che anche noi collaboriamo con lui in questa grandiosa opera di liberazione. Siamo così chiamati a convertirci, a modificare il nostro lavoro, ad assumerci le nostre responsabilità. Ancora una volta ci restringiamo a segnalare alcune fondamentali responsabilità di fronte a un lavoro che attende di essere liberato.
La responsabilità politica Iniziamo dalla responsabilità propriamente politica. Diventa sempre più necessario che la politica sappia veramente "pensare e operare in grande", capace quindi di affrontare il lavoro come questione prioritaria e decisiva in rapporto allo sviluppo complessivo del Paese e più radicalmente in rapporto all'affermazione della dignità umana delle persone. Ciò esige che la questione lavoro rimanda al di fuori di quella indebita "politicizzazione" che considera i problemi sotto l'angolo così angusto dei più vari interessi di parte. Rientra sempre nella responsabilità politica, soprattutto nell'attuale quadro della globalizzazione economica e finanziaria, di guidare e regolare la complessissima attività di mercato, specie da parte di realtà sempre più minoritarie e forti, senza divenirne succube. E' comunque assolutamente chiara e valida per tutti l'esigenza etica che il mondo del lavoro non va asservito per il privilegio di pochi o di pochissimi, ma va servito per il bene di tutti. Solo così si potrà, da parte della politica, dimostrare un reale amore alla polis, nella sua dimensione sia nazionale che internazionale.
La responsabilità imprenditoriale Ricordiamo ora un'altra responsabilità, quella imprenditoriale. E' senz'altro da riconoscersi l'impegno, in condizioni non sempre favorevoli, di non pochi imprenditori, grandi e piccoli. Siamo anche sicuri che tale impegno continuerà. Ma come non avvertire, nelle stesso tempo, la singolare urgenza di un impegno che sia ancora più deciso e coraggioso? E questo non solo per "creare" nuovi posti di lavoro, ma anche per "sviluppare" un lavoro sempre più umano, ricco di senso, di partecipazione e di solidarietà. Ci sono ancora nella nostra Città e Regione tante risorse e potenzialità che domandano di essere sprigionate e valorizzate, giungendo a far sì che ogni lavoratore diventi, in qualche modo, imprenditore di se stesso.
La responsabilità sindacale Sempre vigile dev'essere la responsabil ità sindacale. In un contesto segnato da una sempre più diffusa indifferenza se non addirittura da una vera a propria disaffezione, è da riaffermare l'insostituibilità della funzione sindacale. E' necessario però che il sindacato sappia rileggere i suoi compiti nella realtà storica attuale, quasi riscoprirli e rifondarli. Il sindacato infatti è chiamato, nel quadro delle sue specifiche competenze, ad essere "coscienza critica" dello stesso potere politico: non tanto in senso conflittuale, come lo poteva essere in tempi passati; quanto piuttosto come giusta "pressione" su tale potere, e questo in continuità e in tempo reale. I sindacati devono sentire la responsabilità di riflettere sulle "nuove" condizioni che l'attuale situazione sociale e culturale pone per creare e valorizzare posti di lavoro, e quindi di trovare "nuove" strade di intervento. Così, ad esempio, di fronte al fenomeno della globalizzazione economica il sindacato dovrà cercare collegamenti e strutture sovranazionali per assicurare la tutela dei lavoratori. Nello stesso tempo non ci nascondiamo l'esistenza di qualche problema: non si corre talvolta il rischio che gli stessi sindacati, seguendo una "loro" logica in qualche modo intoccabile, vogliano mantenere a ogni costo determinate posizioni che alla fine potrebbero non costituire un reale servizio ai lavoratori stessi e alla società?
La responsabilità educativo-culturale Ricordiamo infine la responsabilità educativo-culturale. Anche questa è una vera e propria responsabilità di cui ha grande bisogno il mondo del lavoro, forse oggi in un modo particolare. In realtà, mentre si parla spesso di educazione, poco si parla di educazione al lavoro. E' urgente invece sviluppare una vasta e capillare opera educativa proprio in riferimento specifico al lavoro, al suo "senso" per la vita dell'uomo. Certo, esiste il diritto e il dovere al lavoro ma "come" lavorare e "perché" lavorare? Sono domande che vanno provocate e alle quali va data r isposta, se si vuole che il lavoratore realizzi veramente i significati umani e cristiani del lavoro. Se tutti riconoscono la necessità della cosiddetta "formazione professionale", si deve rilevare come questa, al di là dei limiti abitualmente ricordati, finisca per esaurirsi negli aspetti più immediatamente tecnici, lasciando ai margini o sacrificando gli aspetti più decisamente umani, morali e spirituali. Proprio perché la responsabilità educativo-culturale riguarda il contenuto più importante del lavoro umano, ossia il suo "senso" nel complesso dei valori e delle esigenze della persona, le comunità cristiane non possono affatto essere assenti e inoperose. E' loro compito, e in esse è anzitutto compito dei sacerdoti, inserire la questione del "senso umano e cristiano" del lavoro nella concreta vita di fede e nell'azione pastorale ordinaria. Sì esiste il Vangelo del lavoro, una visione nuova e originale del lavoro che viene dalla Parola di Dio e dalla fede. E la Chiesa nelle sue componenti e realtà, lo deve annunciare a tutti e ad esso deve educare i cristiani.

Nel Signore la gioia di un lavoro veramente libero
Abbiamo parlato del significato del Giubileo per il mondo del lavoro: appesantito da tante forme di schiavitù, questo mondo è chiamato a sperimentare, camminando sulla strada della conversione e del cambiamento di vita, la libertà che viene da Gesù Cristo redentore dell'uomo e che corrisponde alle attese più profonde del cuore umano. Pensando ad alcune parole severe e coraggiose del Vangelo, in particolare ai "guai" che talvolta sono usciti dalle labbra del Signore Gesù, vorrei concludere questa omelia con un triplice forte appello. 1. Parliamo tutti e sempre della dignità personale dell'uomo. Guai a noi però, se guidando un'impresa tratteremo i lavoratori come strumenti, se non rispetteremo la dignità, se non ci soffermeremo dinanzi al "mistero" che è nell'altro uomo e che n

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