UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Programmare la formazione: un impegno fondamentale

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30 Dicembre 1998

ta avendo come ori entamento due domande di fondo: * che cosa chiedo a questo servizio che mi viene offerto (quali informazioni, con quali modalità....)? * che cosa posso offrire / cosa può offrire la mia diocesi a questo servizio?
Seguono schemi di sintesi commentate dei numeri da 21 a 24 della nota Le comunita' cristiane educano al sociale e al politico che possono essere richiesti per posta elettronica a unpsl@chiesacattolica.itlavoro a gruppi a cura di Giovanni Ponchio - Fondazione Lanza, Padova Vincenzo Ceretti - Centro Sociale Ambrosiano
1. Comunicazione introduttiva ai lavori di gruppo
Questa breve comunicazione introduce i lavori di gruppo sulla terza parte della Nota intitolata "Comunità che sanno progettare la formazione". La Nota, come ricorda il n. 19, ci propone in questa parte un possibile modello di progetto educativo, ma lo fa con lo stile discreto di chi vuole offrire un aiuto ed una indicazione alle comunità locali, non certo con la volontà di proporre modelli rigidi mortificando le esperienze e le realtà già presenti nelle diocesi. In questa direzione viene riproposta la necessità di declinare questi suggerimenti nei diversi contesti delle nostre chiese locali, individuando itinerari, metodologie e strumenti di cui avvalersi, valorizzando quindi risorse, competenze ed esperienze eventualmente già presenti. Una formazione che non voglia ridursi all'applicazione astratta di un modello deve infatti cercare di partire da ciò che già c'è piuttosto che da ciò che manca. Se partiamo da ciò che è già presente (anche se è poco) e ci disponiamo nella logica dell'ascolto e dell'accoglienza apriamo lo spazio per la valorizzazione e la crescita dell'esistente. Ecco perché il modo migliore per corrispondere a queste indicazioni è quello di verificarle concretamente con le molteplici situazioni da cui proveniamo, non tanto con lo spirito di sentirsi valutati per le cose che si sono o non si sono fatte in passato, ma con l'intenzione di trovare stimoli, provocazioni e suggerimenti per elaborare itinerari formativi congruenti con le realtà da cui proveniamo. Questo è ciò conta e non tanto la ricerca di una eventuale corrispondenza forzata, e per questo artificiale e inefficace, a modelli provenienti dall'esterno. L'indicazione di fondo che ci viene da questa terza parte della Nota non è quindi un modello rigido e precostituito semplicemente da applicare, è piuttosto un'indicazione metodologica e cioè la necessità di saper progettare i nostri percorsi formativi. A volte il termine progetto evoca facilmente concetti "duri" quali pianificazione, efficienza, rigorosità, analisi di dettagli, formalizzazione e teorizzazione delle azioni e così via. Se il punto di partenza fosse questo, il rischio sarebbe da un lato di sentire sacrificati l'entusiasmo, la creatività e la capacità di invenzione, dall'altro di sentire perennemente inadeguate le nostre proposte e i nostri progetti rispetto ad una realtà - quella sociale e politica - sfuggente e in continua evoluzione. Nulla di più facile che, date queste premesse, o non si parta mai o ci si blocchi ai primi segnali di difficoltà o di scarso successo delle iniziative. E' vero che si può progettare in molti modi diversi e con modelli organizzativi e teorici differenti, ma non è questo il punto al quale - mi pare - vuole richiamarci la Nota, piuttosto va nella direzione di un approccio alla formazione sociale e politica che sia alternativa ad improvvisazione, frammentarietà ed emotività. Progettare, in questo senso, significa sapersi porre alcune domande "prima", "durante" e "dopo" l'attività formativa. Domande quindi - vorrei ben sottolinearlo - che devono "accompagnare" e non semplicemente precedere la formazione perché non si tratta di aver la pretesa di prevedere tutto e definitivamente fin dall'inizio, per poi partire a testa bassa e a occhi chiusi capiti quel che capiti. Qualsiasi proposta che preveda un itinerario, soprattutto se articolato in più tappe e sviluppato in un arco di tempo significativo, deve invece restare sempre aperta ad interventi, modifiche, ricalibrature anche in "corso d'opera". Senza la pretesa di voler incasellare le nostre esperienze mi sentirei di suggerire cinque semplici questioni, che appunto dovrebbero accompagnare la nostra progettazione di itinerari formativi.
a) Prima di tutto: Perché intraprendere un'attività formativa di carattere sociale e politico? A questa domanda ricondurrei due esigenze. In primo luogo fare chiarezza sulle grandi finalità e sulle motivazioni di fondo che devono spingere e sostenere la nostra attività formativa. Qui ci soccorrono senza dubbio i pronunciamenti e i vari documenti del magistero e dei diversi organismi ecclesiali - anche la presente Nota - che in molteplici modi e con efficacia ci richiamano da anni all'urgenza e al dovere delle comunità cristiane di intervenire sui temi di carattere sociale e politico, in special modo in prospettiva formativa. A ciascuno di noi conoscere queste grandi finalità, ma soprattutto condividerle, farle proprie e cercare di declinarle nelle nostre realtà particolari. Da qui la seconda esigenza da porre in rilievo: tradurre le grandi finalità in obiettivi specifici, dettagliati e quindi concretamente perseguibili anche a piccoli passi all'interno delle nostre realtà locali. Quasi superfluo aggiungere che tale lavoro è forse il più delicato e faticoso, ma allo stesso tempo - come diremo ancora più avanti - anche il più importante per accompagnare le nostre proposte formative a qualsiasi livello, anche restando all'interno dei quattro suggeriti dalla Nota.
b) La seconda domanda: Chi siamo noi? Non spaventiamoci, non è la proposta di una seduta psicoanalitica, e tanto meno la ricerca di elaborazioni formali sulle nostre identità personali e collettive. E' una cosa molto più semplice e allo stesso tempo importante per l'opportunità di evitare equivoci sulla natura delle proposte formative che facciamo. Diverso è essere una realtà ecclesiale, diciamo così ufficiale (diocesi, parrocchia o ufficio diocesano), un centro di cultura socio-politica (di ispirazione cristiana e al servizio della comunità ecclesiale, ma con una autonoma organizzazione interna e quindi - in certo senso - più "libero" nella capacità di iniziativa) o ancora un gruppo informale di laici cristiani eventualmente sorto per rispondere a determinate e contingenti esigenze locali (penso a quante piccole realtà nascono in vista, per esempio, di questioni di carattere amministrativo). Chiarire "chi si è" vuol, dire allora riconoscere che la comunità ecclesiale assume certe finalità e certi obiettivi, dando luogo a determinate iniziative, ma riconosce anche che queste proposte non pretendono di esaurire il compito di accompagnare all'impegno sociale e politico e che sono necessari interventi di diverso genere ai quali devono però concorrere soggetti e promotori diversi dalle parrocchie o dalle diocesi, soggetti che eventualmente chiamino in causa più direttamente l'autonoma responsabilità dei laici e quindi la presentazione di competenze di carattere più tecnico, politico e anche amministrativo.
c) La terza domanda: A chi ci rivolgiamo con le nostre iniziative? E' intuitivo che gli interlocutori siano determinanti nel calibrare le proposte, ma è anche vero che spesso la tentazione è di "sparare nel mucchio" cercando di raggiungere più gente possibile e in modo indifferenziato per avere risposte numericamente significative. Se questo è possibile, pensando a classici interventi sul modello della conferenza, tuttavia non dobbiamo dimenticare che pensando ad itinerari formativi più articolati è sicuramente vantaggioso cercare di precisare il profilo dei destinatari che vogliamo raggiungere. Per due ragioni: la prima è che questo consente di orientare contenuti, metodi e strumenti formativi (diverso è rivolgersi ad un giovane studente universitario e ad un sessantenne con trent'anni di vita politica e amministrativa alle spalle), la seconda ragione è che precisare gli interlocutori da raggiungere, insieme alla chiarezza sugli obiettivi che abbiamo ricordato prima, consente di verificare meglio gli esiti della formazione che promuoviamo.
d) La quarta domanda: Che cosa proponiamo e come lo proponiamo? Non credo di peccare di ottimismo dicendo che, a questo punto, individuare oggetti di lavoro, contenuti, temi, iniziative, tempi e metodi più opportuni per proporli diventi un passaggio quasi naturale. Un passaggio naturale non perché noi si debba essere tuttologi o esperti formatori in grado di rispondere ad ogni necessità, ma perché saremmo ormai in grado di formulare in modo più preciso le nostre esigenze attingendo a competenze esterne che sarebbero quindi di supporto ad un itinerario del quale resteremmo pienamente noi i conduttori e i responsabili. Potremmo sintetizzare quanto detto finora così: elaborare un progetto significa, per noi, avere una prospettiva entro la quale muoverci. Una prospettiva che aiuta a capire il senso delle cose che si fanno e dei fenomeni che si producono o che si incontrano. Non si può certamente chiedere ad un disegno progettuale di formazione sociale e politica di prevedere tutto, ma gli si può chiedere di aiutare i responsabili della formazione ad individuare meglio le priorità da perseguire, a formulare più coerentemente le decisioni da prendere, ma anche ad interpretare in modo non traumatico fallimenti e difficoltà che inevitabilmente si incontrano (anzi, fallimenti e difficoltà sperimentati all'interno di un progetto formativo "pensato" possono tradursi in provvidenziali occasioni che stimolano la creatività e la capacità di innovazione di chi fa formazione). Parlare di progetto significa quindi, nel nostro contesto, elaborare itinerari dinamici e aperti, percorsi graduali e a tappe, anche brevi, che sappiano accompagnare, in fasi diverse, la maturazione e gli impegni delle persone senza perdersi per strada e contemporaneamente senza assolutizzare le eventuali esperienze positive.
La Terza parte della Nota, sulla quale ci è richiesto di lavorare, fa appunto uno sforzo per suggerire un plausibile progetto formativo diocesano strutturato su quattro livelli definiti individuando differenti obiettivi, e quindi, di conseguenza, diversi destinatari, e diverse proposte partendo da una pluralità di soggetti promotori delle iniziative di formazione. Tradurre nelle nostre realtà locali questa proposta non significa applicare uno schema, ma piuttosto verificare quali obiettivi siano realmente perseguibili e da parte di quali promotori. Quali interlocutori e destinatari abbiamo a disposizione e quindi quali iniziative e a quale livello riteniamo concretamente proponibili. Il problema non è quello di riversare meccanicamente tutti i livelli proposti, ma per esempio, se si vuole proporre una SFISP preoccuparsi non solo di "confezionarla" bene. individuando temi, tempi, metodi e relatori efficaci, ma inserire questa iniziativa in un progetto diocesano che non dimentichi l'urgenza di una più larga ed efficace formazione di base sulle questione sociali e politiche e non sorvoli sulla necessità di accompagnare e sostenere coloro che già sono impegnati in campo politico. E' ancora all'interno di questa capacità progettuale che si colloca la scelta di una metodologia didattica aggiornata ed efficace. La Nota - giustamente - non entra nel merito di proposte specifiche, suggerisce esemplificazioni tematiche, ma non dà indicazioni sulle modalità di proposta. Negli anni passati più volte, in occasione di questi convegni nazionali, ci siamo soffermati sulla questione metodologica e se una conclusione è possibile trarla questa va proprio nella direzione che riconosce alla concretezza delle singole situazioni la scelta dei metodi più appropriati. Lezioni frontali, lezioni attive, gruppi di lavoro, giochi di ruolo o simulazioni rappresentano una pluralità di approcci e di proposta delle questioni attinenti il sociale e politico nessuna delle quali può essere assolutizzata. Ancora una volta saranno i concreti obiettivi che abbiamo formulato e i precisi interlocutori della formazione che avremo dinnanzi a dettare un approccio metodologico piuttosto di un altro. La pluralità e la variabilità degli strumenti formativi significa riconoscerne onestamente i limiti, ma anche saperne valorizzare, al momento opportuno e nel contesto opportuno, le migliori potenzialità.
e) Infine una quinta domanda: Qual è l'esito delle nostre iniziative? Sembra una domanda banale ma saper progettare significa anche, come ci ricorda la Nota al n. 18, saper verificare con coraggio le proposte che abbiamo realizzato e non solo sotto il profilo della risposta numerica dei partecipanti. Uscire dalla frammentarietà e dalla improvvisazione, dando una prospettiva alle nostre iniziative, vuol dire prevedere in ogni caso un momento di valutazione dei risultati. E questo, in linea generale significa individuare il rapporto tra gli obiettivi desiderati - ecco perché è importante averli chiaramente formulati - e gli obiettivi effettivamente raggiunti dalle nostre proposte. E' un rapporto che viene dato da una riflessione immediata sull'efficacia di temi, metodi, tempi utilizzati per la formazione, ma che deve tenere conto anche degli esiti - questi meno immediati da registrare - dei processi formativi sui partecipanti, pochi o tanti che siano, e (perché no?), anche sul contesto sociale e politico nel quale quei processi sono stati proposti. In ogni caso un'azione di verifica autentica non si traduce mai in un atto di totale assoluzione o di totale condanna, verificare significa sempre riorientare e precisare gli itinerari, esito quanto mai indispensabile quando si ha a che fare con un sfera così complessa e sfuggente qual è quella della dimensione pubblica (sociale e politica) della vita umana.
2. I lavori di gruppo Lo stile della verifica è anche quello che suggeriamo per i lavori di gruppo di questo pomeriggio. Avete a disposizione quattro schede che propongono in forma schematica i quattro livelli formativi suggeriti dalla Nota. Su ciascuno di questi livelli suggeriamo di lavorare cercando di verificare qual è la concreta e reale situazione delle nostre singole diocesi e, in questo senso, trovate alcune tracce per la riflessione che ruotano attorno all'analisi della situazione attuale, alla individuazione dei problemi aperti e alla formulazione di ipotetiche prospettive di lavoro. Per preparare i lavori di gruppo suggeriamo di dedicare i primi dieci minuti alla compilazione della scheda che propone in forma sinottica i quattro livelli. Su questa scheda trovate solo l'indicazione degli obiettivi generali per ogni livello (sono gli obiettivi che propone la Nota); compilate le parti relative a destinatari, proposte e promotori pensando a quanto effettivamente si è fatto o si sta facendo nelle vostre diocesi; può già essere un utile momento personale di verifica e può fornire elementi per la condivisione nei gruppi. I gruppi sono stati formati per aree geografiche omogenee, pensando di favorire la realizzazione dei coordinamenti regionali che vengono suggeriti dal n. 20 della Nota. Questi coordinamenti dei responsabili delle iniziative di formazione sociale e politica delle diocesi dovrebbero promuovere in modo permanente scambi di idee, di esperienze, di materiali e di iniziative. In questo senso i lavori di gruppo di oggi pomeriggio potrebbero svilupparsi in modo sommario o anche solo parziale (per esempio approfondendo la riflessione su uno solo dei livelli), l'auspicio è che la proposta formativa della Nota e gli strumenti di lavoro che vi sono stati messi a disposizione possano, eventualmente, costituire anche l'oggetto di opportune convocazioni di questi coordinamenti da farsi in sede regionale nel prossimo anno. In ordine a favorire la comunicazione tra le realtà locali, consentire un più agile scambio di esperienze e materiali anche tra realtà distanti, oggi pomeriggio presenteremo un progetto di inserimento delle SFISP sulla rete Internet. Il dott. Ponchio ci illustrerà un'ipotesi di sviluppo del sito dedicato alle Scuole di formazione utilizzando come chiave di lettura la ricerca di informazioni sul tema dei diritti umani che è stato l'oggetto del nostro convegno di questi giorni. Nei gruppi vi chiediamo di discutere della proposta che viene fat

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