UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Presentazione della sintesi dei lavori di gruppo

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21 Ottobre 1999

mondo del lavoro e con le forze attive. Il tutto andrebbe sperimentato a partire da alcune realtà pilota, per poi esser e lanciato su tutto il territorio della diocesi coinvolgendo attivamente il clero e i laici sulle proposte che sono state sperimentate. Per quanto riguarda le attività si è detto innanzitutto di cominciare da proposte che siano concrete. Non si tratta di partire subito con grandi idee, ma con proposte concrete quindi semplici, direttamente fruibili, che non siano complicate da spiegare e da mettere in atto. Soprattutto proposte complete, cioè che siano anche supportate da un servizio che le attui. Possono essere proposte di aggiornamento del Clero, proposte di avvio di contatti esterni, di mandare persone a fare esperienze in altre diocesi, o in altre realtà che già lavorano, proposte di sussidi, di percorsi, di interventi per quanto riguarda la disoccupazione, l'orientamento e la formazione. La cosa importante è che tutto questo sia accompagnato da segnali di speranza in una realtà che spesso vive sfiduciata il problema del lavoro e della testimonianza cristiana nel lavoro.

* GRUPPO TEMPO LIBERO
Il nostro gruppo era composto di giovani di Brescia, Genova, Lecce, Roma e Rimini. Sono emerse subito varie differenze sul rapporto dei giovani lavoratori con il tempo libero.
All'inizio abbiamo approfondito la meta: riuscire a fare del tempo libero un tempo liberato, per la realizzazione del progetto di sé. Questo avviene, con il contributo degli animatori, attraverso la valorizzazione di ciò che è già esistente nei ragazzi, nel rispetto delle loro tappe di crescita, nella valorizzazione dell'accoglienza, della disponibilità, centrando il discorso sul valore e sull'importanza del tempo, di tutto il tempo della loro vita. Portare i giovani a scoprire le proprie doti e i propri doni, per giungere ad una visione positiva di se stessi. La metodologia da usare consiste nel confermare il positivo, valorizzando ciò che hanno fatto e detto; far emergere e sviluppare quel senso immediato di solidarietà che è presente nei giovani aiutandoli a prendere coscienza di questo attraverso delle esperienze concrete e portandoli, piano piano, ad assumersi la responsabilità di se stessi e della loro vita.
Le linee di spiritualità da approfondire sono: Dio ha fiducia in te e ti ama anche nel tempo libero, perché - l'immagine è tratta Isaia 46, 16 - il tuo nome è scritto sulle palme delle sue mani. Il giovane ha doti e capacità che Dio gli ha dato; possiamo vederle come tanti colori con i quali colorare il mondo perché Dio gli dà fiducia. Abbiamo cercato di esprimere questo nel cartellone. Su questo è stato disegnato un omino in tuta blu, un operaio. L'idea di fondo è che tante volte noi vogliamo imporre agli altri le nostre idee. Non so se avete presente il film "Mediterraneo"; quando la guerra finisce e Abatantuono, resosi conto di ciò, dice: "Andiamo, andiamo, c'è una terra da rifare". Il gruppo parte e torna in Italia perché c'è questa terra da rifare. Dopo un po' di tempo, però, ritorna nell'isola di prima, dove uno gli domanda: "Come mai sei tornato?" e lui risponde: "Volevano fare tutto loro!". Questo è il rischio che si corre quando si fa animazione, quando si cerca di coinvolgere le persone, cioè pensare o dire a parole che si vogliono coinvolgere gli altri e invece si rischia di riempire gli altri con i nostri colori. Possono essere magari quelli giusti, ma sono i nostri e non sono i loro. Perciò ci sembrava bello riassumere che, non solo nel tempo libero ma in tutta la sua vita, il giovane lavoratore i colori li ha, diamogli dunque la possibilità, aiutiamolo a colorare questo mondo con i suoi colori. Infine, la mano rappresenta la mano del Padre che sostiene il giovane operaio, il lavoratore. Al giovane che lavora è data la possibilità di esprimere il progetto che il Padre ha su di lui, mentre a noi è dato il compito di aiutare a scoprire questo progetto che il Padre ha su ciascuna persona. Al giovane è affidato il compito di colorare il mondo con le sue risorse, che sono appunto i colori, senza essere solo, perché il Padre lo sostiene, gli dà fiducia, e noi dobbiamo essere questo strumento del Padre per dare fiducia al giovane che lavora.

* GRUPPO SOLIDARIETÀ NEL LAVORO
La nostra prima riflessione è stata quella di vedere se eravamo d'accordo sulla meta, sull'obiettivo datoci: quello di creare dei sindacalisti. Ci siamo detti, come prima riflessione, che probabilmente il cammino che si può fare con dei giovani lavoratori può portare a crescere nella responsabilità al punto tale che alcuni probabilmente faranno i sindacalisti, però non abbiamo dato per scontato che questo dovesse valere per tutti.
Abbiamo fatto poi l'analisi delle nostre esperienze, ci siamo confrontati, raccontando ciò che abbiamo vissuto incontrando dei giovani lavoratori. Possiamo racchiudere queste esperienze con ciò che è scritto sul cartellone: forte bisogno di relazione. Quindi nell'esperienza di lavoro, il primo elemento caratterizzante che ha una sua centralità è il bisogno di relazione, al punto tale che se la dinamica delle relazioni non funziona, alcuni sono disposti anche ad andare via, a cambiare la propria esperienza. E' emerso, poi, il discorso delle relazioni leggere e ci siamo interrogati su quali cause e con quali conseguenze si determinano? Prima di tutto, tra le cause che determinano le relazioni leggere, c'è la provvisorietà, cioè il fatto di cambiare continuamente la propria esperienza di lavoro. Nel nostro gruppo in due, all'età di 27-28 anni, erano giunti già al sesto lavoro. Questo dato offre un'idea del fatto che non c'è un'esperienza di continuità anche nella relazione con i propri colleghi e con il proprio datore di lavoro. Si aggiungono, poi, l'individualismo o soggettivismo, cioè il fatto che prevale la dimensione soggettiva rispetto a quella collettiva, e il discorso delle condizioni di lavoro in termini oggettivi, cioè il come alcune esperienze di lavoro sono caratterizzate (officina dove si utilizzano le cuffie, posti di lavoro a distanza, posti di lavoro dove si lavora davanti al computer o ci si deve spostare continuamente) impedendo di fatto le relazioni significative e continue.
Rispetto alle conseguenze, un primo elemento è la solitudine; molti di noi e dei ragazzi che incontriamo, infatti, vivono da soli l'esperienza di lavoro, sia nella fase d'ingresso al lavoro e sia quando ci sono dei problemi. Un altro elemento è la strumentalizzazione rispetto alla relazione, sia rispetto al sindacato, sia rispetto al mondo degli adulti. In generale si è notato la fatica a inserirsi nel mondo del lavoro, a farsi accettare, ad entrare in relazioni che siano significative e non solo di bisogno. Infatti, quando i giovani hanno bisogno si rivolgono al sindacato, altrimenti non riescono a superare i loro problemi; tutto questo è vissuto in termini strumentali. Infine, il non rispetto da parte del datore di lavoro, gli scontri con gli altri lavoratori, le relazioni vissute male.
Rispetto al percorso e al cammino, abbiamo puntato su una crescita nella responsabilità da raggiungere nella propria esperienza di lavoro e nella propria vita per giungere, poi, eventualmente all'impegno sindacale. Abbiamo cercato di esprimere tutto questo con tre slogan che potevano riassumere le tappe: il primo è "Sono affari miei", che racchiude il discorso dell'analisi, il secondo "Appena posso me ne vado" e il terzo "Persone in grado di cambiare il mondo". Il primo slogan "Sono affari miei" descrive la tappa del percorso nella quale ci si rende conto dell'esperienza di lavoro vissuta concretamente, quali relazioni sono in gioco. Il secondo slogan "Appena posso me ne vado" racchiude il discorso della presa di coscienza della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Ci si rende conto di che cosa si vive anche insieme agli altri, e delle conseguenze su se stessi e sulle persone con cui si lavora (il datore di lavoro e i colleghi). Abbiamo specificato tre punti di riferimento: il primo è la rilettura dell'esperienza di solidarietà già vissute, cioè come passare dalla fase in cui "mi rendo conto" a quella in cui "mi metto in gioco"; un primo passo, probabilmente, consiste nel rileggere quello che è già si sta vivendo di positivo nella propria esperienza magari insieme agli altri. Il secondo elemento è la condivisione valoriale ed etica: ciò che si scopre deve cambiare concretamente la realtà in cui si vive, attraverso l'impegno a fare delle piccole cose, anche a livello collettivo e di gruppo, che esprimano nella quotidianità i valori scoperti. L'ultimo punto di riferimento riguarda il discorso dell'accompagnamento e della testimonianza, nel senso che, se noi siamo promotori di questa fase di analisi e di piccola sperimentazione, è chiaro che il passaggio motivazionale non c'è se prima di tutto noi stessi non viviamo la dimensione di testimonianza rispetto a ciò che facciamo nel nostro accompagnamento dei giovani. Quindi con loro, prima che per loro. Infine, l'ultimo slogan "Persone in grado di cambiare il mondo" cioè la scelta di farsi carico delle situazioni di lavoro cominciando ad essere elemento trainante. Per fare ciò è necessaria una spiritualità che abbiamo chiamato della vita in grado, cioè, di collegare la propria fede con la propria esperienza di vita, in particolare con l'esperienza di lavoro e capace di presentare Gesù come modello di riferimento con il quale mi confronto o magari mi scontro in alcuni momenti.
Rispetto ai contenuti sono emerse tre cose: il discorso dei diritti e dei doveri, diritti come lavoratore e doveri nei confronti della mia esperienza di lavoro, delle cose, e delle persone; il senso della mia esperienza di lavoro e la formazione per il discernimento rispetto al lavoro.
Tra gli strumenti è emersa la necessità di spazi concreti di confronto sulle problematiche del lavoro, quindi di un'esperienza di gruppo che si confronta a livello territoriale, comunitario, di azienda, o di posto di lavoro; il far crescere l'attenzione sulle esperienze di lavoro nei gruppi specifici e anche nei percorsi e nei cammini ordinari; l'attenzione nei momenti liturgici a valorizzare l'esperienza del lavoro e di chi lavora; il tenere conto del problema lavoro nella preparazione al matrimonio e alla cresima; l'utilizzazione, negli incontri specifici, di strumenti prodotti a livello associativo; l'associarsi a gruppi specifici come ulteriore possibilità.

* GRUPPO VOLONTARIATO Abbiamo iniziato la nostra riflessione sulla parola volontariato, su che cosa potesse significare per i giovani e l'abbiamo definito come quel tempo libero da dedicare agli altri. In particolare, per il giovane lavoratore quel poco di tempo libero che gli rimane e che cerca di dedicare agli altri nonostante faccia fatica sia perché ne ha poco, sia perché non è veramente stimolato e sensibilizzato sui temi dell'aiuto e del dono agli altri. Abbiamo anche voluto sottolineare come l'esperienza del volontariato sia anche un luogo in cui si condividono delle esperienze importanti e delle relazioni di giustizia, un luogo in cui si ha una maturazione della propria identità e quindi un luogo fondamentale per la crescita del giovane lavoratore. Ci siamo resi conto che il volontariato richiede un impegno costante e ciò è un problema soprattutto per il giovane lavoratore. Crediamo che un percorso educativo, che aiuti a passare da un'esperienza di volontariato ad una vera e propria cittadinanza attiva, si ponga come meta stimolare le persone ad essere, a donare, almeno parte di se, per realizzare il regno di Dio in terra. Alcuni elementi forti della spiritualità sorreggono le mete che vogliamo raggiungere: il servizio come gratuità; la costruzione del Regno; l'incontro con l'altro che soffre; il dargli una mano ad incontrare Dio nella sofferenza; il far crescere il senso di corresponsabilità verso la realtà in cui viviamo. E necessario essere coscienti delle scelte che si fanno perché a volte, anche chi fa volontariato, non è consapevole del cambiamento che la sua azione provoca nel territorio e delle conseguenze sia positive che negative che può comportare. Passare da una attenzione personale ad una dimensione comunitaria della realtà, poiché il volontariato non va inteso soltanto come un servizio che un singolo fa ad un altro singolo, ma come parte di un progetto che rende responsabili nella comunità. Si collabora con altri a realizzare un progetto di cambiamento della realtà in cui viviamo, portando la dimensione personale ad una dimensione pubblica e perciò politica. Dobbiamo essere consapevoli che quello che facciamo non è una concessione che diamo ad un altro perché soffre, ma è un atto di giustizia, perché è uno come noi, perché è una creatura di Dio e quindi dobbiamo sentirlo come un nostro atto di responsabilità che ci interpella all'impegno personale e ci invita a promuovere il volontariato come servizio alla comunità facendo anche emergere nei giovani questa vocazione all'impegno.
Prendendo in considerazione la figura del giovane lavoratore, parliamo giustamente di quali sono i suoi diritti nei confronti del mercato, della flessibilità. In quanto egli si trova molte volte svantaggiato, tendiamo ad evidenziare i suoi diritti legittimi, ma dobbiamo anche sottolineare che come persona che vive in una comunità ha delle precise responsabilità nei confronti degli altri e dobbiamo, quindi, far emergere questo senso di responsabilità rispetto alla propria comunità. Rendere consapevoli tutti i giovani che Dio ha comunque un progetto su di loro, che Dio li ama. Questo potrà sembrare scontato e banale, ma è importante perché aiuta i giovani ad essere consapevoli che chiunque ha un talento, ha qualcosa da dare. Appunto per questo è fondamentale valorizzare le capacità proprie di ciascuno. In un'ottica che privilegia e promuovere l'azione volontaria, il lavorare assieme, in gruppo, è una metodologia che educa al senso della comunità, superando l'individualismo e stimolando la crescita di ognuno. Nel nostro Paese è difficile trovare dei giovani lavoratori che si assumano un impegno formale, ma vediamo nascere, in tutte le zone d'Italia, dei gruppi informali, che non hanno grande visibilità pur svolgendo un grande servizio, ma che non si sentono di prendersi un impegno che comporti il coinvolgimento in una precisa progettualità. Questo è un nodo che è rimasto aperto: come riuscire a coinvolgerli in alcuni progetti senza chiedere loro di essere per forza formalizzati.

* GRUPPO GIOVANI E DISOCCUPAZIONE
Il gruppo di lavoro su "Giovani e disoccupati", nel tracciare un itinerario formativo per i giovani disoccupati, ha ritenuto opportuno mettere in comune l'esperienza che i partecipanti al gruppo stesso hanno del fenomeno "disoccupazione giovanile". Dal confronto comune sono emersi alcuni nodi e potenzialità che la situazione del giovane disoccupato presenta e che saranno evidenziati nei punti situazione, bisogni e responsabilità.
1) La situazione
- La comunità ecclesiale (parrocchiale e diocesana) non è sempre capace di parlare con linguaggio adatto alla situazione del giovane lavoratore. Un esempio è dato dal fatto che i gruppi di formazione degli adolescenti prendono il nome dai modelli scolastici (gruppi di 1° superiore, di 2° superiore, ecc.) quasi che la situazione di vita del giovane in quanto lavoratore o in cerca di lavoro sfugga dalle normali categorie formative dell'educatore e della comunità educante. Si direbbe in altri termini che la pastorale sociale e del lavoro non entra a pieno titolo nella pastorale ordinaria. A conferma di questa sensazione vi è la prassi formativa di non trattare nei gruppi i temi che contengono l'esperienza del lavoro. - Il giovane che vive l'esperienza della "mancanza di lavoro" è coinvolto in tutte le sue espressioni emotive. Senza fare ovvie generalizzazioni, tale giovane appare facilmente irritabile, nervoso, accompagnato da fenomeni di disperazione che hanno occasionalmente delle derive drammatiche (vedi suicidi). Gli effetti collaterali della "mancanza di lavoro", ovvero i drammi si manifestano, a parere dei partecipanti, quando si vive da soli l'esperienza della disoccupazione: la solitudine amplifica la situazione di disagio. In molti casi si ha vergogna di condividere la situazione di disoccupato e quindi il fare gruppo diventa un ostacolo più che un'opportunità. - Il gruppo di amici è in alcuni casi un buon ammortizzatore sociale della disoccupazione: il giovane condivide un'esperienza simile con dei coetanei. In altri casi diventa una cassa di risonanza per la devianza giovanile, con i ben conosciuti fenomeni dei vandali negli stadi o del gruppo che getta sassi dal cavalcavia con l'obiettivo dichiarato di ammazzare il tempo (e purtroppo non solo quest'ultimo!). A volte il giovane in cerca di lavoro avverte un disagio economico nel frequentare gli amici, nell'ipotesi in cui questi lavorino, perché non si riesce a condividere le stesse scelte di spesa. In molti casi il giovane non frequenta più gli amici abituali perché non ha i soldi per fare la pizza ogni sabato o andare insieme in discoteca. - Il tempo della ricerca è vissuto poi come il tempo della disperazione e della solitudine rispetto alla persona di Cristo. I giovani che lavorano in nero, che svolgono delle attività occasionali e mal retribuite, vivono la contraddizione di lunghi periodi di non occupazione e periodi intensi di attività: non si può rifiutare il lavoro quando arriva, anche se mal pagato e in concorrenza con le altre relazioni affettive, amicali e religiose! In poche parole si perde la disponibilità del proprio tempo. - La famiglia è un luogo importante di relazione del giovane in cerca di occupazione. E in famiglia che si sperimenta la solidarietà verso chi si trova in situazione di emergenza, anche economica. E in famiglia che si esprime la tensione e il disagio dei giovani disoccupati, che per un primo tempo accettano passivamente l'intervento economico dei genitori. Quando il bisogno di autonomia e di autorealizzazione si fanno pressanti allora emergono le difficoltà, il dialogo si interrompe e, per un richiamo all'orgoglio e alla dignità umana, si rifiuta il sostegno dei genitori. - Il rapporto di coppia risente della difficoltà di programmare il proprio futuro e il rischio quindi di costruire una nuova famiglia: alla paura di fondare un rapporto stabile e duraturo si aggiunge la precarietà economica. - Il rapporto con le Istituzioni risente del disincanto verso una società ingiusta, responsabile dello squilibrio economico: "In fondo è lo Stato responsabile della disoccupazione, non bandisce più i concorsi pubblici e, quando lo fa, lo strumento di accesso è la solita raccomandazione dei politici!" (questa è un'opinione diffusa presso le nuove generazioni). Le istituzioni economiche e politiche appaiono impotenti rispetto al fenomeno complessivo della disoccupazione. Tutto ciò si accompagna all'abbandono in massa dei giovani dalla politica e il rifugio nel mondo del volontariato (è qui che si fa qualcosa di concreto). - Il volontariato non è però solo fuga dalla politica ma è anche espressione nobile dell'esercizio della solidarietà verso chi si trova in una situazione di disagio simile a quella del giovane in cerca di occupazione! Resta un nodo da sciogliere il rapporto tra il tempo dedicato al volontariato e quello veramente speso per la ricerca dell'occupazione: la comunità cristiana ha un ruolo decisivo nel discernimento del giovane. Non deve diventare complice di chi non cerca le opportunità di lavoro perché il proprio tempo è occupato nell'attività pastorale. - Si assiste ad un cambiamento culturale in corso, grazie anche al ruolo svolto dalla Chiesa di promozione della cultura dell'autoimpiego: si comprende che ormai il "posto fisso" è una realtà sempre più in declino. Vi è comunque una difficoltà oggettiva a trasformare un'idea d'impresa in una proposta fattibile.
2) I bisogni e responsabilità
- Il giovane in cerca di lavoro ha bisogno di parlare, di esprimere il proprio disagio e quindi sente molto forte il bisogno di essere seriamente ascoltato. - Il fenomeno della raccomandazione è ancora molto diffuso. La richiesta per elemosina di ciò che è dovuto per diritto è anche esso un bisogno da evangelizzare. - Il bisogno di stare insieme può diventare una risorsa per il giovane in cerca di lavoro se capisce che da soli non si va da nessuna parte. - Anche il bisogno di fare qualcosa per gli altri, espresso attraverso il volontariato può trovare uno sbocco "produttivo" mediante l'impresa sociale. - La precarietà come modello in questo momento predominante si accompagna al bisogno di accettare tutte le opportunità di lavoro che si presentano anche se mal retribuito. Vi è quindi un bisogno di legalità che dev'essere soddisfatto.
Dopo l'analisi della situazione di partenza i bisogni che la disoccupazione sollecita, il gruppo ha individuato le mete educative, la spiritualità che le deve sostenere e i contenuti della proposta educativa.
3) Mete educative
- Lo stile della cooperazione. La cooperativa non è solo un tipo d'impresa con finalità mutualistica, ma anche un modello educativo: spinge i cooperatori a lavorare insieme per superare l'individualismo.
4) Spiritualità
- Il Giubileo del 2000 rappresenta un'opportunità educativa e spirituale, grazie ai contenuti di liberazione. - Il Vangelo della Speranza: Gesù si presenta come l'educatore che dice a Pietro e direbbe oggi a giovani disincantati rispetto al lavoro: "Prendi il largo e calate le reti per la pesca" (Lc 5, 1-4). La Croce è un'esperienza fondamentale per il cristiano, ma essa durerà solo tre giorni, vi è poi la Resurrezione. - Il cammino dell'Esodo contiene i motivi di speranza: il popolo ebraico passa dalla rassegnazione alla libertà.
5) I contenuti - legalità - giustizia - partecipazione alla cittadinanza attiva Il gruppo di studio ha individuato anche i mezzi educativo per raggiungere gli obiettivi di cui sopra:
6) La metodologia educativa
- La scelta del gruppo, come strumento educativo, non è messo in discussione anzi gli è riconosciuto un ruolo fondamentale di accompagnamento del giovane verso le mete educative. La solitudine può essere vinta solo facendola emergere e mettendo insieme le diverse esperienze di cui sono portatori i giovani lavoratori e i giovani in cerca di occupazione. - La revisione di vita, che è una metodologia collaudata favorevolmente dalla GiOC, può essere una base di partenza anche per gli altri gruppi. - Mediante la revisione di vita si vuole rendere il giovane protagonista del suo riscatto. L'educatore deve avere ben chiari gli obiettivi che il gruppo deve raggiungere, i contenuti che deve trasmettere e il giovane se ne deve appropriare con gradualità.

* GRUPPO AVVIO 1 Abbiamo lavorato, dopo la presentazione di alcuni contenuti del Seminario dell'anno scorso, sul progetto e sull'avvio, divisi in due gruppi, uno a partire dal basso, dall a prospettiva di come far nascere un gruppo, uno invece a partire dall'alto, quindi da un livello diocesano. Abbiamo riflettuto su come avviare esperienze con giovani, soprattutto di ambiente popolare, perché al Sud i lavoratori tra i giovani sono pochi, mentre emerge forte la realtà della disoccupazione, e quindi come svolgere delle esperienze concrete direttamente sul territorio, in alcune parrocchie o realtà associative. Si è visto che l'esigenza comune è quella di partire da un momento di aggregazione tra i giovani utilizzando gite, feste, incontri, esperienze di volontariato. Uno strumento che può essere utile per tutti, e offrire anche delle possibilità di contatto, è quello di realizzare una piccola inchiesta che permette di incontrare i giovani nei luoghi di ritrovo, o anche a casa loro, instaurando una relazione. Si è ribadita l'importanza di una spiritualità dell'ascolto che pone l'educatore nella condizione di ascoltare la realtà dei giovani più che nella preoccupazione di portarli da qualche parte come la parrocchia o altro ambiente considerato positivo per la nostra esperienza. Il problema, emerso successivamente, riguarda il fatto che, mentre si realizza un'iniziale forma di aggregazione soprattutto rispetto al tempo libero, le altre proposte più impegnative stentano a fare passi avanti. Per questo è sembrato importante avere un progetto educativo, per cui non si passa dall'aggregare con una gita al fare immediatamente una proposta di tipo spirituale o formativo, ma si è attenti ai tempi di maturazione e di presa di coscienza da parte dei giovani sia della loro esperienza di vita che del loro lavoro, del tempo libero e del rapporto con gli altri. Da questo punto di vista è emersa l'importanza fondamentale della formazione dei responsabili che hanno il compito di seguire questa esperienza di aggregazione che dovrebbe diventare un'esperienza educativa.

* GRUPPO AVVIO 2
Il nostro gruppo è partito dalla prospettiva del progetto e dell' avvio a livello diocesano. Tra l'altro il nostro è un gruppo abbastanza omogeneo, perché le persone sono rappresentanti di Diocesi del Centro-Sud. Sul discorso dell'analisi della condizione dei giovani abbiamo notato una zona grigia di lavoro-nonlavoro, che è la condizione prevalente di molti giovani, cioè una disoccupazione caratterizzata da alcune esperienze anche precarie e strane di lavoro. Emerge inoltre l'a-progettualità dei giovani, la loro solitudine per quello che riguarda l'ingresso nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda invece la situazione delle chiese, abbiamo visto una certa disattenzione al mondo del lavoro, con una facile delega ad altri soggetti, che non sono ecclesiali e un'impostazione un po' generica della pastorale e quindi un discorso fatto per tutti che poi alla fine non va bene per nessuno. "Eppur si muove". C'è però qualche segno di attenzione, di proposte alla realtà giovanile dentro le Diocesi. Ci siamo detti: "Come far partire una realtà ecclesiale, a livello diocesano?" Due possibilità: la prima, nel caso che ci sia nella Diocesi un'associazione vitale in questo ambito e che abbia già delle sue proposte concrete, è compito degli Uffici di pastorale giovanile, e di pastorale sociale e del lavoro rilanciare queste proposte, a tutte le realtà, facendole diventare un fatto ecclesiale e coinvolgere associazioni e parrocchie in un lavoro comune, facendo diventare fatto ecclesiale qualcosa che invece parte come discorso particolare, ovviamente per poi avviare una realtà diversa più complessiva e unitaria. Una seconda possibilità, dove non esistono esperienze attive di associazioni sul territorio diocesano, è quella che gli Uffici coinvolgano le Consulte, le Associazioni, e gli Uffici pastorali per formare un gruppo di lavoro che dovrebbe formulare direttamente delle proposte educative in stretto collegamento con il