UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Percorsi per una progettualità missionaria comune – 3. La spiritualità

-
19 Gennaio 2000

ul filo del rasoio tra il rapporto con Dio e il completo dono di sé agli uomini, tra ascesi e testimonianza, tra mistero dell'incarnazione e impegno. Il modello di questa fede sul filo del rasoio lo ritrovo direttamente nella Trinità, dove c'è il rapporto confidenziale, la contemplazione, la bellezza, la condivisione, la comunione, la circolarità, l'amore trasformante, la profezia, la speranza e la pace. "Dalla Trinità di Dio, dall'evento del suo darsi nell'amore, fatte salve le dovute mediazioni teologico-culturali, deriva l'impulso per una organizzazione collettiva degli uomini e delle donne nello spazio di una società partecipativa, capace di superare le difficoltà dell'individualismo capitalista che mortifica la dimensione sociale dell'uomo e del massificante socialismo che non rispetta la verità dell'uomo in quanto persona. La Trinità di Dio non è un modello astratto, ma può consentire anche una sua esplicazione teorica che diventi normativa come orientamento culturale nel seno della Chiesa. Essa diventa allora, a questo livello, l'istanza concettuale più sicura per garantire l'assolutezza e l'intoccabilità dell'altro come persona, salvaguardando la dignità della persona e il suo destino trascendente" . In questo mio contributo mi pongo come obiettivo quello di esplicitare, se ce ne fosse bisogno, il valore, l'importanza della dimensione spirituale anche per chi - come noi, come voi - fa dell'impegno e dell'evangelizzazione nei vari ambiti del sociale e del mondo del lavoro il cammino quotidiano della vita. Questo lo dico perché mi sembra a volte di assistere tra i credenti a uno strano fenomeno per il quale si dà per implicita la spiritualità e si concentra la massima attenzione nella ricerca e nella definizione delle tecniche pastorali. Certo, se siamo evangelizzatori vuol dire che abbiamo confidenza con il Dio della Trinità, altrimenti che cosa potremmo annunciare? Annunceremo noi stessi forse? Non dobbiamo dimenticare mai che il vangelo di Luca (cf. Lc 10,38-42) nelle figure di Marta e Maria ci ricorda che in ognuno di noi la dimensione dell'azione è imprescindibile da quella della contemplazione e viceversa. E questo è decisivo per ogni testimone del Vangelo.
Io sono un laico, sposato con due figli, lavoro nel campo delle comunicazioni sociali; sono convinto di avere scelto Dio in maniera definitiva, sento che senza Dio quello che faccio non avrebbe senso e la mia stessa storia sarebbe vuota. Eppure mi capita spesso che nel macinare il mio impegno quotidiano nel lavoro per costruire quei prodotti che sono la mia imperfetta partecipazione all'opera di Dio - che forse possono servire al bene di tutti - ci sono infinite sollecitazioni che provengono dalle cose e dai processi di vita che alla fine mi cambiano, mi trasformano in qualcos'altro, di diverso da quello che sono, da quello che speravo di essere. A volte sento incombente il rischio di perdere di vista il senso di tutto quello che faccio. Mi accorgo che ci sono insidie pervasive e sottili, come l'idolatria della proprietà, del potere, del successo. Tali suggestioni possono colpire a morte la vita interiore e la bellezza del modello di vita che Dio ha infuso in me, come in ogni uomo. Dio rischia ogni giorno di essere sostitutito nel cuore degli uomini del nostro tempo da qualche altro vitello d'oro. Questo vitello lo si può chiare "pensiero unico", pensiero dell'uno, del mercato, come unico regolatore della vita dell'uomo e dei rapporti tra le persone. Gli effetti di questa filosofia che si sta imponendo, li abbiamo tutti sotto gli occhi: aumento delle dipendenze, difficoltà a ritrovare una visione matura e completa della vita, difficoltà educative, rotture delle relazioni, rifiuto di qualsiasi cosa che richiami la sofferenza e la debolezza. A questi effetti si aggiungono quelli propri della cosiddetta secolarizzazione: separazione tra fede e storia, tra interiorità e apertura, tra prodotto - la vita - e colui che la produce - l'uomo. C'è un'accettazione della frammentarietà, c'è pessimismo, viene meno il Volto dell'altro. L'evangelizzazione, in questo contesto, rischia di essere messa seriamente in discussione. Se c'è separatezza, se l'uomo non vive più la sua vocazione, se il criterio di vita non è la fraternità, ma la competizione, se si accetta la frammentarietà della vita, quale buona novella si può annunciare? E poi, c'è posto per Dio in tutto questo? Chiaramente è importante ritrovare, a livello culturale e teologico, una svolta da imprimere a questo 'andazzo', a questa umanità di questo nostro tempo, quel cambio di paradigma di cui si fa portavoce il Progetto Culturale della Chiesa italiana. Occorre ancora ricercare più in profondità, perché non bastano soltanto dei processi mentali, razionali, per cambiare il paradigma; non sono sufficienti per reggere l'impatto, la sfida di questo pensiero unico e del pensiero debole, del "pensiero malato". Penso che la mossa decisiva sia quella di dare maggiore enfasi alla vita interiore del cristiano, alla spiritualità, senza con questo inaugurare pericolose fughe dal mondo. Dare dignità alla vita interiore dei laici impegnati nel mondo del lavoro, dare dignità alla vita interiore dei sacerdoti, dei pasto ri, delle religiose che sono impegnati accanto a questi laici. Se l'uomo non scopre di essere termine di amore nel rapporto con Dio non potrà mai scoprire la sua dignità e neanche cercarla e neanche costruirla e neanche progettare una nuova dignità dell'uomo.
A mio parere non c'è una formula magica da proporre per risolvere i problemi che abbiamo esaminato. E vorrei qui provare a indicare un percorso dialettico tra due modalità autentiche di intendere e di vivere la fede e la spiritualità oggi, per poi cercare una nuova sintesi. Faccio riferimento a due autori che io ritengo veri maestri di spiritualità del nostro tempo, due contemplativi, che si pongono da due ottiche apparentemente contrastanti. La prima ottica è quella di dire: è più importante il rapporto con Dio, quindi il deserto, la fuga, la vita spirituale, l'ascesi, la vigilanza... perché tanto, in fondo, questo mondo sarà sempre sotto il dominio del demonio (Divo Barsotti). E l'altra che dice: è importante il rapporto con Dio, ma Dio si è incarnato, si è fatto uomo, e dunque non si può sfuggire all'impegno nella storia (Arturo Paoli) Dice Barsotti: "Bisogna che la Chiesa sia perseguitata se il mondo deve essere salvato, che essa sia umiliata se il mondo deve essere salvo perché è precisamente questo essere oppressi che si traduce per noi in una preghiera che ottiene, in cambio del male ricevuto, la salvezza per tutti. Non ci spaventiamo di fronte al male del mondo, di fronte alle crisi della Chiesa, di fronte ai pericoli che minacciano le anime: le anime di preghiera, nei loro silenzi, operano la salvezza di un mondo che sembra avere la vittoria sulla Chiesa come l'ebbe Nabucodonosor sul popolo di Dio, come l'ebbero i crocifissori su Cristo. Appariva che essi vincessero, in realtà erano loro i vinti, perché l'odio non scatenava altro odio ma provocava l'amore; l'odio non produceva altre misure di rovina e di morte, ma provocava piuttosto l'immensità dell'amore divino che su tutto avrebbe traboccato
e avrebbe sommerso ogni cosa, perché Dio è l'amore". E Arturo Paoli, piccolo fratello del Vangelo che lavora tra i poveri dell'America Latina: "La storia umana, attraverso l'eucaristia, si trasforma in storia salvifica per riconciliare gli uomini tra loro e con Dio. Mentre quasi tutta la spiritualità cristiana è stata fino ad oggi una spiritualità che ha escluso la storia, o perlomeno non se ne è occupata, anche se teoricamente ha affermato che Gesù è il re della storia, Cristo il centro del mondo, Cristo Salvatore di tutta l'umanità. La storia ha un senso salvifico in cui dobbiamo credere e per cui dobbiamo vivere, ha un senso di riconciliazione. Anche se oggi ci sono guerre, discordie, divisioni, la storia non finisce lì, va verso la pace, la riconciliazione, l'unione, la concordia. La nostra vita è eucaristica se è donazione".
Sono approcci di fede che assumono poi forme di evangelizzazione diverse che potrei semplificare così: secondo la prima linea, non serve l'impegno, tanto è Dio che salva, la giustizia e la pace ci saranno ma solo alla fine dei tempi, le guerre continueranno, i poveri li avremo sempre con noi, quindi tutto quello che facciamo è praticamente inutile, ciò che conta è pregare, vivere il rapporto con Dio; secondo l'altra linea Dio è giustizia e finché non c'è giustizia non c'è Chiesa, non c'è fede, dobbiamo ripudiare le nostre ricchezze e diventare poveri in tutto perché il denaro e il potere sono del demonio, dobbiamo combattere con gli oppressi e liberarli dalle povertà e schiavitù. Questi esiti di evangelizzazione, lo voglio ripetere, sono delle esemplificazioni, utili però per comprendere la fatica che si fa a trovare una sintesi. Ma è possibile una sintesi? In verità non ci sono due vie, non ci sono due spiritualità che alimentano due tipi di cristiani. Quelle che ho descritto sono semplicemente due anime che convivono in ogni vero cristiano: la vera fede non è una fede univoca. La vera fede è una fede s

<