UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Perché nulla vada perduto. Spunti per raccogliere i frutti del giubileo

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29 Marzo 2001

del pane, a cercare la fame che attanaglia il cuore dell'uomo e non gli lascia pace, quella fame che genera altre fami, che opprime i fratelli, diventa possesso egoistico delle cose ed esproprio geloso dei beni della terra. L'uomo porta nel cuore una fame che solo Dio può placare. E questa la quarta consegna del Giubileo, che ci sprona a non fermarci alla superficie ma ad attingere alla fame stessa di Dio. Dio ha fame della comunione con l'uomo, e la fame dell'uomo si chiama comunione con Dio e con i fratelli. E un invito a farci servi dell'umanità, perché scoprendo la fame profonda che la abita, abbia a camminare verso Cristo, il pane vivo, l'unico capace di fare in modo che non abbia più fame. "Nutrirci della Parola, per essere "servi della Parola", nell'impegno dell'evangelizzazione: questa è sicuramente una priorità per la Chiesa all'inizio del nuovo millennio. E ormai tramonta, anche nei paesi di antica evangelizzazione, la situazione di una "società cristiana", che, pur fra le tante debolezze che sempre segnano l'umano, si rifaceva esplicitamente ai valori evangelici. Oggi si deve affrontare con coraggio una situazione che si fa sempre più varia e impegnativa, ne contesto della globalizzazione e del nuovo e mutevole intreccio di popoli e culture che lo caratterizza. Ho tante volte ripetuto in questi ani l'appello della nuova evangelizzazione. Lo ribadisco ora, soprattutto per indicare che occorre riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall'ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste. Dobbiamo rivivere in noi il sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: "Guai a me se non predicassi il Vangelo" (1Cor 9,16)" (TMI 40). 0 PREMESSA Questa parola di Gesù, posta come guida alla giornata della solidarietà di quest'anno, fa parte di quella ampia sezione che, a partire dal racconto della moltiplicazione dei pani, si sviluppa attorno al discorso sul pane di vita. Si tratta di una pagina lunga ed articolata che non abbiamo la pretesa di prendere in considerazione per intero e per la quale occorrerebbero ben altre competenze. Intendiamo fermarci solo sulla prima parte, per farne oggetto della nostra meditazione e trarne degli spunti che ci possano essere di aiuto nel nostro impegno pastorale.
1 IL TESTO "1 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo". 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 "C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?". 10 Rispose Gesù: "Fateli sedere". C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: "Questi è davver o il profeta che deve venire nel mondo!". 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo" (Gv 6, 1-15).
1.1 "Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea…" Il testo è tutto pervaso da riferimenti all'esodo che danno al racconto una connotazione pasquale: il mare (6,1), il monte (6,3), la Pasqua (6,4), la prova (6,6), il pane (6,6). Gesù guida il popolo nell'esodo che si compirà in pienezza nella sua morte e risurrezione, non più verso la terra promessa ma verso un'umanità rinnovata nell'amore e nella condivisione.
1.2 ".. e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi" In questo cammino Gesù non è solo. Molta gente è con lui e lo segue nella speranza che si manifesta in modo definitiva la potenza salvatrice di Dio. La parola "infermi", che cerca di tradurre quella che nel testo originale suona come "deboli", indica una umanità debole, ferita, bisognosa di aiuto, in cerca di speranza.
1.3 "Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui…" Il verbo "venire" è, nel testo originale, al presente, ed indica la marcia incessante degli uomini e delle donne che in ogni tempo vanno verso Gesù in cerca di vita e di speranza. Egli contempla questa processione incessante "alzando gli occhi", guardandola alla luce dell'amore del Padre, tuffandosi nel cuore stesso del Padre che si prende cura della fame delle sue creature. La fame dell'uomo diventa così il luogo dal quale Gesù contempla la fame di Dio e la sua dedizione totale alla vita dell'uomo.
1.4 "Disse a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?"" Gesù pone a Filippo una questione che l'evangelista si affretta a definire una "prova" e che, prima o poi, sempre si presenta davanti a coloro che vogliono seguire Gesù nella sua dedizione all'umanità povera e ferita: la fame del mondo è così vasta, la povertà così profonda, che non basterebbero ingenti risorse per farvi fronte; si riuscirebbe a trovare al massimo qualcosa da mettere sotto i denti, ma non sufficiente a placare la fame della folla. E la prova che nasce dalla percezione della sproporzione tra le necessità da affrontare e le risorse di cui si dispone e che conduce spesso alla rassegnazione e all'adattamento.
1.5 " Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro …" Andrea fa, rispetto a Filippo, un passi avanti: è mosso da generosità profonda, si dà da fare per cercare qualcosa tra la gente, mette a disposizione quanto ha trovato, ma deve anche constatare che si tratta di ben poca cosa: cinque pani e pochi pesci cosa possono davanti ad una fame così vasta? In lui si rispecchia la comunità credente che lungo la storia cerca di seguire il Signore nella sua compassione davanti alla folla affamata e sfinita ed esperimenta la propria povertà e piccolezza. Essa sente potente sorgere nel suo cuore un interrogativo: potrà mai, così piccola e povera, rispondere ad una missione così grande ed esigente?
1.6 "Rispose Gesù: "Fateli sedere"" Banchettare seduti (sdraiati) era il gesto tipico degli uomini liberi. Gesù manda gli apostoli a farsi servitori, piccoli, a non mettersi in una posizione dominante, per guidare l'uomo verso la vera libertà. Solo la piccolezza è capace di farsi serva della dignità ed affrancare dalla dipendenza. Prende così lentamente dei contorni sempre più precisi l'esodo nel quale Gesù intende introdurre l'umanità: un cammino di persone che trovano la propria maturità, la propria pienezza di vita nella libertà dell'amore e nel mettersi al servizio della libertà degli altri.
1.7 " Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti…" Rendendo grazie sui pani e sui pesci Gesù riconosce che sono un dono del Padre, segno del suo amore e della sua tenerezza verso tutte le creature, e li sottrae così al possesso avido di alcuni che, escludendo gli altri, generano povertà e fame. Il cammin o nel quale Gesù vuole guidare il suo popolo è un passaggio dal potere al servizio, dal possesso alla condivisione, un esodo che genera una umanità nella quale nessuno è bisognoso e l'abbondanza non è negata a nessuno ("ne mangiarono quanti ne vollero"). Un'umanità nella quale è Dio stesso che imbandisce la mensa e si fa servitore della fame dell'uomo ("li distribuì"), facendo sorgere uomini e donne che, liberi dal possesso egoistico delle cose, sanno vivere nella compassione e nella condivisione.
1.8 " E quando furono saziati, disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". La condivisione non è solo capace di sfamare ma anche di fare in modo che il pane sopravanzi. Quello che a prima vista sembrava insufficiente si rivela ora addirittura abbondante. E Gesù invita allora a raccogliere anche i pezzi: ci sono altre fami, altri affamati da incontrare e da servire lungo il corso della storia, e non possono trovare la comunità impreparata e sprovvista. Quei frammenti raccolti con cura saranno per i discepoli come un sacramento che impedirà loro di rendersi sordi alla fame dell'uomo e nello stesso tempo ricorderà la strada da percorrere per affrontare tutte le fami che incroceranno lungo lo snodarsi della storia.
1.9 " Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato" Gesù sfama la folla, ma non lesina il pane. Placa la fame del corpo ma sa che l'uomo porta dentro una fame che il pane non riesce neppure a scalfire. Quelle ceste di pezzi avanzati stano lì a rammentare ai discepoli che l'azione del Signore è solo all'inizio, che ci sono altre fami da scavare ed indagare. Essi non capiscono, le folle fraintendono, ma Gesù ha ormai aperto una breccia che porterà non solo nelle profondità del cuore dell'uomo, ma anche in quelle di Dio.
2 "PERCHÉ NULLA VADA PERDUTO": PROVOCAZIONI PER RACCOGLIERE L'EREDITÀ DELL'ANNO GIUBILARE 2.1 Guardare al mondo con gli occhi di Dio "Gesù alzati gli occhi e vista molta folla venire a sé…". Il Giubileo è stato un tempo di grazia nel quale abbiamo visto molta gente camminare verso Gesù. Cosa è stato quell'incessante pellegrinare se non il segno di una ricerca, certamente molto più vasta di quello che abbiamo potuto constatare? Anche il giubileo dei lavoratori, degli artigiani e dei lavoratori della terra sono stati un segno da non dimenticare ed un appello da ascoltare. Ma non possiamo non scorgere, dietro i volti incontrati, tutto il grande popolo dei lavoratori e degli uomini e delle donne che cercano pane, lavoro, dignità, giustizia, fraternità. Un popolo in marcia sui sentieri della storia tra le vicende di un mondo immerso in grandi e profondi cambiamenti. Il primo invito che possiamo allora raccogliere dal giubileo appena concluso è imparare a guardare a questo popolo e a questa storia con gli occhi stessi di Dio, attingendo allo sguardo di Gesù che contemplava le folle "alzando gli occhi" verso il Padre, per sprofondarsi nel suo cuore e nel suo amore. E l'invito che anche il papa ci fa nella lettera "Tertio millennio ineunte" (TMI), inviata a conclusione dell'evento giubilare: "Ci interroghiamo con fiducioso ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi! Non si tratta, allora, di inventare un "nuovo programma". Il programma c'è già: è quello di sempre, raccolto dal vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare in lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste" (n. 29).
2.2 Servitori della libertà e della dignità dell'uomo Gesù disse: "Fateli sedere". Con queste parole ai discepoli Gesù li invita a farsi servitori dell'umanità perché abbia a vivere nella libertà e nella dignità dei figli. Ora sappiamo che molti sono ancora gli uomini e le donne che nel mondo non possono vivere in modo pieno la loro vita a causa dell'ingiustizia, della guerra, della povertà e dello sfruttamento. Il grande divario tra il mondo ricco e quello povero è sotto gli occhi di tutti e non può non porci interrogativi inquietanti. Per molti, troppi ancora, il lavoro è solo un miraggio, mentre per altri è il luogo ove esperimentano l'avidità ed il dominio altrui. Raccogliere il frutto del giubileo significa allora per noi ascoltare l'invito del Signore e farci servi umili e coraggiosi dell'uomo, ad impegnarci perché a nessuno venga negato il diritto ad una vita piena e dignitosa, sapendo che, come diceva S. Ireneo, "la gloria di Dio è l'uomo vivente". Ce lo ricorda il papa quando scrive: "E poi, come tenerci in disparte di fronte alla prospettiva di un dissesto ecologico, che rende inospitali e nemiche dell'uomo vaste aree del pianeta? O rispetto ai problemi della pace, spesso minacciata con l'incubo di guerre catastrofiche? O di fronte al vilipendio dei diritti umani fondamentali di tante persone, specialmente dei bambini? Tante sono le urgenze, alle quali l'animo cristiano non può restare insensibile" (TMI 51). E nella lettera per la proclamazione di S. Tommaso Moro a patrono dei governanti e dei politici scriveva: "l'uomo è creatura di Dio, e per questo i diritti dell'uomo hanno in Dio la loro origine, riposano sul disegno della creazione e rientrano nel piano della redenzione. Si potrebbe quasi dire, con espressione audace, che i diritti dell'uomo sono anche i diritti di Dio".
2.3 Costruire un mondo nella comunione: la scelta dei poveri "Gesù prese allora i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che erano seduti…" Mentre Filippo non crede alla possibilità di un mutamento, vista la sproporzione dei mezzi a disposizione, ed Andrea percepisce la piccolezza della comunità rispe tto al compito affidatole, Gesù indica una strada nuova, l'unica capace di condurre ad un autentico rinnovamento: la via della condivisione. I poveri sono, con la loro stessa presenza, il segno terribile del peccato del mondo, dell'accaparramento da parte di pochi dei beni che Dio ha donato a tutti, e restano nel cuore della storia come un appello costante ad un impegno di trasformazione che avvicini il più possibile l'umanità al sogno creatore di Dio. E la chiesa è chiamata a raccogliere il loro grido, a farsi loro compagna di strada, per dire all'umanità intera che nessun rinnovamento è possibile se non attraverso la condivisione e la convivialità. "Il secolo ed il millennio che si avviano dovranno ancora vedere, e anzi è auspicabile che lo vedano con forza maggiore, a quale grado di dedizione sappia arrivare la carità verso i più poveri. Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete vistato, carcerato e siete venuti a trovarmi" (Mt 25, 35-36). Questa pagina non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Su questa pagina, non meno che sul versante dell'ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo. …stando alle inequivocabili parole del Vangelo, nella persona dei poveri c'è una presenza speciale, che impone alla chiesa un'opzione preferenziale per loro" (TMI 49).
2.4 La fame che sopravanza "Fecero dunque la raccolta e riempirono dodici canestri…". Il pane era stato abbondante per tutti, ma non tutta la fame era placata. Quei dodici canestri di pezzi erano per i discepoli un invito ad andare più a fondo, a non accontentarsi

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