UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Per una pace possibile

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31 Maggio 2000

i, specie quelli impegnati in politica, è quella di annunciare il Vangelo della pace, non solo ai singoli, ma anch e ai popoli. Così nelle parole di un grande costruttore di pace, don Tonino Bello:
"Ecco il problema vero che sovrasta le nostre Chiese. Far entrare nella coscienza di tutti che questi discorsi di Gesù non valgono solo per i nostri esercizi ascetici privati, ma devono essere il tessuto connettivo tra i popoli. (…). E' giunta l'ora in cui occorre decidersi ad arretrare (o spingere?) la difesa della pace sul terreno della nonviolenza assoluta. (…). La nonviolenza è la strada che Gesù Cristo, il Servo sofferente di Javhè, ci ha indicato senza equivoci. Su di essa persino la coscienza laica ci sta precedendo, sarebbe penoso che noi credenti, destinati per vocazione a essere avanguardie che introducono il valore dell'utopia evangelica, scadessimo nel ruolo di teorizzatori delle prudenze carnali". Scorcio di secolo
Doveva essere migliore degli altri il nostro XX secolo. Non farà più in tempo a dimostrarlo, ha gli anni contati, il passo malfermo, il fiato corto.
Sono ormai successe troppe cose che non dovevano succedere, e quel che doveva arrivare, non è arrivato.
Ci si doveva avviare verso la primavera e la felicità, fra l'altro.
La paura doveva abbandonare i monti e le valli, la Verità doveva raggiungere la meta prima della menzogna.
Certe sciagure non dovevano più accadere, ad esempio la guerra e la fame, e così via.
Doveva essere rispettata l'infermità degli inermi, la fiducia e via dicendo.
Chi doveva gioire del mondo si trova di fronte a un compito irrealizzabile.
La stupidità non è ridicola. La saggezza non è allegra.
La speranza non è più quella giovane ragazza et caetera , purtroppo.
Dio doveva finalmente credere nell'uomo buono e forte, ma il buono e il forte restano due esseri distinti.
Come vivere? - mi ha scritto qualcuno, a cui intendevo fare la stessa domanda.
Da capo e allo stesso modo di sempre, come si è visto sopra, non ci sono domande più pressanti delle domande ingenue…
Le domande ingenue della poetessa polacca Wislawa Szymborska sono anche le nostre domande. Certe sciagure, specie le guerre, non dovevano più accadere. Guerre e genocidi si concludono con l'impegno e la promessa di evitare, in ogni modo, le occasioni future: pensiamo all'olocausto ebraico come estremo esempio, ma anche a quello curdo, indocinese, bosniaco, kossovaro, ecc. Ma è proprio nei progetti e nelle promesse di pace che è nascosta la debolezza della nostra pace. Significativo al proposito è l'adagio classico si vis pacem para bellum (se desideri la pace prepara la guerra): sembra essere l'emblema della nostra incapacità a realizzare la pace se non a partire dalla guerra, dalla sua tragica incombenza e costante presenza. Esso in fondo è solo un assioma disperato e disastroso, afferma Paolo VI .

Quanto siamo lontani da quelle radici ebraico-cristiane a cui la nostra cultura occidentale vanta di appartenere! Nella Scrittura, la pace - shalom - è serenità interiore, è pienezza di vita nei rapporti con Dio, con se stessi, con gli altri, con la natura, è rispetto della giustizia specie verso gli ultimi, è armonia sociale. Non è il risultato di equilibrismi politici o strategie militari di contenimento; è frutto interiore: per essere vera deve nascere nel cuore di ogni uomo e di ogni donna per "contagiare" ogni realtà umana, nessuna esclusa. La pace non è un bene che si può realizzare a prescindere da altro, essa è il frutto di un armonia personale e sociale basate su solidi principi: "Misericordia e verità si incontreranno - canta il salmista - giustizia e pace si baceranno; la verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo". E allora ogni volta che la guerra incombe e distrugge, la logica biblica è guida certa, per credenti e non, a far partire la pace con il piede giusto, ad inserirla su sentieri stabili, a permettere che sgorghi dalla giustizia e dalla verità di ognuno raggiungendo e beneficando tutti, specie gli indifesi e i poveri, a verificare quanto diffusa e radicata sia la cultura di pace, specie a livello educativo e politico.
Le comunità cristiane rientrano, per la loro natura di "soggetto sociale" e per le loro responsabilità specifiche, nell'impegno educativo. C'è da chiedersi: nei processi culturali, sociali, politici, economici qui affrontati, qual è stata la prassi delle nostre comunità? E' impossibile una risposta globale. Del resto Paolo VI aveva indicato come il rapporto comunità-mondo, dal Concilio in poi, poteva essere solo affrontato in termini locali (diocesani-parrocchiali ). Riferendoci alla realtà italiana in particolare, una parola va detta sulla sua capacità di educare alla pace cristiana, evitando il rischio di appiattirsi su logiche di accettazione passiva o, addirittura, guerrafondaie.
Dobbiamo sgo mberare il campo dall'ineluttabilità della guerra, come punizione costante del fato o di chissà quale divinità, e collocare il nostro discorso nel campo della responsabilità umana, personale e politica. E' bene ricordare, infatti, che "Sì, la pace è dovere dei Capi. Ma non solo dei Capi! (…) la pace è dovere di tutti, sia perché la pace non ha il suo regno solo nella politica, ma lo ha in tante altre sfere inferiori, che, in pratica, impegnano anche di più la nostra personale responsabilità; e sia perché la pace ha la sua operatrice sorgente nelle idee, negli animi, negli orientamenti morali, ancor prima che nell'attività esteriore. La pace ancor prima d'essere una politica, è uno spirito.." .
Ma quali sono le responsabilità politiche in materia? "La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi", afferma nella sua famosa opera Karl Clausewitz e perché ogni politica è diversa dalle altre non si può dare una teoria astratta della guerra, ma le guerre sono sempre storiche, concrete, cioè guerre decise dalla politica, con scopi politici . Vista l'origine interiore della pace, è utile considerare quanto spazio occupa l'educazione alla pace nei così difficili e precari itinerari di formazione politica, che l'autorità statale e non realizza. Il deficit educativo va di pari passo con quello teorico, dal momento che "esiste una grande filosofia della guerra, ma in quanto fenomeno positivo, non esiste una grande filosofia della pace", come ha osservato Norberto Bobbio . La forte cultura di guerra, alimentata dai mass media, perverte le menti dei fanciulli e dei giovani, esaltando modelli di forza e violenza, presentando la pace come una scelta debole e sterile, creando falsi modelli di vita. Il risultato è quello di avere governanti e cittadini, quasi naturalmente inclini a credere all'ineluttabilità e necessità della guerra. I grandi riferimenti etici (le Carte Costituzionali o gli stessi principi cristiani) vengono facilmente accantonati o traditi nel momento in cui la politica è al suo ultimo stadio, prossima alla guerra. Si pensi al caso italiano e ai vari tradimenti dell'articolo 11 della Costituzione, nonostante la sua indiscutibile chiarezza: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Le guerre di fine Novecento (per esempio quelle del Golfo e dei Balcani) hanno mostrato, in tutta la sua cruda realtà, la debolezza della politica nell'evitare la guerra. Di che natura è questa debolezza? Essa non è solo culturale e pedagogica, ma è anche, molto spesso, determinata dai poteri economici forti che hanno in ostaggio i governi nazionali. Mentre le guerre antiche nascevano dal desiderio d'espansione territoriale, quelle moderne sono generate dal desiderio di espansione e dominio economici. Tuttavia, unica è la radice: il desiderio di dominio (nihil aliud quam vincere volunt ). Nella radice del dominio-possesso si radica lo stretto nesso che intercorre tra la stabilità della pace e la congettura economica:
"La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita "opera della giustizia" (Is. 32,7). E il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore, e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta. Infatti il bene comune del genere umano è regolato, sì, nella sua sostanza, dalla legge eterna, ma nelle sue esigenze concrete è soggetto a continue variazioni lungo il corso del tempo; per questo la pace non è mai qualcosa di raggiunto una vol ta per tutte, ma è un edificio da costruirsi continuamente. Poiché inoltre la volontà umana è labile e ferita per di più dal peccato, l'acquisto della pace esige da ognuno il costante dominio delle passioni e la vigilanza della legittima autorità. Tuttavia questo non basta. Tale pace non si può ottenere sulla terra se non è tutelato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi con fiducia e liberamente le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. La ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l'assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace. In tal modo la pace è frutto anche dell'amore, il quale va oltre quanto può apportare la semplice giustizia" .
Giungiamo così ad individuare il doppio compito che spetta all'autorità politica: educare alla pace e promuovere le condizioni di giustizia sociale ed equa distribuzione delle risorse. Volere la pace non è mai un pio desiderio, dettato da effimera commozione per i crimini di guerra, ma è sempre un impegnarsi, ad ogni livello, perché la politica promuova il bene di tutti e dappertutto, con interventi per lo sviluppo, senza assoggettarsi alle logiche delle multinazionali, specie d'armi e petrolio. In quest'ambito si colloca la ferma opposizione alla corsa agli armamenti, definita dal Vaticano II una delle piaghe più gravi dell'umanità . Fondata sul si vis pacem, para bellum, la corsa agli armamenti né promuove né conserva la pace, ma aggrava le cause di guerra legate alle disparità economiche, in quanto dirotta ingenti somme di denaro che potrebbero essere usate per lo sviluppo integrale dei popoli più poveri. Nella dottrina cattolica resta ancora valido il riferimento alle condizioni che giustificano la guerra come legittima difesa con la forza militare. Essa è giustificata solo se "sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente: - Che il danno causato dall'aggress ore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo. - Che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci. - Che ci siano fondate condizioni di successo. - Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione. Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della "guerra giusta". La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune" .
E' evidente che queste condizioni sono l'estensione, a livello comunitario, del principio di legittima difesa personale. E' evidente, anche, che la sua applicazione deve soddisfare contemporaneamente le quattro condizioni. L'aver conservato il riferimento alla guerra di difesa non significa il negare la dottrina sulla pace precedentemente esposta, ma il fornire un'indicazione etica precisa ai governanti, nei casi particolari in cui i popoli sono oggetto d'aggressione durevole, grave e certa. Per diversi aspetti esse richiamano la legittimità del ricorso alla lotta armata nei sistemi totalitari.
Con questi regimi il dialogo, annota Paolo VI, il dialogo si fa assai difficile, per non dire impossibile, il dialogo tace e parla la sofferenza dei tanti martiri cristiani, degli uomini e donne di buona volontà, che hanno combattuto pacificamente contro i regimi totalitari, obbedendo a Dio, o alla propria coscienza per i non credenti, piuttosto che agli uomini (cfr. At 5, 29) . Il Magistero sociale ha anche contemplato la possibilità di una resistenza armata. E' quanto chiarisce Paolo VI: "…grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana. E tuttavia lo sappiamo: l'insurrezione rivoluzionaria - salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamental i della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese - è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande" .
E' inequivocabile il fondamento etico di questo ricorso alle armi: il dovere di giustizia nel difendere l'innocente e indifeso aggredito anche con le armi, nel caso in cui tutti gli altri mezzi si sono rivelati inefficaci. "E' infatti - spiega Agostino - l'ingiustizia del nemico che obbliga il saggio ad accettare guerre giuste e l'uomo deve dolersi di questa ingiustizia perché appartiene agli uomini, sebbene da essa non dovrebbe sorgere la necessità di far guerra" .
Così impostata, la possibilità che i credenti abbraccino le armi per combattere i responsabili di simili ingiurie deve essere sottoposta al discernimento personale e comunitario per verificare se si rientra in quel salvo nel caso e limitata a particolari e precisi ambienti. Gli esempi delle Chiese locali che hanno combattuto pacificamente contro le istituzioni ingiuste e violente, il sangue dei loro martiri, Bonhoeffer, Popieluszko, Romero, Giménez Malta, Kolbe, i martiri algerini del 1996, per citarne solo alcuni, devono restare il punto di riferimento di credenti e comunità che hanno testimoniato quella "resistenza interiore" (Bonhoeffer ), frutto di fortezza, giustizia e pace.
Un ultimo riferimento va fatto ai politici che svolgono il loro servizio al bene comune, ispirati dalla fede cristiana. La vera pace terrena che le istituzioni sono chiamate a realizzare è sempre e comunque immagine ed effetto della pace di Cristo, che è impegno non violento nel porgere l'altra guancia, è amore per i nemici, è riporre la spada nel fodero anche quando si hanno buone ragioni per impugnarla, è dono di se stessi fino al martirio . Ora la sfida che è posta a tutti i credent

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