UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Per un millennio senza debiti: la speranza che possiamo donare!

Riflessione sulla remissione del debito internazionale dei Paesi più poveri.
9 Dicembre 1999

dizioni di pace in grado di influenzare tutto il mondo. Attenzione alle risorse. Troppo spesso sciupiamo (energia e beni della terra, spazi, tempo), troppo spesso utilizziamo male anche il nostro denaro. Nuove forme di economia possono far crescere una società più sobria, più aperta al giusto ed equilibrato sviluppo di tutti, più rivolta al bene comune. Si tratterà in ogni modo di piccoli gesti che collocati in grandi orizzonti possono generare grandi cambiamenti. Se tanti uomini e donne di poco conto, in molti luoghi di poco conto, facessero insieme scelte, solo apparentemente, di poco conto sarà possibile consegnare alla storia un millennio di giustizia e di pace. Ci si può informare, se ne può parlare... l'importante è cominciare!Il debito internazionale è un grave ostacolo allo sviluppo umano. Quattro milioni di miliardi di debito significa povertà assoluta, significa tentare di sopravvivere per il debito e non per il diritto ad una vita dignitosa. I paesi indebitati sono obbligati a destinare le loro scarse risorse al rimborso del debito piuttosto che al benessere della loro popolazione. Il debito ha soprattutto il volto di un bambino. I bambini, a causa del debito, sono affamati, sono orfani, non hanno possibilità di accedere ai servizi sanitari, non hanno una scuola. Un debito ormai vecchio, contratto nel segno della speranza di vita ma che è diventato un sogno finito, una realtà insostenibile. Il debito dei paesi poveri nasce a metà degli anni settanta, quando i paesi dell'OPEC aumentarono i prezzi del petrolio e il denaro ricavato venne riversato sul mercato finanziario internazionale facendo crollare i tassi di interesse. Per i paesi in via di sviluppo, fiduciosi che i loro prodotti avrebbero mantenuto il passo del mercato competitivo, fu "conveniente" indebitarsi. Ma in seguito sono aumentati indiscriminatamente i tassi di interesse (passando dal 5% al 25 %) e il valore del dollaro si raddoppiò (quadruplicò ad esempio sulla lira italiana e ancor più sulle monete deboli dei paesi debitori). Da allora i debiti sono del tutto impagabili, gli interessi esigiti soffocano i paesi debitori che sono costretti a stanziare forti somme del loro magro bilancio per "servire" il debito. Gli aiuti, che continuano a mantenere dipendenti questi paesi, non spezzano le catene della povertà, non favoriscono alcuna crescita, anzi vengono restituiti per pagare il debito. Siamo di fronte ad una grossa sfida politica e morale. Una sfida che se da un parte sollecita la cancellazione del debito, dall'altra interpella ogni uomo di buona volontà a intraprendere la vera strada della solidarietà. Una solidarietà non di emergenza, non di compassione ma una solidarietà che diventa condivisione. I poveri del mondo non hanno solo bisogno di soldi; cercano mani che aiutino ad uscire dalla povertà. Mani disposte a condividere la terra, il tempo, la dignità, i diritti. Mani che possono essere quelle della gente comune che apre gli occhi, che si interroga, che comprende che non può essere sereno un nuovo millennio se questo comincia nel segno della povertà; non può essere portatore di giustizia e di pace un nuovo anno, se il volto sorridente dei nostri bambini non fa nascere sorrisi là dove c'è la disperazione quotidiana. Ma cosa c'entriamo noi con questo debito contratto tanti anni addietro spesso tra persone senza scrupoli e governi di dubbia capacità se no addirittura orientati a gestioni che hanno successivamente provocato traffici illeciti, sfruttamento squilibrato delle risorse, guerre? Noi c'entriamo perché c'entra il nostro cuore, il rispetto per gli altri, il senso della giustizia. Perché guardare al terzo millennio con gli occhi della speranza e non offrire la mano perché la speranza diventi realtà? Ognuno di noi ha la concreta possibilità di fare qualcosa senza aspettare che siano sempre altri a muoversi per primi. La prospettiva di una storia di pace nasce dalle nostre parole, dai nostri gesti, da uno stile di vita che tenga conto che non siamo solo noi ad avere diritti, esigenze. La remissione del debito è un atto di giustizia dovuto; è anche una richiesta di perdono a coloro che abbiamo per troppo tempo dimenticato o che vogliamo ignorare, oggi, nelle nostre città perché hanno lasciato paesi poveri, indebitati. La speranza del nuovo millennio nasce dall'impegno di ognuno. Ma cosa si può fare? Attenzione alle persone. Quello del debito non è solo un problema finanziario ma è dignità violata della persona, privata del diritto di vivere. Creare quindi una mentalità di rispetto, di condivisione a partire dalla nostra quotidianità. Una famiglia, una scuola, un gruppo, un ambiente di lavoro, un quartiere senza conflitti è il primo passo per creare con

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