UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Pace in terra agli uomini che Dio ama

Riflessione biblico teologica sul tema della prossima Giornata della Pace
9 Dicembre 1999

legata all'umanità sofferente".Il primo annuncio della nascita di Gesù, dato da un angelo ai pastori che si trovavano nella regione intorno a Betlemme, è accompagnato dal canto di una moltitudine dell'esercito celeste che "lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama" (Lc 2,14). Le discussioni esegetiche si sono soffermate sul significato del termine greco, "eudokias", che qualifica gli uomini destinatari della pace annunciata. Seguendo la traduzione latina della Vulgata, testo ufficiale della Chiesa cattolica fino alle traduzioni in lingua corrente, ma che non rende ragione del vocabolo greco, i destinatari della pace erano gli "uomini di buona volontà": non solo i cristiani, dunque, ma tutti gli uomini che agiscono con retta coscienza; ma poiché la pace non ha ancora trovato posto definitivo nella storia degli uomini, quella portata dalla nascita di Gesù, se non si vuole contraddire la Scrittura, è di natura interiore, di cui godono, appunto, gli uomini di buona volontà anche se immersi nei conflitti e nelle guerre. La traduzione della CEI, sopra riportata, è fedele al testo greco e si apre ad una interpretazione universale: se tutti gli uomini sono figli di Dio, e quindi amati da Lui, l'annuncio di pace che si è realizzato con la nascita di Gesù è per tutti gli uomini, indistintamente: cristiani e non, buoni e cattivi. Si tratta allora della pace escatologica, quella dei "cielo nuovo e terra nuova" (Ap 21,1) che Gesù ha inaugurato, ma che si realizzerà solo alla fine dei tempi? Anche questa interpretazione vuole rendere ragione all'efficacia e alla potenza della Parola di Dio che opera ciò che dice: poiché, ancora, la pace non si è realizzata sulla terra, quella realizzata da Gesù è la pace che sicuramente verrà, ma solo alla fine dei tempi. In realtà, l'annuncio celeste, che non è altro che l'annuncio di Dio, dice chiaramente che la pace di cui si parla riguarda questa terra, e quindi la nostra storia, e riguarda tutti gli uomini. Il primo aspetto non doveva suonare poi tanto strano ai pastori ebrei, qualora fossero stati introdotti nelle Scritture profetiche; il secondo non dovrebbe suonare tanto strano ai cristiani, qualora siano abituati alla contemplazione del mistero dell'Incarnazione. E in effetti, la nascita di Gesù è nello stesso tempo il compimento delle Scritture che riguardano il Messia promesso, che appunto era annunciato come re della pace (Sal 72,7), e l'Incarnazione del Figlio di Dio: due aspetti che non possono essere scissi, perché se Dio si è incarnato lo ha fatto inserendosi in una storia, in un popolo e nelle sue attese. Per comprendere la natura e il senso del canto celeste, "pace in terra agli uomini che egli ama", è dunque necessaria una riflessione sull'attesa del Messia d'Israele, che Gesù viene a riempire: senza questa indagine preliminare non è possibile comprendere cosa Dio ha inteso realizzare con l'adempimento delle promesse. Ed è poi necessario soffermarsi sull'evento dell'Incarnazione del Figlio di Dio, Dio che si fa uomo, che molto ha da dire sul tema della pace.
Il Messia atteso Al centro della fede di Israele, soprattutto a partire dall'anno 1000, troviamo attestata la regalità di Dio. Javhé è il Signore degli eserciti, è il re d'Israele, ma è anche il re del mondo e di tutti i popoli. In Israele, poi, il re, soprattutto quello di Giuda e di Gerusalemme, è il discendente di Davide ed esercita il suo governo terreno in qualità di "figlio" (2Sam 7,14). Compito del re terreno è allora di rendere visibile nel suo stile di governo che la regalità è di Dio e può essere realizzata secondo la sua intenzione: essa implica innanzitutto la difesa dei senza dignità e fra di essi soprattutto la vedova, l'orfano, il forestiero e i poveri che pagano più di tutti il prezzo della violenza (cfr Dt 24,5-22). E un re a cui è interdetta la cavalleria, segno di uno spirito guerriero, e che neppure dovrà insuperbirsi, innalzandosi al di sopra del suo popolo (cfr Dt 17,14-20). Le realizzazioni storiche, i re di Israele, salve poche eccezioni, si sono allontanate da questo tipo di regalità: di qui il richiamo costante al primato della regalità di Dio sia nelle vicende storiche (cfr 1Sam 8), sia nella preghiera: "Dio regna" (cfr Sal 47; 96; 97) era il grido orante che confessava la regalità di Dio al di sopra di ogni realtà terrena. I profeti, poi, insieme al giudizio sulle infedeltà e i fallimenti dei regni del sud e del nord, annunciano con altrettanta forza che il Regno di Dio non viene meno e non cessa. Anzi, viene proiettato in un futuro che deve ancora accadere. La durezza dell'esperienza storica apre all'attesa del Regno di Dio, quando Egli stesso regnerà senza alcun mediatore. Al cuore dell'annuncio del Regno di Dio atteso, sta l'annuncio del Messia che deve venire, il re che instaurerà il Regno di Dio. Il re Messia, promesso e cantato nel salmo, lega la sua regalità alla difesa dei poveri e alla instaurazione della pace: "Dio, dà al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia, regga con giustizia il tuo popolo e tuoi poveri con rettitudine… Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace… Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri, li riscatterà dalla violenza e dal sopruso, sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue" (Sal 72). Il tema del Regno, del Messia e della pace è fortemente presente nella parola dei profeti: di Lui Isaia dice che "sarà giudice tra le Genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci: un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra" (2,4-5; ma si veda anche i capitoli 9 e 11); Michea vede il Regno del Messia come il tempo in cui "nessuna nazione alzerà la spada contro un'altra nazione e non impareranno più l'arte della guerra" (4,3 e tutto il capitolo 4 e 5). Anche per quanto riguarda i mezzi attraverso i quali il re Messia attuerà il suo Regno, la Parola dei profeti è chiara: Zaccaria invita Sion a gioire perché il suo re, il Messia si manifesterà nell'umiltà e nella debolezza, cavalcando un'asina: "farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti" (9,10). Un Messia quindi che viene nell'umiltà e nella mansuetudine a instaurare infallibilmente la pace. Umiltà e mansuetudine che nel secondo Isaia (42,1-9; 49,1-7; 50,4-11 e soprattutto 52,13-53,12) vengono assunte dal Messia che ha ora il volto di un servo: il Regno di Dio, della pace si rende visibile in uno sfigurato che non ha né apparenza, né bellezza, né forza; si carica della violenza del mondo, si identifica con gli sconfitti e vince il mondo con l'amore obbediente al suo Signore: "dalle sue piaghe siamo stati guariti". Il Messia è lo schiavo di Dio che vince e spezza la spirale della violenza con l'obbedienza fedele a Dio. La pace che il Messia deve instaurare non è dunque solo escatologica, ma ben radicata nelle contraddizioni terrene: di fronte all'annuncio celeste, "pace in terra agli uomini che egli ama", i pastori non hanno avuto dubbi che si trattasse della pace terrena che il Messia, il re, doveva finalmente instaurare nel Regno di Dio, dopo tanti fallimenti storici. Potevano avere dei dubbi, o convinzioni sbagliate, sul modo e i mezzi che il Messia re avrebbe adottato per raggiungere il fine: ma su questo la predicazione e la prassi storica di Gesù non ha lasciato dubbi. Fin dall'inizio della sua predicazione Gesù ha affermato la vicinanza spazio-temporale del Regno di Dio e il compimento delle promesse profetiche: "il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15). Se Dio regna attraverso il suo Messia (Lc 11,20) allora la pace trova dimora sulla terra, e la trova "oggi", non più nel futuro delle promesse: "Oggi è nato per noi un salvatore, il Messia Si gnore" (Lc 2,11); "Oggi si sono compiute queste scritture" (Lc 4,21); "Oggi sarai con me in Paradiso" (Lc 23,43). Se Dio regna i peccatori vengono perdonati, i ciechi riacquistano la vista, i poveri sono privilegiati e ritornano in possesso del loro diritto; la Parola è annunciata e si compie, i pubblicani sono ammessi nel numero dei discepoli, gli stranieri sono elogiati più dei leviti e dei sacerdoti; val la pena porgere l'altra guancia, amare i nemici, perdonare settanta volte sette. E se Dio regna, allora la logica del mondo che gli si contrappone è ormai finita: è addirittura anacronistico seguirla ed è una perdita di tempo attardarsi a ricercarne l'efficacia. Ecco perché, di fronte alle attese di un Regno alla maniera dei re di questo mondo, Gesù dice chiaramente, con la sua parola e con la sua vita, che Egli è venuto a realizzare promesse che riguardavano il Messia umile e mansueto, il Servo di Dio che spezza la violenza col perdono e l'amore che dona la vita (Mt 5,21-22, 38-48) e porta la pace non alla maniera dei potenti del mondo (Lc 22,24-27) ma caricandosi dei peccati e delle sofferenze del mondo, condividendole, testimoniando la verità nell'obbedienza alla Parola del Padre, verso la quale è rivolto continuamente il suo orecchio (Is 50,4-6). Su questo tema è esemplare il drammatico dialogo di Gesù con Pilato. Gesù deve pronunciarsi se sia lui il re dei Giudei; alla domanda di Pilato Gesù risponde: "il mio Regno non è di questo mondo; se il mio Regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei, ma il mio Regno non è di quaggiù" (Gv 18,36). Gesù afferma che il suo Regno non segue la logica del mondo, che è logica di forza e di violenza, ma si muove secondo un'altra economia: Egli è re, questa è la verità, e continua: "per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità" (Gv 18,37). Il Regno, quindi, si rende visibile nel modo di agire di Dio che è l'Evangelo, la buona notizia, e cioè la parola e la vita di Gesù, al sua testimonianza. In questo Evangelo che i profeti avevano annunciato sta la forza del Regno, non in quella delle armi che è tipica dei regni di questo mondo. In questo stesso Evangelo, che è Gesù, sta la pace che si è realizzata con la sua nascita: una pace che è un evento, una persona, Gesù, re e Messia povero e pacifico che non usa gli strumenti del mondo, ma li giudica, ponendosi sotto il segno della obbedienza alla parola e alla volontà del Padre; Gesù che incarna il re Messia dei tempi nuovi, che non confida nei carri e nella cavalleria, ma solo sulla Parola di Dio, che inevitabilmente sarà la parola della croce: "stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio… Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1Cor 1,18;25). E Gesù, se non ha seguito la logica del mondo, ma quella di Dio, ha chiesto invece di essere seguito in questa testimonianza alla verità e alla pace che ha portato nel mondo (Mc 1,17; 2,14; 10,21): è il compito normativo della Chiesa, che non ha nulla di suo da compiere o realizzare, ma deve seguire solo le orme del suo Signore.
Il Figlio di Dio fatto uomo
Il Messia, in alcuni oracoli profetici (in parte già citati), doveva instaurare il Regno di Dio, Regno di pace e di giustizia, non solo in Israele, ma su tutti i popoli, fino agli estremi confini della terra, che non erano nella sfera di Dio: il Regno di Dio ha dunque caratteristiche di universalità, poiché tutti i popoli si riuniranno in pace sul monte del Signore (Is 2,2-5). Ora, questo poteva avvenire in diversi modi, ivi compreso, secondo alcune interpretazioni, quello della sottomissione violenta di tutti regni al discendente di Davide, il Messia promesso. Il modo scelto da Dio, l'Incarnazione del suo Figlio che così si fa solidale con ogni uomo, ha superato ogni attesa e non poteva essere previsto dal popolo eletto.
L'universalità dell'evento dell'Incarnazione, che diventa un lieto annuncio di pace per tutti gli "uomini che egli ama", è stata compresa solo dopo la morte e risurrezione di Gesù dalla riflessione cristiana. L'evento dell'Incarnazione realizza una nuova condizione nell'umanità rispetto a quella precedente che vedeva in Israele il popolo di Dio, vicino a Dio, e negli altri popoli le Genti, i senza Dio o i lontani da Dio, dove le due diverse condizioni non denunciavano obbligatoriamente meriti o colpe: erano due condizioni diverse che comunque lasciavano spazio a privilegi e conflitti tra il popolo della promessa, dell'elezione e dell'alleanza e quello che ne era privo. "Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo" (Ef 2,13): con l'Incarnazione Dio si fa accanto, vicino ad ogni uomo, non attraverso una promessa, un'Alleanza giuridica, ma attraverso la solidarietà, assumendo la carne umana. Nasce una nuova umanità dove gli ebrei restano ebrei e i gentili restano gentili; gli schiavi restano schiavi e i liberi, liberi; gli uomini restano uomini e le donne, donne : ma a tutti Dio si fa incontro, vicino, nel Figlio che si fa solidale con ogni uomo cosicché tutti sono "uno in Cristo Gesù" (Gal 3,28). Per questo Paolo può dire che "Egli è la nostra pace" (Ef 2,14) e cioè la condiscendenza divina per tutti, lontani e vicini, schiavi e liberi, uomini e donne: Dio che è pace si unisce, si dona, si avvicina a tutti, anche se tutti non ne sono ancora consapevoli. Tutte le Genti sono raccolte nella pace di Dio e nello stesso tempo nessuno può più essere estraneo ad essa. E una pace che si instaura in modo misterico, ma non irreale, perché Dio non impone la sua pace: il suo Messia non costringe alla pace con legioni di angeli o di soldati, ma la instaura in modo reale e oggettivo in modo che possa essere percepita, accolta e fatta propria da chi si decida per la sua nuova logica che mette da p arte le appartenenze e le divisioni, non le diversità. E la Chiesa, la comunità dei credenti e dei discepoli di Gesù, che, contemplando la nuova realtà che l'Incarnazione ha generato, diventa il luogo dove essa si manifesta a condizione, ancora una volta, che essa sia disposta a seguire le orme del Maestro nel suo modo di avvicinare ogni uomo a prescindere dalla differenze di genere (non c'è più uomo o donna), di etnia (non c'è più Giudeo o Greco), di grado sociale o politico (non c'è più schiavo e libero)… Caso mai, se delle preferenze sussistono, esse vanno per coloro che sono stati i preferiti del Signore: i poveri, gli esclusi, i senza diritti, i peccatori. Dal loro riscatto la Chiesa parte perché si manifesti nella sua vita che le differenze e le contrapposizioni non hanno più senso dopo l'evento dell'Incarnazione. E evidente che se la Chiesa è il segno di questa nuova umanità e della pace che Gesù ci ha donato, in essa non si possono riprodurre le divisioni della vecchia, né lo spirito di appartenenza che offusca l'annuncio evangelico della pace che va al di là del proselitismo e dalla mera visibilità.
Uscire dall'etica
Troppo spesso la riflessione cristiana, in questo ancora troppo simile a talune convinzioni farisaiche, tende immancabilmente al "cosa fare": ogni pagina evangelica, ogni mistero della fede, ogni valore ha la sua traduzione, o il suo corollario, in una serie di disposizioni o comandamenti che, se osservati, ne garantiscono l'attuazione storica, a volte tra i credenti, altre volte nel mondo. Così è stato per la pace, indubbio valore evangelico che la Chiesa ha declinato in etiche inevitabilmente datate, talvolta contrastanti tra loro, offerte ai credenti o agli stati e ai governanti per conseguire finalmente il bene della pace, ridotto spesso all'unica dimensione interiore a fronte di una convivenza senza guerra, ma anche senza giustizia, in attesa che si realizzi la pace escatologica che sulla terra non è possibile. L'Incarnazione del Figlio di Dio pone il credente e la Chiesa in un'altra prospettiva: si tratta, per così dire, di uscire dall'etica per entrare nel mistero. La pace c'è già: è Gesù, il Figlio di Dio incarnato che ci fa riconoscere ogni uomo come fratello, uguale per dignità e per il quale Lui ha dato la vita; è Gesù, il Messia, re di pace atteso che ha mostrato con la sua nascita, con la sua vita, con la sua morte e risurrezione in quale modo Dio regna e porta la pace. Con Lui la pace ha trovato realmente dimora sulla terra, ed è insensato per un credente cercare altre vie, diverse da quelle che Lui ha percorso, anche se apparentemente sembrano vincenti o più convenienti o più realistiche: la realtà è invece l'umanità nuova che Lui ha generato. In questo senso, universalistico e concretissimo, va inteso il canto della moltitudine dell'esercito celeste: "pace in terra agli uomini che Dio ama". L'unico compito che compete al credente e alla Chiesa, la porzione dell'umanità consapevole di quanto ormai definitivamente Dio ha operato nella storia con l'Incarnazione del suo Figlio, è quello di seguire il Maestro sulla strada che lui ha percorso: quella della fraternità, della nonviolenza, della debolezza, dell'obbedienza alla Parola, dell'amore. E questa la pace che Lui ci ha portato, quella che la moltitudine celeste ha annunciato per tutti gli uomini che Dio ama.
Una testimonianza
Il nostro tempo è stato testimone dell'adempimento dell'annuncio celeste: "pace in terra agli uomini che Dio ama" e di come sia possibile ai credenti vivere la pace di Gesù. E nota la vicenda dei sette monaci del monastero dell'Atlas, che sono stati sgozzati da un gruppo estremista algerino. Si sono fatti vivi i "fratelli della montagna", così i padri chiamavano i guerriglieri islamici, in opposizione ai "fratelli della pianura", soldati e miliziani dei diversi eserciti. A Tibhirine i monaci vivevano in comunione con una piccola popolazione di contadini, che dividevano con i monaci la coltivazione dei frutti della terra. Una piccola popolazione costituita al 100% da musulmani sinceri, con la quale i monaci hanno intrecciato delle relazioni di reciproco rispetto e di servizio. Non hanno mai mancato di includere nella loro liturgia una preghiera in arabo, come segno di rispetto per la terra nella quale sono ospitati. Il 28 ottobre 1993 il priore scrive al capo del GIA (Gruppo Islamico Armato), prima del precipitare degli eventi ma al cuore della crisi algerina, spiegando il senso della presenza religiosa all'Atlas: "Fratello... nel conflitto attuale che sta vivendo il paese, ci pare impossibile di prendere partito. La nostra condizione di stranieri ce lo proibisce. Il nostro stato di monaci ci vincola alla scelta di Dio su di noi, che è quella di una vita di preghiera e semplicità, di lavoro manuale, di accoglienza, di preghiera e di condivisione con tutti specialmente con i più poveri... Queste ragioni di vita costituiscono una scelta libera di ciascuno di noi. Ci impegniamo fino alla morte". Quando si pone ai monaci il problema se continuare a rimanere o partirsene dall'Atlas, perché era ormai evidente che si rischiava la vita, tutti decisero di restare in piena coscienza e in tutta libertà, pur consapevoli della possibilità di una morte violenta. Nel ritiro del Natale 1994 frère Christophe, uno dei monaci dell'Atlas, sottolinea il legame tra preghiera e la situazione di violenza in cui sono immersi: "L'Ufficio, le parole dei salmi sono attuali, fanno corpo con la situazione di violenza, di angoscia, di menzogna e di ingiustizia. Sì, ci sono dei nemici. Non possono costringerci a dire troppo in fretta che li amiamo, senza fare ingiuria alla memoria delle vittime il cui numero cresce di giorno in giorno. Dio santo, Dio forte, vieni in nostro aiuto; affrettati a soccorrerci!". Appare chiara la preghiera a caro prezzo, la preghiera come comunione, che arriva per purissima grazia di Dio a balbettare l'amore dei nemici, che uccidono sistematicamente vittime innocenti. I monaci dell'Atlas sono sequestrati il 26 marzo 1996. Un comunicato del GIA del 21 maggio ne annuncia l'esecuzione. Per riassumere questa vicenda, aiutano le parole del testamento del priore, scritto durante la prima irruzione del GIA nel monastero.
Tibhirine, 1° gennaio 1994 Quando si profila un AD-DIO
Se mi capitasse un giorno - e potrebbe essere anche oggi - di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l'Unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che essi pregassero per me: come essere degno di una tale offerta? Che essi sapessero associare questa morte a tante altre, ugualmente violente, lasciate nell'indifferenza e nell'anonimato. La mia vita non ha più valore di un'altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l'innocenza dell'infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento vorrei poter avere qualche sprazzo di lucidità, che mi permetterebbe di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non poteri augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe pagare un prezzo troppo alto ciò che verrebbe chiamata, forse, la "grazia del martirio", doverla ad un Algerino, chiunque sia, soprattutto se egli dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l'Islam. So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini, globalmente presi, e conosco anche quali caricature dell'Islam incoraggia un certo islamismo. E troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa vita religiosa con gli integrismi dei suoi estremismi. L'Algeria e l'Islam, per me, sono un'altra cosa, sono un corpo e un'anima. L'ho proclamato abbastanza, mi sembra, in base a quanto ho visto e appreso per esperienza, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria, e già allora, nel rispetto dei credenti musulmani. La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: "Dica adesso, quello che ne pensa!". Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre per contemplare con Lui i Suoi figli dell'Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione e di ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze. Per questa vita perduta, totalmente mia, totalmente loro, rendo grazie a Dio che sembra averla voluta interamente per la gioia, nonostante tutto e contro tutto. In questo GRAZIE in cui si è detto tutto, ormai, della mia vita, comprendo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi amici di questa terra, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, centuplo accordato secondo la promessa. E anche te, amico dell'ultimo minuto, che non avrai saputo quello che facevi. Sì, anche per te voglio dire questo grazie e questo ad-dio, da te deciso. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso. Se lo vorrà Dio, nostro Padre comune. Amen. Insh'Allah.
Preghiera, perdono, pace, rendimento di grazie, martirio: sono le parole che permettono di comprendere la vita e la morte di questi monaci, che non hanno preteso un ruolo sociale, che non hanno voluto alleanze e sostegni. Hanno cercato solo il Vangelo e nient'altro, e per questo Dio è venuto loro incontro, dando loro la possibilità di combattere la nuova battaglia e di conservare la fede. Il martirio qui sigilla una vita cristiana povera, senza alcuna pretesa, se non quella di porre i gesti semplici, umili, quotidiani della preghiera e del perdono, della pace che Gesù ha testimoniato grazie a loro anche in Algeria. Ai primi d'agosto viene ucciso in un attentato il vescovo di Orario, mons. Claverie. Il sigillo del martirio segna la Chiesa povera di Algeria. Questo vescovo, nella primavera del '96 così delineava la presenza della Chiesa in Algeria, discernendo anche la preghiera di questi monaci e la vita paziente di molti cristiani:
"Ogni minaccia, ogni lutto che subiamo provoca migliaia di testimonianze di amicizia e di solidarietà, che ci incoraggiano a perseverare... Senza armi né forza, restiamo una minoranza solidale con altre minoranze, oggi vittime come noi dell'ostracismo nazionalista e religioso... Se, come noi crediamo, Dio è amore, siamo chiamati ad essere, in Algeria, segno di questo amore, così come Gesù ce lo ha rivelato operante in lui e intorno a lui. Non siamo qui per la nostra comodità, per il nostro interesse o la nostra soddisfazione... Siamo qui proprio per spezzare questa logica del possesso, del dominio e del ripiegamento su se stessi, sui propri beni o proprietà individuali, etniche o religiose... Questo è il momento di rimanere, anche se silenziosi e impotenti, al capezzale di coloro che amiamo: l'offerta della semplice presenza che accompagna il sofferente solamente tenendogli la mano. Questo segna la nostra volontà di amare gratuitamente... non abbiamo più niente da dare tranne che noi stessi, e più niente da condividere se non la compassione... La Chiesa non è nel mondo per conquistarlo, né per salvare se stessa con i propri beni e il proprio personale. Essa è con Gesù

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