UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Omelia

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19 Gennaio 2000

'org anica pastorale sociale.
* * * Prima di concludere, vorrei richiamare anche a questa qualificata assemblea un motivo di apprensione che ho manifestato lo scorso primo maggio ai lavoratori bolognesi. Non possiamo guardare senza perplessità alla così detta 'globalizzazione dell'economia', per cui il mercato e il potere finanziario non conoscono più confini, e danno l'impressione di non tollerare nessun influsso e nessun controllo esterno al proprio ambito. In tal modo capita sempre più spesso che la sorte delle imprese e l'avvenire dei lavoratori vengano decisi da potentati anonimi, lontani e invisibili. Noi non sappiamo se davvero questa sia una realtà ineluttabile e fatale. Sappiamo però che è preoccupante. Un'economia senza barriere non deve diventare anche un'economia senza regole, senza attenzione all'occupazione e alla disoccupazione, senza sollecitudine per i disagi delle persone e delle famiglie. In nostro auspicio è che la 'globalizzazione' non divenga il nome nuovo di 'capitalismo selvaggio': sarebbe un'altra sconfitta dell'uomo, immagine viva di Cristo.
* * * Il Signore Dio nostro - in virtù di questo sacrificio che con tutta la Chiesa oggi gli offriamo a favore di tutti i lavoratori credenti e non credenti, dei loro figli e delle loro famiglie - ci doni sempre la luce della sua verità e la forza inesauribile della sua grazia.
Il rito che ci raduna attorno all'altare del Signore ha un suo prezioso significato, che merita di essere giustamente e adeguatamente percepito. Potremmo dire che basterebbe questa Messa - celebrata nel cuore di un convegno sul lavoro - a far capire a noi stessi e a tutti, che i lavoratori cristiani possiedono una loro inalienabile identità e una visione delle cose originale e inconfondibile, in grado di dare a ogni realtà una significanza e una dimensione nuova. Questa Messa - nella quale noi ascoltiamo la divina parola ed eleviamo la nostra preghiera - ci dice prima di tutto che noi siamo e ci riconosciamo come gli interlocutori di Dio. E' la più semplice e fondamentale ragione della nostra nobiltà e della nostra fiducia. Ogni uomo che davvero crede, trova qui la sorgente di ogni vera e sostanziale uguaglianza: chi è interlocutore di Dio, non è subalterno a nessuno, e può trattare con ogni autorità terrena e con ogni potere nell'intima persuasione che nessuno è davvero più grande di lui, dal momento che Egli può rivolgersi a Dio chiamandolo Padre. Il sangue, il censo, la funzione sociale, la proprietà non determinano la rilevanza di un uomo, più di quanto non faccia la prerogativa che egli ha di entrare in una relazione personale col Dio vivo e vero. Non può mai essere intimidito o umiliato chi sa di poter compiere tutto nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Chi ha Gesù come suo Signore, non riconosce e non accetta nessun altro padrone sulla terra: né il datore di lavoro, che non è un padrone dei lavoratori ma è un fratello e un collega nel servizio dell'unico Re; né lo Stato, che, a lasciarlo fare, finisce sempre coll'essere il più prepotente dei padroni; né i partiti, che, come tali, non hanno mai il diritto di comandare niente a nessuno; né l'ideologia, che non può pretendere da noi nessuna adorazione, ma anzi richiede di essere giudicata alla luce dell'eterna verità che ci è stata portata da Cristo. Qui, nel l'assemblea dei figli di Dio e nell'offerta del sacrificio liberatore di Cristo, troviamo dunque la vera radice della nostra libertà e la fonte del nostro coraggio sociale. L'eucaristia, celebrata in questa occasione, ci ricorda che noi rifiutiamo le separazioni artificiose tra la nostra qualità di credenti e il nostro impegno nel mondo. La fede, vissuta con intelligente coerenza, ci porta a essere non lavoratori assimilabili a tutti, ma lavoratori cristiani, che hanno una loro storia, un loro modo di vivere la propria condizione, un loro giudizio sulle questioni concrete dell'esistenza, un loro progetto per rendere più giusti e fraterni i rapporti tra gli uomini. E la passione con cui portiamo oggi davanti a Dio, col pane e col vino dell'offertorio, i problemi, le ansie, le difficoltà del mondo del lavoro (per esempio, la disoccupazione, specialmente giovanile, l'organizzazione dei compiti, la gerarchia dei valori che deve presiedere e guidare l'evoluzione tecnologica, ecc.) pongono davanti a tutti il fatto che noi non pensiamo alla religione come a un fenomeno che possa stare racchiuso nell'intimità dei nostri cuori e nella sacralità dei nostri riti, e non riteniamo che le nostre certezze - pur trascendenti nei loro contenuti diretti - siano irrilevanti nella vita di ogni giorno e non arrivino a qualificarci anche nell'ambito della nostra professione e del nostro modo di guadagnarci il pane. La convinzione della nostra precisa identità cristiana però non ci isola affatto all'interno dell'umanità che lavora; al contrario proprio essa ci consente di dialogare con tutti, conservando per tutte le persone quel rispetto che nasce dall'amore sincero per tutti gli appartenenti alla famiglia umana, specialmente quelli che condividono con noi la nostra quotidiana fatica. Infatti il primo rispetto che dobbiamo avere verso i nostri interlocutori è quello di presentarci a loro con il nostro volto, con la chiarezza delle nostre idee, con la sincerità dei nostri inten ti, senza mascherature o abnormi contaminazioni delle dottrine. La nostra franchezza e la nostra coerenza ci permetteranno anche di offrire a tutti l'apporto specifico delle ricchezze spirituali che ci vengono dalla fede. In primo luogo dobbiamo rianimare la speranza di questo nostro popolo. Si avverte di questi tempi come una caduta di tensione verso qualunque traguardo, sicché il rischio è quello che si diventi tutti prigionieri di una squallida filosofia del presente, che mira solo ai vantaggi e ai piaceri immediati. Siamo in un'epoca che per qualche aspetto potrebbe essere forse definita post-ideologica, nella quale le masse - pur restando largamente inquadrate in rigidi sistemi di aggregazione e di potere - non sembrano neppur più capaci degli erronei sogni e delle ingenue illusioni di un tempo, e così diventano (ed è una sorte più tragica) preda solo dell'ossessiva aspirazione al benessere effimero e dell'edonismo. Dobbiamo ridare ai lavoratori il gusto di guardare ancora in avanti, con determinazione, con impegno, con la volontà di realizzare almeno per i propri figli una migliore condizione di giustizia e soprattutto uno stato di vita che sia più umano, cioè che abbia più sapore e più senso. Bisogna poi ricordare a tutti, specialmente di fronte ai grandi problemi della trasformazione tecnica e culturale, il grande e necessario principio della solidarietà tra gli uomini e tra le varie componenti della realtà sociale. 'Il passo decisivo per entrare correttamente nel futuro sembra consistere proprio nel far prevalere sugli interessi di categoria la logica della solidarietà, che è la base della vita associata. Nessuna forza economica, sociale o politica, potrà dunque rivendicare per sé la guida del processo di trasformazione; piuttosto ciascuna dovrà aprirsi alla reciproca integrazione dei ruoli e dei contributi'. Infine è urgente aiutare questo popolo a ritrovare l'antica anima cristiana della nostra terra, procedendo alla riscoperta di un

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