UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Le relazioni dei giovani lavoratori nei vari ambiti della vita

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21 Ottobre 1999

a la faccia. "Allora, come mai lei vuole lavorare per l'Air France?". "Perché m i piace viaggiare "L'Air France non è un villaggio turistico". "Lo so. Però non è nemmeno un posto da ragionieri". Il tic gli lacerò il volto trasformandolo per qualche secondo in un quadro di Picasso. "Io sono un ragioniere", mi disse, superato l'attacco. Nel giro di quattro battute mi ero giocato l'Air France."
"Ora il mio grande segreto è questo: ...il mio segreto è che ho bisogno di Dio, che sono stufo marcio e non ce la faccio più ad andare avanti da solo. Ho bisogno di Dio, per aiutarmi a donare, perché sembro diventato incapace di generosità; per aiutarmi a essere gentile, perché sembro ormai incapace di gentilezza; per aiutarmi ad amare, perché sembro aver oltrepassato lo stadio in cui si è capaci di amare..."
Vogliamo, con questa introduzione, offrirvi semplicemente la foto di una realtà con l'aiuto di Martino, che è un attore che ci proporrà la lettura di alcuni brani tratti da alcuni romanzi, e con il racconto diretto di alcune esperienze personali di giovani lavoratori presenti al nostro seminario. Sono brevi interventi che ci apriranno alla speranza, in un mondo e in una situazione che sembrano molto chiusi e senza prospettive di soluzione.

Martino
"Vedrai che ti verranno i calli anche a te, che nella vita hai solo studiato". rideva Franco. Alla fine del mese non accennò neanche per sbaglio alla mia paga. Aspettai qualche giorno, poi gliela chiesi. "Mi occorrono i soldi", gli dissi. "Certo mi rispose lui". "Scusami, me ne ero proprio dimenticato". Estrasse dai pantaloni il portafogli e mi porse tre biglietti da centomila lire. Era il compenso di un mese, senza libretto di lavoro. Presi quei soldi con le mie mani foderate di vesciche. "Esco un attimo a comprarmi le sigarette", dissi. "Ma se non fumi". "Ci metto un secondo". Non tornai più. Sapevo che era in ritardo rispetto ai termini di consegna dell'impianto. Speravo di metterlo nella merda. Ma gente a spasso ce n'era tanta. Al posto mio si sarebbe presentato sicuramente un altro."
"Lavoro e soldi; soldi e lavoro: strano ma vero. Cinquant'anni di questa roba che mi aspettano. Stupisce che io non corra immediatamente a scaraventarmi giù dal ponte al centro della città. Come abbiamo permesso che il mondo finisse in questo stato? Insomma è davvero tutto qui? E dove, esattamente, dovrebbe trovarsi la zona di sollievo da questo perfido ciclo? Nessuno ci ha mai pensato? O sono matto io?"
Rosaria
"Ho 24 anni, sono un infermiera professionale. Da qualche anno sono impegnata in attività di pastorale giovanile rivolta ai giovani lavoratori. Durante lo svolgimento di alcune inchieste sulla sicurezza in tempo di lavoro e di non lavoro ho incontrato Pietro. Pietro era un giovane lavoratore di 22 anni, faceva parte di una famiglia di origine popolare e lavorava in un autolavaggio ed era un appassionato di musica, anche molto bravo. Mi ha parlato della sua situazione di lavoro che non era bella a causa dei ritmi: orari pazzeschi, tempo libero niente, salario sufficiente però non giusto per le ore che svolgeva, nessuna realizzazione personale, voce in capitolo tanto meno, stanchezza tanta, voglia di andar via tantissima. Con Pietro sono riuscita ad avere un buon rapporto di dialogo. Ci siamo incontrati più di una volta, parlando della sua vita, di quali prospettive avrebbe potuto avere rimanendo lì. Gli ho proposto di andare a visitare un Centro Informagiovani se poteva esserci qualcosa per lui, dei corsi professionali, dei concorsi, delle proposte di lavoro. Non abbiamo trovato niente di particolare che potesse servigli anche perché Pietro aveva soltanto il diploma di licenza media e per la maggior parte delle cose era richiesto un diploma di Maturità. Dopo un po' di tempo, Pietro lasciò il paese per un lavoro migliore. Si trasferì a Lecce dove continuò a lavorare in un altro autolavaggio per pochi mesi, e poi fece una breve esperienza come centralinista. E poi è tornato a S. Michele dopo circa un anno. Al suo ritorno ci siamo incontrati, mi ha raccontato un po' come gli era andata, quello che aveva vissuto in quel periodo in cui le cose non erano andate tanto bene. Ho tentato di riprendere i contatti, i rapporti con lui, dato che faccio parte di un gruppo di revisione di vita in cui abbiamo la possibilità di riflettere e fare delle azioni concrete sulla nostra vita, con la caratteristica particolare, di fare delle cose importanti su quello che è il mondo del lavoro, il rapporto che i giovani hanno con il lavoro, tentando di scoprire che senso ha il lavoro nella vita di un giovane. Ho chiesto a Pietro se voleva far parte di questo gruppo di giovani. Ha accettato ed ora, da circa un anno, ne fa parte. Insieme ci siamo confrontati così che Pietro ha avuto la possibilità di scoprire dei valori nuovi che finora non era riuscito a scoprire, valori di confronto, di protagonismo, di sentirsi parte. Dopo molte ricerche ha trovato un lavoro come panettiere dove è in regola ed è assicurato solo per la metà delle ore che lavora. Però questo da noi, al Sud, può essere paragonato all'oro, dal momento che ci sono delle situazioni peggiori e tantissimi giovani che vivono nel disagio e nell'insicurezza, e che non hanno ancora avuto la possibilità di scoprire la bellezza e i valori che si possono vivere lavorando. Questa per me è stata un esperienza molto bella. Prendermi a cuore la vita di Pietro mi ha fatto scoprire, riflettere e crescere su alcune cose; su come viene vissuto il lavoro da molti giovani; su quante possibilità e spazi oggi il lavoro offre loro, e devo dire che molte cose sono peggiori più di questo sembrino. Spero di riuscire a vivere altre esperienze come queste, di incontrare altri giovani, non perché io possa cambiare le cose o risolvere i problemi del lavoro, ma forse posso contribuire a dare una voce e un volto a quei giovani che vivono in quella fascia intermedia, tra il margine estremo, in senso negativo, e il margine estremo in senso positivo. Questi sono i giovani detti invisibili."

Don Paolo
Vorrei che ci segnassimo una frase: "Prendermi a cuore la vita di Pietro". Non so quanti ragazzi dei nostri quartieri, delle nostre periferie trovano qualcuno che si prenda a cuore la loro vita! Questo certamente non risolverà il problema del lavoro, però è una porta importante per la speranza, per potersi sentire accolto, capito e accettato. Molte volte, invece, le nostre relazioni, anche quelle famigliari, sono relazioni di non comprensione, dove tutti hanno le loro posizioni, le loro idee, e non entrano in relazione con l'altro, soprattutto se l'altro è più giovane, indifeso e apparentemente incapace di trovarsi una strada da solo.
Mara
"Ho cominciato a lavorare a 14 anni ed ho iniziato per tre anni come apprendista. I primi mesi non ero assicurata; le mie compagne mi trattavano con superiorità e io non imparavo nessun lavoro, perché mi facevano fare il jolly. Quando c'era da scaricare o da pulire o altro da fare, chiamavano me. La datrice di lavoro, anche se sovente era lei a darmi altri compiti, a fine giornata voleva la produzione, e se non c'era mi maltrattava dicendomi: "Non sei sveglia; non sei all'altezza!" Tutto questo non mi ha certo aiutato ad aver fiducia in me stessa e tanto meno negli altri. A causa dei rapporti sia con la datrice di lavoro, sia con le mie colleghe ho deciso di licenziarmi. Sono stata assunta in un altro calzificio della zona dove lavoro con altre dieci ragazze e faccio i turni. Una settimana lavoro dalle 6 alle 14.00 e l'altra dalle 14.00 alle 22.00. Durante gli anni della scuola dell'obbligo ho sempre frequentato la chiesa e l'oratorio dove mi incontravo con i miei amici e le mie amiche. Terminata la scuola, le cose sono cambiate. Non potevo più partecipare alle iniziative dell'oratorio perché spesso erano fatte in ore in cui io lavoravo e anche quando si facevano di sera, ero troppo stanca per parteciparvi. D'estate il problema era lo stesso: i campeggi venivano fatti a giugno, mentre io avevo le ferie in agosto. Non frequentando più l'oratorio, mi sono ritrovata senza amici, e avendo un carattere timido, mi sono chiusa sempre di più in me stessa. Le mie colleghe erano tutte più grandi di me; a volte uscivo con loro in discoteca o al bar ma più spesso passavo le domeniche sola in casa. Era il periodo dell'adolescenza e non accettavo me stessa, non trovavo un senso a ciò che facevo e vivevo. Ho cercato di partecipare alla catechesi per gli adolescenti in parrocchia, ma il sacerdote leggeva un brano, non so se del catechismo o di altro, e lo commentava, ma io non capivo né il brano, né il commento per cui non ci sono più andata. Ho continuato a partecipare alla messa perché mia madre ogni domenica mi mandava. Le cose sono cambiate quando ho conosciuto alcuni giovani della AC e poi del MLAC, Movimento Lavoratori di Azione Cattolica. Ho iniziato ad uscire con loro il sabato e la domenica, e poi a partecipare agli incontri del MLAC. Con loro posso condividere i miei problemi, le mie esperienze lavoratrici; posso parlare dei rapporti non facili con le compagne e il datore di lavoro; mi sento capita e apprezzata per quello che sono. Di solito passiamo qualche giorno di ferie insieme in agosto. Nuovi problemi sono nati da quando faccio i turni. All'inizio ti sembra di avere molto tempo a disposizione; quando fai il primo, hai l'intero pomeriggio libero. In realtà cambiare turno ogni settimana, stanca molto perché cambia il ritmo di vita. Programmo sempre molte cose, ma poi non riesco a farle, perché non ne ho la forza. Quando lavoro dalle 14 alle 22, vado a letto alle 23, ma fino all'una non riesco a prendere sonno e così al mattino mi alzo più tardi e la mattina diventa breve. Fare i turni ha mandato in crisi i miei impegni e le mie relazioni con le persone. Prima di tutto non posso mai prendermi un impegno continuato neppure il sabato, perché lavoro un sabato ogni due. Non vado né in palestra, né in piscina, né a danza, attività che le mie amiche fanno, sia per l'orario, sia per la stanchezza. Non posso partecipare agli incontri del MLAC perché si trovano ogni 15 giorni, e l'incontro quest'anno cade nella settimana in cui esco alle dieci; la data non si può sostare perché altri fanno i turni e questi sono alternati rispetto ai miei. Per uscire con gli amici devo sempre aspettare la settimana in cui faccio il primo turno, ma devo sempre rientrare prima degli altri. Tornare a casa alle 23 è già tardi per me, perché alle 6 del mattino devo essere sul lavoro. Alla domenica sera, alle volte, si decide di andare al cinema ad assistere al secondo spettacolo e io spesso devo rinunciare. In famiglia vivo con i miei genitori. Sono figlia unica e mia madre mi ha sempre appoggia ta nelle mie scelte. Quando ho iniziato il primo lavoro mi ha accompagnata e ancora oggi posso raccontarle quello che vivo dentro e fuori l'ambiente di lavoro. Per me è una presenza importante, so che da lei trovo sempre confronto e sostegno. Con mio padre il rapporto è andato bene fino a 16-17 anni, poi si è incrinato. I motivi sono più di uno. Oltre tutto il non vederci, quando faccio il secondo turno, per l'intera settimana, non aiuta il dialogo e la serenità del rapporto. Anche sul lavoro i rapporti non sono brillanti. Su 10 ragazze, 4 fanno il normale e 6 ci alterniamo nei turni. Io lavoro sempre con altre due ragazze; con una c'è una certa amicizia, con l'altra un rapporto di sopportazione: ci si aiuta poco e si condivide quasi niente della vita che viviamo al di fuori del calzaturificio. In questi ultimi anni ho partecipato ad alcuni incontri spirituali che mi hanno aiutato ad aver fiducia in me stessa e ad aprirmi e a crescere nella fede. Quando torno da una di queste esperienze, vorrei condividerla con le mie compagne di lavoro, ma non è possibile perché quelle volte che ci ho provato, o ascoltano senza dir nulla, oppure mi deridono. Non sono mai riuscita né qui, né dove lavoravo prima a parlare e a confrontarmi su Dio. In realtà non ci confrontiamo molto neppure su altri temi meno impegnativi, neppure su argomenti che riguardano più da vicino il nostro lavoro. Una volta ho chiesto di fare un incontro con un'amica sindacalista perché ci spiegasse di più alcune leggi. Nessuna delle mie compagne ha avuto; si va dal sindacalista solo quando sei licenziata o se la busta paga non è in regola. Nessuna pensa di tesserarsi, perché si ha paura che il datore di lavoro ti prenda di mira. Al termine di queste mie semplici parole, vi ringrazio per avermi dato la possibilità di raccontare la mia storia. Ho così potuto dar voce a tanti giovani che, come me, hanno iniziato a lavorare a 14 anni e per questo hanno sofferto e soffrono molta solitudine."

Marti no
"Le giornate alle cinque del pomeriggio sprofondano nel buio, piove ininterrottamente da una settimana, fa freddo, sono sull'orlo di una crisi depressiva di quelle da prendere la finestra di corsa. Studiare diventa impossibile con questa luce artificiale esasperante e sempre uguale, i muri bianchi vagamente velati di grigio dal tempo e dalle impronte delle mie scarpe da ginnastica. Al mattino ti alzi e ti si gelano le ossa, resti accucciato sotto due chili di coperte per qualche secondo, poi cedi al pensiero del greco, allora esci lentamente, quasi con circospezione, con la paura improvvisa di aver dimenticato di studiare un aoristo o un piucchepperfetto, la sera prima. Cercando con disperazione infantile un particolare piacevole, ma è inutile. Ormai ho bisogno di pensare ai bambini di Sarajevo per sentirmi, non dico fortunato, ma almeno al loro livello di sfiga."
""Ehi Walter", mi disse, "sai cosa mi ha regalato Ciccio per Natale?". "No. Cosa ti ha regalato?" Tirò fuori dalla tasca destra del giubbotto un involucro ricoperto di carta stagnola. "Roba di prima qualità. Non è stato gentile?". "Un casino. Cosa fate questa sera?". "Andiamo in discoteca". "E domani?". "Andiamo in discoteca". "Per Capodanno avete in progetto qualcosa di speciale?". "Penso che andremo in discoteca". "Capisco". Ritenni opportuno non affrontare l'argomento Carnevale."
Guido
"Salve a tutti sono Guido, e sono uno di quelli che dovrà imparare a farsi venire i calli sulle mani perché ho studiato fino a 25 anni, e adesso ho intrapreso la carriera dell'agricoltore, nel senso che lavoro in una cooperativa che si chiama la "Sierra Umbra" che vorrebbe fare l'agricoltura biologica. Per adesso tagliamo il bosco e potiamo gli ulivi. Chiedo scusa in anticipo se non riuscirò ad essere chiarissimo. Essendo all'inizio dell'esperienza, perché ho cominciato a lavorare a novembre, molte delle cose che dirò, probabilmente, hanno ancora bisogno di riflessione, quindi, in parte, vivo anc he il disagio di una situazione che non è chiara neppure dentro di me. Anch'io credo che quando si entra nel mondo del lavoro, la prima cosa che si sperimenta è il crollo del tempo da dedicare alle relazioni. E', forse, una banalità nel senso che potrebbe sembrare una cosa ovvia, però una cosa è pensarla e una cosa è viverla. A causa della paura di non trovare lavoro, quando un giovane comincia a lavorare, entra con un entusiasmo grande, però si accorge subito che non c'è più molto tempo libero, tempo per le relazioni. Personalmente vivo questa esperienza in modo in po' stridente perché faccio parte di una generazione a cui faceva piuttosto piacere rimproverare il papà perché non c'era mai a causa del lavoro. Riflettendo comincio proprio ad avere un dubbio, forse non è che non ci sia più tempo per le relazioni, ma c'è un cambiamento radicale delle relazioni o, per lo meno, la vita ti richiede un cambiamento radicale nel vivere le relazioni. Il discorso del tempo libero, per me, è abbastanza sorpassato perché è un'invenzione del mercato per proporre delle cose da venderci. La seconda cosa abbastanza chiara è la percezione di uno sdoppiamento delle relazioni: le relazioni extra lavorative e le relazioni nel lavoro. Il lavoro dell'agricoltura dà molte soddisfazioni però, a parte la fatica tremenda soprattutto per un fisico un po' gracilino come il mio, ti porta via una quantità di ore pazzesca. Io esco di casa normalmente alle 7,45 e non ritorno quasi mai a casa prima delle 22,30. Lo sdoppiamento delle relazioni è una cosa che crea una confusione dentro. Le relazioni nel lavoro portano a passare molto tempo insieme, soprattutto se si è in una cooperativa dove c'è qualcuno che prepara il pranzo, mentre gli altri lavorano e quindi c'è sempre qualcosa di diverso dal lavoro. La cooperativa è un'esperienza molto significativa dove si fatica a comprendere quali sono le relazioni lavorative e quali quelle extra lavoro. Per esempio ci sono i problemi pratici del le relazioni con i colleghi che sovente sono anche problemi economici. La cooperativa è nata da poco e ci sono dei problemi economici per cui ci si trova a decidere chi deve prendere 800.000 lire al mese e chi, pur lavorando le stesse ore, prende un milione e mezzo perché ha una famiglia a carico. Sono problemi importanti perché creano un certo tipo di rapporto. Una cosa importante che mi piace sottolineare è la crisi che personalmente sto vivendo adesso e che, tra l'altro, ha una piccola analogia con quella vissuta all'epoca del servizio come obiettore di coscienza. Quando torni a casa, le relazioni che avevi prima nel gruppo o con le persone singole, entrano in crisi perché le tue scelte, che vivi in una maniera abbastanza onnicomprensiva, non sono capite al di fuori. Vieni compreso a malincuore solo da qualcuno, ad altri non interessa, e allora vivi le tue scelte con fatica e, ad un certo punto, comprendi l'importanza della condivisione dei valori della vita al di fuori del lavoro. Altrimenti, quando torni a casa dopo 10 ore di lavoro e devi uscire per andare a fare una serata che proprio "non me ne po' fregà de meno", resti a casa e ti leggi un libro. In realtà la nuvoletta del tempo libero spesso ci insegnano a riempirla con le serate al pub o in discoteca, situazioni, secondo me, poco significative. L'entrata nel mondo del lavoro è un momento in cui realizzi che nella vita, oltre al lavoro e comunque fuori dal lavoro, ci vogliono delle cose che senti, e che ti facciano sentire realizzato umanamente. Allora il tempo libero e le relazioni di prima, se non sono legate a valori forti da condividere, vengono meno e diventano una fatica e una sofferenza."
Martino
"Il selezionatore dell'Ufficio Personale dell'Air France era un francese con i baffetti in doppiopetto blu di Yves Saint-Laurent. Aveva un tic all'occhio destro che gli deformava, per brevi ma intensi istanti, tutt

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