UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

La spiritualità e il metodo della Lectio divina

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23 Giugno 2000

dalle responsabilità che si assumono: si condivide l'ascolto della Parola di Dio e la sua "ruminazione" con gli altri credenti. D'altra parte questa caratteristica di gratuità è deflagrante rispetto ai moralismi e alle questioni delle appartenenze, perché non esclude nessuno ed è un territorio che non rende comuni per via di genericità, cioè per mancanza di specificazione né comporta esigenze di schieramento. Infine, la Lectio divina è un'esperienza di interiorità umana presa sul serio. Nel secolo della New Age e della psicanalisi, esiste una questione sull'interiorità che come credenti non abbiamo ancora affrontato pienamente. Negli ultimi 200 anni l'interiorità è stata identificata con la spiritualità, con il profondo dell'anima, assumendo in pieno Agostino e dimenticando altri contributi, come ad esempio Anselmo, che hanno approfondito altri aspetti più complesse sull'interiorità. A questo proposito si potrebbe aprire un grosso capitolo su che cosa vuol dire ripensare sul serio un'interiorità. La New Age e un certo tipo di religiosità ci stanno ponendo, in modo molto discutibile, di fronte a questo problema che richiede di essere affrontato con maggior serietà e impegno.1. I presupposti di un metodo Il metodo della Lectio divina parte da una distinzione che il Vaticano II invita a fare e che, nel corso dei secoli, è stata un po' dimenticata, cioè la distinzione tra Parola di Dio e testo biblico. La Lectio divina, infatti, muove dalla constatazione che la materialità del testo contiene la Parola di Dio ma non è la Parola di Dio perché la Parola di Dio è Gesù stesso! Questa verità pone la lettura della Parola di Dio al riparo da ogni fondamentalismo e da ogni spiritualismo. Molte esperienze che si fanno non hanno niente a che vedere con la Lectio divina perché ignorano il presupposto di questa distinzione fondamentale: il testo si comprende solo nel contesto di un rapporto di fede. La Lectio divina non è un'esperienza propedeutica, ma è l'esperienza del rapporto di un adulto nella fede con la Scrittura per cui, tendenzialmente, non è consigliabile ai giovani o per un cammino di pre-evangelizzazione, nel quale, talvolta, si rischia di fare un po' di poesia sul nomadismo di Abramo trattando malamente la Parola di Dio. Il metodo della Lectio divina è estremamente rigoroso e presuppone, come precondizione, un'adultità di vita e di fede. Da questo punto di vista, secondo me, la relazione tra revisione di vita e Lectio divina è abbastanza chiara: progressivamente, in un percorso di revisione di vita, ci sarà un punto in cui il confronto con la Parola di Dio assumerà le caratteristiche della Lectio divina nella misura in cui tutto il resto avrà aiutato la persona a far crescere la propria interiorità, la propria adultità e la comprensione della realtà. 2. Il metodo e il suo senso La Lectio divina si struttura secondo cinque momenti che sono indicati con parole latine perché quella è la lingua in cui è stata pensata: la Lectio, la Meditatio, l'Oratio, la Contemplatio e l'Actio. Il primo momento è la Lectio, la lettura. La Lectio divina inizia con una attenta lettura materiale del testo, sviluppando la capacità di stare a quello che il testo dice. Il momento della Meditatio è quello in cui si riflette sul testo - non nel senso moderno del termine per cui riflettere significa mettersi razionalisticamente a pensare - ma lasciando piuttosto che il testo abiti in noi. La Meditatio, concretamente, può essere fatta, nei gruppi o dai singoli, ripetendo il testo fino ad impararlo a memoria: è la convinzione monastica della necessità di un tempo tra la lettura e ciò che succede dopo; del fatto che la comprensione non può essere immediata; che abbiamo bisogno di una distensione di tempo. Molto spesso i monaci, ancora oggi, fanno la Meditatio durante il lavoro manuale per cui, mentre il corpo è occupato nel lavoro manuale, il testo "gira liberamente" nella mente senza particolari preoccupazioni di chissà quali conclusioni importanti. C'è, poi, il terzo momento, l'Oratio che è il dialogo con Dio, la preghiera. E' un tempo che ha i toni del dialogo della vita delle persone, a volte serena, a volte più inquieta e difficile. Questo tempo è ovviamente un tempo del dialogo con Dio, ma può essere anche del dialogo con gli altri nella fede. Segue un tempo di Contemplatio, di contemplazione, cioè il tempo in cui ciò che di Dio si è rivelato nella sua Parola, sta di fronte a noi e, infine, la decisione, l'Actio, ciò che la Parola spinge a fare. La Lectio divina è un'esperienza di relazione tra noi e Dio. Nelle relazioni umane ci sono molti modi con cui comunichiamo. A volte l'altro non è fisicamente presente, ma scrive, telefona o manda una e-mail. Come noi leggiamo mille volte la lettera di chi amiamo fino a consumarla, non per acquisirla in qualche contenuto - perché in genere dopo la prima lettura si comprende cosa c'è scritto - ma per provare l'emozione dell'anima che ci mette davanti all'altro; così ci poniamo di fronte alla Parola di Dio, in questa rilettura materiale fino a consumarla, per ascoltare, nelle frasi che sentiamo, il suono della voce dell'amato, per farlo diventare soggetto di dialogo. Chiunque sia stato innamorato ha sicuramente "stressato" i suoi amici parlando, per molto tempo, solo di colui che amava e di che cosa ha cambiato nella sua vita. In questa logica relazionale la Lectio è veramente un dato di adulti e non un dato propedeutico. Questo non significa che è negata ai giovani o ai ragazzi, ma necessita, rispetto a loro, di mediazioni di ordine pedagogico, per lo stesso principio per cui se un quattordicenne arrivasse e ci dicesse: "Sono follemente innamorato della ragazzina del quarto banco, domani la sposo", noi gli diremmo: "Calma, è una bella cosa però ragioniamo un momento". Rispetto all'esperienza di fede, abbiamo sempre premuto sulla rapidità della relazione tra noi e Dio - il più presto possibile - nella preoccupazione di perdere la gente, senza renderci conto che in questo modo abbiamo prodotto masse di divorziati da Dio, persone ferite da questa esperienza, con una grossa difficoltà a rigiocarsi dentro un'esperienza relazionale significativa. Non si dà una vera Lectio divina senza una vita adulta, su cui si abbia una competenza, vale a dire si sia vissuta l'esperienza di una riflessione sulla propria esistenza. A questa è ovviamente legata la questione della competenza culturale, sia sul testo della Bibbia che sulla propria vita. A questo riguardo un antico principio dei monaci, afferma che bisogna sapere tanto quanto si è, vale a dire in termini moderni, che dobbiamo avere una competenza sulla Scrittura pari alle competenze che abbiamo sulle altre cose della vita. La competenza culturale sulla nostra esistenza, sulla nostra interiorità e sulla Scrittura, necessaria alla Lectio divina, è quella congruente alla competenza che abbiamo nella quotidianità della nostra esistenza. Di per sé non serve possedere tutta la storia critica della Bibbia per fare Lectio divina; si può farla da ignoranti a patto che l'ignoranza non sia un dato che riguarda solo la Scrittura, perché in quel caso è dannosa. La Lectio divina non si può fare a pezzetti, ma esige il senso e il ritmo generale della Scrittura. Vi racconto un breve episodio personale che mi consente di spiegare velocemente questo aspetto. C'è un testo di una lettura di una messa feriale, particolarmente incomprensibile, che mi ero appuntato come una delle cose di cui un giorno chiedere spiegazione al Padreterno. E un testo tratto dal libro del profeta Ezechiele (Ez 40, 10-16) che descrive la visione del nuovo tempio: "Le stanze della porta a oriente erano tre da una parte e tre dall'altra, tutt'e tre della stessa grandezza, come di una stessa misura erano i pilastri da una parte e dall'altra. Misurò la larghezza dell'apertura del portico: era di dieci cubiti; l'ampiezza della porta era di tredici cubiti. Davanti alle stanze vi era un parapetto di un cubito, da un lato e dall'altro; ogni stanza misurava sei cubiti per lato. Misurò poi il portico dal tetto di una stanza al suo opposto; la larghezza era di venticinque cubiti; da un'apertura all'altra; i pilastri li calcolò alti sessanta cubiti, dai pilastri cominciava il cortile che circondava la porta. Dalla facciata della porta d'ingresso alla facciata dell'atrio della porta interna vi era uno spazio di cinquanta cubiti. Le stanze e i pilastri avevano finestre con grate verso l'interno, intorno alla porta, come anche vi erano finestre intorno che davano sull'interno dell'atrio. Sui pilastri erano disegnate palme". Una volta vado a Messa in una parrocchia di Roma e trovo un pretino che legge questo brano e il Vangelo. Scusandosi perché era un giorno feriale, comincia a commentare brevemente i testi letti affermando che li trovava particolarmente belli e significativi. Rivolgendosi ai presenti e ponendo un soggetto alla descrizione geometrica del tempio, disse: "Voi siete il tempio dello Spirito Santo. Se ricordate quanto San Paolo ci ha detto sulla profondità, lunghezza e larghezza dell'amore di Dio, comprendete certamente l'invito che la Parola di Dio ci rivolge a misurare la lunghezza, l'ampiezza e la profondità del nostro cuore a fronte dell'immensità del cuore di Dio". Rimasi profondamente colpita nel constatare come, nonostante i miei studi e la mia professione, non fossi mai stata capace di collegare insieme questi due testi. Tipico della Lectio divina, invece, è il suono musicale della Scrittura, è la capacità di far suonare insieme i pezzi, è un senso della fede che è un'arte che si acquisisce con il tempo. A questo riguardo bisogna constatare, però, che ci sono molti problemi, perché non ci sono più maestri. La Lectio divina non si fa senza maestri spirituali e non si impara se non ascoltando; come tutte le arti, la Lectio divina si fa "a bottega" e non a scuola. La seconda difficoltà sta nel fatto che non abbiamo più la pazienza di imparare. Una familiarità con la Scrittura, per esempio, esige la pazienza di leggerla, proprio come qualsiasi altro libro dall'inizio alla fine, dalla Genesi all'Apocalisse, di leggerla e di rileggerla. Le poesie che abbiamo amato quando eravamo adolescenti, le abbiamo ancora nelle orecchie perché le abbiamo lette e rilette; delle canzoni che abbiamo cantato, sappiamo le parole perché le abbiamo cantate e "stracantate". Nella vita non c'è solo la struttura razionale di apprendimento e per vivere - anche se questo ci secca molto - non basta capire. La Lectio divina aiuta a comprendere che, sebbene sia molto importante, il capire non basta a cambiare la vita; questa cambia non solo perché ho capito, ma perché ho abitato ciò che ho capito. Questo metodo presenta molti rischi che riassumo in due principali: l'individualismo e lo spiritualismo sentimentale. La Lectio di per sé è un metodo pensato in termini individuali, perché la comunità era data. Nel monastero, infatti, non c'era da pensare al gruppo nel senso che esisteva già, mentre ora viviamo in una situazione in cui la presenza di una comunità in cui vivere un sensus fidei quotidiano che regga questo tipo di lettura non è più scontato, per cui il rischio dell'individualismo è evidente. Il secondo rischio, lo spiritualismo sentimentale, è molto forte: un uso da new age, da fitness spirituale della Lectio divina. Al contrario la Lectio divina - lo dico cosciente del peso culturale che comporta - è una pratica virile nel senso che definisce una capacità solida e sobria e richiede una grande discrezione per non essere soggetta a sconfinamenti. 3. Nel contesto personale di oggi La situazione attuale è quella del sovraccarico del soggetto, un sovraccarico da credenti, in cui il problema unico è impegnarsi. Certamente questo è un problema vero e reale, ma non è l'unico; diversamente si rischia di produrre dei laici clericalizzati, dei professionisti dell'impegno, con ottime intenzioni per stupendi motivi, ma che alla fine perdono il sapore e l'odore della vita comune di tutti. Un altro problema è quello della delega dello spirituale. Ad esempio, chi fa vita parrocchiale, sia laico che sacerdote, se vuole nutrire la propria anima prende e se ne va altrove, magari in qualche monastero, perché in parrocchia viene spremuto come un limone... Il terzo problema, quello più grave, è la congiura del silenzio, cioè l'espropriazione delle parole per dire le cose. In questo la Chiesa non ha giocato un ruolo profetico, anzi ha aggravato la situazione che è uno dei drammi culturali e sociali del nostro tempo. Infatti, per tanti motivi, in ambito ecclesiale, dal '500 in poi, con la crisi protestante, si è verificata un'espropriazione delle parole della fede, ma anche di quelle della vita quotidiana. La società complessa si è articolata per saperi specialistici con la conseguenza che le nostre parole sono ridotte al minimo vitale, per cui tutte le volte che tentiamo di confrontarci con altri, siano essi credenti o persone con le quali lavoriamo, non sappiamo come parlare e rischiamo di usare le cosiddette frasi fatte, cioè quelle cose che tutti supponiamo si debbano dire in certe occasioni. A questo riguardo le riunioni parrocchiali sono emblematiche; per i primi dieci minuti tutti si guardano le scarpe, poi, qualcuno coraggioso dice delle frasi pie, che sono delle assolute bugie in cui la vita della gente non c'entra quasi niente e, normalmente, la conclusione è: "Certo dovremmo avere più fede!" oppure, a scelta, "Dovremmo impegnarci di più!", ma non si capisce bene che cosa è successo, quali parole siano passate, in genere niente. Questo non è solo un problema intraecclesiale, ma è culturale: gli adulti sono o rischiano di essere muti e soli, e i quarantenni fanno una certa fatica a diventare adulti essendo una generazione cresciuta di parole, di gruppi di amici, di autocoscienza, di discussione. La Lectio divina è un metodo per ritrovare parole comuni, ma è un'operazione che va fatta in modo molto cosciente. Non può essere un'operazione pedagogica, bisogna sapere che come comunità cristiana ci mettiamo attorno alla Parola di Dio per ritrovare parole significative per la nostra vita, scorticandoci un po' anche nella nostra interiorità psichica. 4. Nel contesto ecclesiale Più importanti mi sembrano alcune questioni poste dall'odierno contesto ecclesiale dove registriamo una certa difficoltà nella ricezione di Vaticano II. Prima del Concilio l'idea della Chiesa era sostanzialmente quella di una piramide, di una societas perfecta, il Vaticano II ha introdotto il tema della Chiesa locale. Il rischio è che questa realtà significhi semplicemente la moltiplicazione delle piramidi e non la trasformazione di un'idea. Invece di un'unica piramide universale - che almeno era grande e impersonale, tale da non "mortificare" i singoli - abbiamo tante piramidi quante sono le diocesi nelle quali i singoli vengono soffocati. Inoltre esiste, per dirla con un'immagine sintetica, il rischio di "pastoralizzare" le situazioni, per cui ci sono, dentro ogni piramide, centinaia di "piramidine" che sono tutti gli Uffici e le Commissioni pastorali che riguardano tutti gli aspetti della vita. Sicuramente non è un indirizzo malevolo, ma è il segno della fatica a recepire il Vaticano II anche nelle prassi organizzative. Infatti, un conto è recepire il Concilio nelle affermazioni teoriche, e un conto è costituire prassi organizzative e quotidiane che effettivamente rispondano a certi principi. Invece tutto viene ancora, in qualche modo, organizzato a pioggia, secondo il criterio che deve sempre esistere, sebbene locale, una centralità. Di fronte a questa pastoralizzazione e funzionalizzazione dell'esperienza ecclesiale la Lectio divina è deflagrante, perché tendenzialmente non serve quasi a niente ed ha una carica di gratuità ancora più forte della revisione di vita, perché non ha una finalizzazione così forte all'azione. Altro tema, nel contesto ecclesiale di oggi, è il forte rischio di espropriazione battesimale. Troppe volte, infatti, dimentichiamo che il battesimo e la partecipazione all'eucaristia della comunità definisce il plenum dell'esperienza di fede e che tutto il resto è strumento al servizio di questo; i gruppi, le attenzioni territoriali, la pastorale d'ambiente dovrebbero essere mistagogia, un aiuto a prendere atto del proprio battesimo e a partecipare coscientemente e felicemente all'eucaristia della comunità. Un mio amico non credente sostiene che, secondo lui, la pastorale di questi tempi assomiglia alla mano della famiglia Addams, mano che vaga e fa delle cose da sola. Sono convinta che questo rischio esista che non ci sia più un legame stretto della pastorale all'esperienza credente. 5. Le possibilità positive La Lectio divina è uno strumento che può consentirci, nel mutato contesto rispetto a quello in cui è nata, di recuperare una coscienza ecclesiale dove la soggettività e la gratuità della partecipazione del singolo non sono fonte di ulteriori impegni, cioè non entrano a rafforzare l'idea funzionalista dell'appartenenza, ma consentono di avere un luogo gratuito di partecipazione, indipendentemente dall'impegno e

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