UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

La pace interiore

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18 Dicembre 2001

ribuito loro quelle che, alcuni decenni prima, erano le proprie. Altre volte, pensando, per i figli o per altre persone, a esigenze soltanto immagina-te, si finisce per diventare oppressivi per un eccessivo senso di prote-zione.
Le attese
Un altro effetto negativo per la nostra pace interiore può deriva-re dalle attese sbagliate (a causa di fantasticherie che non trovano sufficiente appoggio nella realtà) circa qualche persona o qualche avvenimento. Può capitare, ad esempio, che restiamo colpiti dalle parole di qualcuno e che la nostra immaginazione corra fino a pensare che sia proprio quella la persona adatta per risolvere un problema che ci assil-la. Poi, dimenticando che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, restiamo delusi dalla mancanza di risultati o addirittura restiamo danneggiati per aver seguito incaute iniziative. Un altro caso non raro è quello di chi si sottopone a un esame elettorale, in un piccolo gruppo o in una competizione di notevole importanza. Magari la persona era rimasta lusingata dalle spinte, non sempre disinteressate, di qualche amico o dalle promesse di voti accolte con eccessiva fiducia. Qui il proverbio da ricordare era voti, denari e santità: metà della metà. Anche la saggezza popolare di certi proverbi può dunque aiutarci a conservare la nostra pace interiore contrastando una immaginazione troppo sbrigliata ed abituandoci a controllare in un modo un po' più concreto le intenzioni, le possibilità e le esigenze degli altri. Don Giorgio Pratesi
La mia pace dipende da te

Sono un uomo libero
Giorni fa, tra la mia posta elettronica, ho trovato, diffusa in Italia da un'associazione di volontariato, una lettera di un ergastolano cileno. Di essa mi ha colpito particolarmente una frase: "Io sono un uomo libero". Quanti di noi che viviamo al di qua della porta del carce-re abbiamo la possibilità di affermare, in modo del tutto sincero, la stessa cosa? Eppure questa possibilità dipende da noi. Se volessimo sottilizzare potremmo precisare che non proprio al 100% E' vero: ci sono degli avvenimenti straordinari che coinvolgono così profondamente la nostra emotività da porre qualche limite anche alla nostra libertà. Diciamo però che nella nostra esisten-za terrena la nostra libertà può abbracciare, a voler essere cauti, almeno il 90% della nostra vita. Si tratta naturalmente di una libertà interiore, del nostro spirito, che può accompagnarsi anche ad una minima libertà esteriore, come nel caso di uno schiavo o del nostro amico ergastolano. Ebbene è precisamente da questa libertà che promana la nostra pace interiore.
Un discorso laico...
Facciamo dapprima un discorso puramente "laico". Di solito, nella nostra vita, diamo troppa importanza ad altre persone e ad altre cose: ci preoccupiamo molto di quello che gli altri possono dire, ci aspettiamo da altri una particolare corrispondenza alle nostre iniziative e restiamo delusi quando reagiscono in modo diverso o magari non reagiscono affatto; desideriamo troppo essere pensati, ricordati, considerati, amati da altri. Peggio ancora, ci attacchiamo spesso a qualche oggetto, per il ragazzo sarà il motorino; poi verrà il computer, la macchina, un posto di lavoro apprezzato, una casa confortevole... Tutte cose legittime naturalmente, ma talvolta esse ci assillano come se, anziché essere mezzi, fossero il fine della nostra vita. Spero di non essere frainteso, ma direi che dobbiamo essere un po' più egoisti. Dovremmo cioè dire (ma a noi stessi, non ad altri): "In casa mia comando io; può essere che le circostanze della vita mi obblighino a fare, per mestiere, il servitore, ma non mi possono costringere a farlo per costrizione; decido di fare liberamente quanto le circostanze mi richiedono." Perché mai dovrei perdere la mia serenità e la mia pace per il chiasso dei vicini o per le critiche della comare o per le stranezze del capoufficio o per la vivacità dei bambini che mi sono vicini o per le intemperanze del vecchio zio che devo accudire?
…e un discorso cristiano
Quello che il non-cristiano può fare per un sano egoismo, il cristiano può farlo per ragioni ben più valide. Diceva già il Manzoni: è una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana il poter indirizzare e consolare chiunque, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c'è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c'è, essa dà il modo di far, realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù." (Promessi Sposi, Cap. X). E' proprio così: fare per amore ciò che le circostanze o altre persone o la nostra coscienza ci impone per dovere è rispondere a un invito di Gesù e cercare di conformarsi al suo esempio. La decisione di assumere un tale atteggiamento non può esserci impedita da nessuna persona o circostanza esterna. Siamo quindi veramente padroni di noi stessi. La sereni-tà che albergherà allora nel nostro animo non sarà solo una conquista psicologica ma sarà anche, e soprattutto, un passo nella nostra conformazione alla persona di Gesù. Qualcuno forse dirà: è bello, ma è difficile. Niente paura! Le difficoltà le affronteremo insieme negli incontri successivi.
L'OSTACOLO DELL'AMBIZIONE
L'egocentrismo
Fare per amore ciò che le circostanze ci impongono per dovere - si osservava nella precedente puntata - può essere bello, ma appare difficile. Difficoltà in effetti ci sono ma, fortunatamente, risiedono in grandissima parte in noi stessi; possiamo quindi superarle eliminando (o almeno riducendo di molto) i nostri difetti e acquistando alcune virtù (o almeno delle buone abitudini). Cominciamo allora a considerare i primi. Non sarà difficile rendersi conto che i difetti più gravi hanno radice nel nostro egocentrismo, cioè nella tendenza a pensare noi stessi al centro del nostro mondo e quindi a sopravvalutare la nostra persona con le sue esigenze, i suoi diritti, le sue aspirazioni e invece a sottovalutare le esigenze, i diritti e le aspirazioni degli altri. Notiamo che una certa dose di egocentrismo è nsopprimibile: le nostre conoscenze passano attraverso i nostri sensi e il nostro cervello e il desiderio di essere tenuti in una certa considerazione è un desiderio innato. Tutto ciò può rimanere nei limiti della normalità; le cose invece assumono una loro gravità quando superano una certa misura.
L'ambizione
Uno degli aspetti più frequenti dell'egocentrismo è l'ambizione di essere considerati al di sopra degli altri. Ognuno di noi ha certamente incontrato persone ambiziose e potrebbe raccontare episodi particolari. C'è chi, ad esempio, ha comprato una Ferrari solo perché un suo collega aveva preso una Mercedes. Oppure chi, per una certa ricorrenza, ha preparato un pranzo con 150 inviti solo perché il suo vicino di casa ne aveva fatto uno con 130. Molti parroci potrebbero raccontare di furiose competizioni per avere il posto di onore, ad esempio, nella processione del santo patrono. Altre volte l'ambizione si manifesta in modo più sottile: si vuole sempre primeggiare, ma si sceglie di farlo in cose indifferenti o addirittura buone, ad esempio nella scuola, in una competizione sportiva, in un servizio al prossimo. Naturalmente non è male desiderare di fare il bene e neppure desiderare di occupare una posizione particolare per poter fare un bene maggiore. Il male interviene se l'affermazione di sé prevale sul bene degli altri o, peggio, se l'umiliazione d ell'altro diventa il principale movente della mia azione. Non parliamo poi del caso in cui, per ottenere certi risultati, si commettono vere e proprie ingiustizie ricorrendo a sotterfugi, spargendo calunnie, corrompendo pubblici funzionari, ecc.
I danni e i rimedi
La persona ambiziosa non può godere la pace interiore: con facilità vede negli altri un ostacolo alla propria affermazione e si affanna per superare questo ostacolo. L'ambizioso non trae soddisfazione neppure dai propri successi: da un lato è preoccupato di perderli, dall'altro ne trae occasione per affannarsi a raggiungere successi maggiori Per chi si trovasse fotografato da questa diagnosi non sarebbe difficile trovare una terapia. Occorre innanzi tutto convincersi a pro-gettare la propria vita non come una lotta per sopraffare altri ma come un impegno per fare cose buone. L'impegno nel bene deve essere massimo, ma dobbiamo porci dei traguardi adeguati alle nostre risorse. La pace interiore è un bene assai più prezioso di tanti successi umani. Un insuccesso può allora diventare un'occasione per progredire; esso va accolto con serenità e valutato con distacco. Se è mancato il nostro impegno, accresciamolo e ritentiamo; se invece il fallimento è stato determinato da cause esterne (persone, circostanze...), impariamo a tenerne maggior conto. Per noi cristiani è assai istruttiva la parabola dei talenti (Mt 25,14-30). Non è importante avere da trafficare 5 o 2 talenti: le parole del padrone verso questi due servitori sono esatta-mente identiche; è invece importante non sotterrare quanto ricevuto. Naturalmente l'ambizione non è l'unico ostacolo. Ne vedremo pros-simamente qualche altro.
L'OSTACOLO DELL'ISOLAMENTO
L'isolamento
Tra i possibili ostacoli ad una pace interiore c'è, in alcuni casi, quello di trovarsi soli. Soli non tanto fisicamente quanto spiritualmente: ci sono persone che stanno in casa da sole ma vivono serene coltivando la loro spiritualità, le loro relazioni, i loro impegni. Altre invece, che magari vivono con una famiglia o sono inseriti in una comunità, tendono a isolarsi, a ridurre al minimo i rapporti con altri e a rinchiudersi in se stesse. Quante volte, nel caso di coniugi, si parla di "separati in casa"! Talora la convivenza in questa situazione finisce col diventare più penosa di una separazione effettiva. Il pensiero del passato è spesso accompagnato dal rimpianto di aver perduto occasioni, vere o presunte, di felicità; quasi sempre se ne attribuisce la causa ad altri; qualche volta si arriva a rammaricarsi che, per senso del dovere, si sia compiuto del bene, quasi che ciò abbia ridotto le possibilità di godimenti, anche onesti. Il pensiero del presente è dominato dal pessimismo: si tende a vedere tutto nero, a invidiare il bene degli altri e a leggere i loro successi come causa dei propri fallimenti. Anche il futuro è visto senza prospettive, per sé e per il mondo intero.
La radice
Se si riflette un po' a fondo ad una situazione di questo genere, non è difficile riconoscere che la radice delle difficoltà che si incon-trano è ancora in una eccessiva dose di egocentrismo. Si è, con la fantasia, costruito un mondo a propria misura in cui venivano soddisfat-te le nostre tendenze più epidermiche: essere al centro dell'interesse di molte persone, sentirsi ed essere riconosciuti al di sopra di chi ci stava attorno, disporre liberamente di risorse sufficienti per realizza-re propri progetti autonomi. La vita reale si è poi incaricata di abbattere questi castelli di carta ed ecco allora delusioni, amarezze, frustrazioni, rimpianti... fino, talora, al pensiero di poter trovare soddisfazione, non essendo riusciti a realizzare gli ideali propri, nel contribuire a distruggere quelli altrui.
Il superamento
Il superamento di questa situazione non è facile; soprattutto, quasi sempre, non è breve. Si tratta, infatti, come prima cosa, di acqui-stare nuove convinzioni; l'esperienza ci insegna che modificare le proprie convinzion i non è, di solito, una cosa immediata. Tuttavia è possibile: non c'è nessuna "storia" passata, per quanto negativa, che ci impedisca un cambiamento, anche radicale, nella nostra mentalità. Noi cristiani abbiamo, in questo, esempi numerosi ed efficaci: pensiamo, tanto per ricordarne qualcuno, a Zaccheo o a Paolo di Tarso; pensiamo addirittura al buon ladrone che, in un istante, raddrizza un'intera vita trascorsa sulla strada del male. La prima convinzione da acquistare è dunque proprio quella di avere la possibilità di cambiare, anche se avessimo la prospettiva di vivere ancora solo pochi anni o addirittura poche settimane. La seconda convinzione da acquisire è quella che gli altri, almeno nella grande maggioranza, non sono miei nemici; alcuni anzi potrebbero essere miei alleati; forse c'è addirittu-ra qualcuno disposto a venirmi accanto se solo vedesse in me un atteg-giamento di incoraggiamento anziché di rifiuto aprioristico. Un'altra considerazione da tenere presente è che, in qualunque condizione mi trovi, nulla può impedirmi di fare qualcosa di positivo. Ci sono delle persone che lo hanno fatto vivendo anni immobilizzati in un polmone di acciaio. Se siamo autonomi, possiamo inserirci in qualche gruppo di volontariato o in qualche associazione, ecclesiale o civile; se non lo fossimo, potremmo almeno dire una parola od offrire un sorriso: costa sempre poco e vale talvolta molto. Se poi siamo cristiani, possiamo sempre pregare, e non è poco... Tra giorni, inaugurando il Giubileo, il Papa ci inviterà ad aprire e porte a Cristo; apriamole anche al mondo dei nostri fratelli!
L'OSTACOLO DELL'IMMAGINAZIONE
L'immaginazione
Un altro ostacolo alla nostra pace interiore può venire dalla nostra immaginazione. Non intendo, con questo termine, indicare la tendenza, certamente positiva, a saper trovare strade nuove per risolve-re certi problemi; non intendo neppure la capacità, propria di chi possiede uno sviluppato senso estetico, di cogliere ed esprimere gli a spetti fantastici della realtà. Parlando qui di immaginazione penso al difetto consistente nella tendenza a pensare al mondo esterno (persone,situazioni, circostanze...) in maniera assai diversa da quella in cui realmente è. Probabilmente qualcosa di questo genere è capitata talvolta anche nella nostra vita; se il "sogno" non è durato a lungo e se siamo poi stati capaci di accettare quello che ci presentava la realtà, il danno non è stato grave. Si è però accennato, in qualche puntata prece-dente, ai gravi disagi che può procurare un "risveglio" che segua un sogno in cui ci si sia cullati per un tempo assai lungo. Oggi aggiungiamo qualche considerazione circa le difficoltà che può provocare alla nostra pace interiore una immaginazione che, su due aspetti particolari, risulti troppo sganciata dalla realtà.
I bisogni
Può capitare che, pur essendo convinti di volere sinceramente il bene di una persona, le si attribuiscano desideri, aspirazioni, esigenze che non corrispondono alla realtà. Accade allora di restare profondamente delusi e turbati quando quella persona si mostri non solo non ricono-scente, ma addirittura infastidita per quanto noi facciamo a suo favore. E' il caso, per esempio, di diversi genitori che considerano ingrati i propri figli perché non apprezzano i sacrifici che essi affrontano per il loro bene. Non si vuole qui assolvere a-priori una parte e condannare l'altra. Se però il desiderio del bene altrui è, nei genitori, sincera-mente preponderante, la posizione corretta non è quella di sottolineare l'ingratitudine dei figli, ma quella di chiedersi con umiltà dove si è sbagliato nella loro educazione. Qualche volta il desiderio del vero bene dei figli è sovrastato, anche se inconsciamente, da quello della soddisfazione personale che dovrebbe derivare dalla loro riuscita nella vita. Più spesso si tratta di non aver colto le esigenze reali dei figli, avendo magari att

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