UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Introduzione al Seminario sull’evangelizzazione del mondo del lavoro in immigrazione

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3 Aprile 1999

enso dall'indicare quanto nella mia relazione, come presidente della CEMi e della Migrantes, il tema lavoro si sia intrecciato col tema immigrazione. Nel medesimo mese poi è stato celebrato il grande convegno su "La questione lavoro oggi - Nuove frontiere dell'evangelizzazione".
Ci auguriamo di riscoprire in questo seminario che il lavoro degli immigrati e con gli immigrati può essere una frontiera avanzata.S. E mons. Alfredo Garsia Presidente della Commissione Ecclesiale per le migrazioni
A me il gradito compito di aprire questo seminario. I1 mio intervento, per quanto breve, non intende limitarsi al rito formale di apertura; data l'importanza del nostro incontro, cercherò di entrare già nel vivo del problema, suggerendo qualche spunto che collochi questo mondo dei lavoratori migranti non semplicemente nell'odierno contesto socio economico, ma soprattutto nel suo contesto più ampio e profondo, che giustifichi il titolo del seminario: "Evangelizzazione del mondo del lavoro". Il Vangelo non fa soltanto da sfondo al nostro lavoro, ma ne è l'anima e il motore. Già il Beato Scalabrini, che "si è fatto tutto a tutti" gli emigrati del suo tempo con ogni opera di assistenza e di promozione sociale, poneva al vertice del suo programma: "evangelizzare i figli della miseria e del lavoro"; a distanza d'un secolo queste parole riassumono il programma della Chiesa e di quanti operano a nome della Chiesa. Nell'accostare i due termini "migrazioni-lavoro", sento il bisogno di fare una premessa. La mia diocesi è collocata nel profondo Sud dove la "nostra" emigrazione per motivi di lavoro non è semplice memoria storica, ma realtà attuale; l'andi-rivieni dei tanti nostri concittadini che nei decenni del dopoguerra sono emigrati oltralpe nonché il persistere, a causa della devastante disoccupazione, di un silenzioso ma consistente flusso emigratorio dei nostri giovani verso la Germania o addirittura - per vie irregolari se non clandestine - verso l'America del Nord, dicono con chiarezza che l'emigrazione anche per noi continua ad essere una realtà attuale dai contorni talora drammatici. Passo ora a suggerire alcune considerazioni di fondo. La prima ci porta a vedere le migrazioni attuali come la spia più evidente e ravvicinata dei grandi squilibri socio-economici che agitano il pianeta. Le migrazioni, come oggi si svolgono, sono una fuga da paesi dove vivere con dignità di uomin i è impossibile, sono il tentativo spesso disperato di approdo in altri paesi, per istinto di sopravvivenza. Si emigra per lavorare, come si lavora per vivere. Lavoro e immigrazione dunque coincidono; è disonesto enfatizzare le eccezioni a questa regola, alterando la vera natura del fenomeno immigratorio, come avviene in casa nostra. Le cifre parlano chiaro: del milione e duocentoquarantamila stranieri presenti in Italia all'inizio dell'anno, ben 756.000 hanno come motivo di soggiorno il lavoro; vi possiamo aggiungere i 230.000 presenti per motivi di famiglia, perché solo chi ha lavoro abbastanza stabile può richiamare i familiari. Arrivano così alla soglia del milione le presenze giustificate dal lavoro, quale fonte di reddito per vivere. Anche per quelli che fuggono da aree sconvolte da guerre e disordini civili si pone in primo piano il problema del lavoro: non si può vivere a lungo di assistenza pubblica o privata e tanto meno di espedienti; accogliere dunque significa dare possibilità di lavoro. Sembra un'affermazione ingenua, date le tante difficoltà e la crisi acuta di occupazione che travaglia anche il mondo occidentale. Un senso umanitario, fatto di comprensione per sventure altrui e tanto più di carità sempre disposta alla condivisione, portano a dare un profondo assenso a queste parole cosi equilibrate del S. Padre, contenute nel suo messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante 1993: "Anche se i Paesi sviluppati non sono sempre in grado di assorbire l'intero numero di coloro che si avviano all'emigrazione, tuttavia va rilevato che il criterio per determinare la soglia della sopportabilità non può essere solo quello della difesa del proprio benessere, senza tener conto delle necessità di chi è drammaticamente costretto a chiedere ospitalità".
Abbiamo parlato di un senso umanitario, anche sublimato dalla carità. Questo però non può farci dimenticare che la politica migratoria va posta anche secondo criteri di giustizia. Siamo noi infatti, popoli occidentali, che abbiamo alimentato il nostro benessere ai tempi del colonialismo e del neocolonialismo a danno di coloro che ora costituiscono i popoli della miseria e dell'esodo coatto. Sappiamo poi bene che non è soltanto responsabilità di un passato, è realtà attuale, con martellante insistenza dal Papa, particolarmente a partire dalla "Sollicitudo rei socialis". Tralasciando i tanti suoi interventi successivi, mi limito ad alcune citazioni dal suo recente discorso del 9 ottobre ai partecipanti al IV Congresso Mondiale sulle migrazioni: "L'impegno per la giustizia - dice il Papa - in un mondo come il nostro, segnato da intollerabili disuguaglianze... (esige) tempestivi interventi correttivi dell'attuale sistema economico e finanziario, dominato e manipolato dai Paesi industrializzati a danno dei Paesi in via di sviluppo"; egli chiede perciò (ed è ancora citazione) che "la solidarietà prenda il sopravvento sulla ricerca del profitto e su quelle leggi di mercato che non tengono conto della dignità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili". Fin che non abbiamo decentemente colmato questo enorme divario rendendo più vivibile i paesi di emigrazione, è disonesto chiudere ermeticamente le frontiere, tanto più - è sempre il Papa che parla - "la chiusura delle frontiere ha messo in movimento flussi incontrollati di clandestini, con tutti i rischi e le incertezze che tale fenomeno comporta". In quest'ottica va letta la pubblicità elettorale di cui in questi giorni è imbandierata la Capitale: "Non all'immigrazione selvaggia". Sarebbe onesto domandarsi: chi di fatto la rende selvaggia? La medesima considerazione potrebbe essere ripresa sotto altra angolatura, quella della globalizzazione dell'economia e della finanza, della produzione e del mercato; se vi aggiungiamo la globalizzazione della informazione e dei mezzi di trasporto, abbiamo nuovamente inquadrato il fatto migratorio odierno. Una globalizzazione eccessivamente liberista, cioè selvaggia, non potrà aver e come conseguenza che un'emigrazione selvaggia. Ma qui il discorso, se ulteriormente sviluppato, potrebbe portare fuori delle nostre competenze. Ci limitiamo a porre una domanda non del tutto ingenua: perché questa globalizzazione cosi generale non dovrebbe comportare anche una certa globalizzazione del mercato di lavoro, una seppur limitata libera circolazione della manodopera estesa anche a chi non è partner dell'Unione Europea? Per rendere meno ingenua e teorica questa ipotesi, un grande impegno deve essere profuso anche da parte delle forze sociali cristianamente ispirate ad indicare i settori dove il mercato di lavoro tira ancora, a dimostrare che il lavoro dei migranti non è concorrenziale con quello degli autoctoni, a promuovere quella flessibilità del lavoro che aprirebbe altre vie di occupazione regolare. Ma qui lasciamo la parola ai competenti. E passiamo a un'ultima considerazione di carattere più strettamente ecclesiale. Esattamente quindici giorni fa è stata pubblicata l'Istruzione "Cooperatio missionalis" da parte della 5. Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli. Tale documento ci interessa nella parte finale, dove, sotto il titolo "Situazioni attuali che esigono specifici interventi" si parla appunto di migrazioni. Con chiaro riferimento alla "Redemptoris Missio" si dice che "esigenze di studio e di lavoro portano cristiani di giovani Chiese in territori di antica cristianità". Proprio per questi cristiani si chiedono "specifici interventi" perché la via dell'emigrazione diventi - come spesso é avvenuto anche nella storia recente - via all'evangelizzazione. Torniamo dunque al nostro tema: evangelizzazione del mondo del lavoro in immigrazione. Per un tema come questo ci troviamo - si può dire - in una stagione felice. Ho appena accennato al IV Congresso mondiale delle migrazioni, celebrato nel mese scorso a cura della S. Sede. Nel maggio scorso anche l'Assemblea dei Vescovi italiani ha privilegiato il tema delle migrazioni; mi disp

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