UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

In ricordo di Luciano Tavazza

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6 Settembre 2000

zi pubblici e privati. Questi due gradini, dei doveri e dei diritti, si realizzano nella cosiddetta normalità della vita quotidiana. Chi non li osserva si autoesclude come singolo dalla sua maturità personale, impoverendo tutta la comunità. Infine c'è un terzo gradino, che non è quello di eroi, né quello degli 'utopisti', come diceva argutamente don Di Liegro. E il gradino salito dagli uomini liberi che scelgono d'impostare il costume della loro vita, oltre i diritti e i doveri già adempiuti, con il dono, anzi con una serie di doni a servizio gratuito della comunità. Ecco un volontariato non ipocrita, disinteressato, agente di cambiamento; esso richiede anzitutto ai suoi protagonisti la condivisione nell'avventura di vita di ogni uomo incontrato. L'ipocrisia è nel salto dei gradini, nella strumentalizzazione per fini propri, nel rinascente collateralismo politico, nell'ondata dell'emergente profit, appena dissimulato. Esaminiamoci come persone singole, come organizzazioni, come movimenti. C'è spazio per un esame di coscienza laico ed ecclesiale, che ci sembra indispensabile agli inizi del secolo. "... operiamo con giustizia nella città attuale costruendo la città futura con tutto l'amore, la poesia, la bellezza e la qualità della vita di cui lo Spirito ci rende capaci..." (L.T.)

Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2000, dopo una lunga malattia affrontata con coraggio e fede cristiana, è morto Luciano Tavazza, Presidente della FIVOL e componente del nostro tavolo Società Civile - Terzo Settore. Diverse volte, anche recentemente, abbiamo avuto l'opportunità di ascoltare i suoi contributi ricchi e stimolanti per la crescita di una società civile ispirata ai valori della solidarietà, della sussidiarietà e della gratuità. Lo vogliamo ricordare pubblicando due testi, apparsi su "Rivista del Volontariato", che sono una testimonianza della sua ricchezza interiore e profondità di pensiero. Lo raccomandiamo alla bontà del Padre, in questo anno Giubilare, perché lo accolga nella sua dimora di pace, dove non esistono separazioni e ingiustizie e affinché continui a suscitare vocazioni laicali cristiane all'impegno sociale e politico nel mondo.

1. Autonomia nella storia
Sino ad oggi si è usata l'espressione "volontariato puro" per indicare quell'azione gratuita che ha voluto rimanere separata dalle grandi organizzazioni, dall'iscriversi al loro interno, e dalle convenzioni con le istituzioni, per continuare a gestire un'azione volontaria del tutto libera da ogni vincolo di carattere organizzativo ed istituzionale. Praticamente oggi questa realtà riguarda attorno al 40% delle forze del volontariato italiano. Questo fenomeno è tanto grande quanto, per certi versi, preoccupante e la Fondazione, non a caso, ha voluto dedicate quest'anno a un dialogo amichevole con questo settore, per mettere in luce i grandi meriti e le possibili ombre del suo agire all'interno della società italiana. Mi pare necessario cominciare con alcune puntualizzazioni. Bisogna intanto abbandonare la dizione volontariato "puro", questa dizione metterebbe in discu ssione, sbagliando, l'eticità, il valore, del rimanente volontariato che diventerebbe "impuro", cioè meno rispettabile, meno valoriale, di questo di carattere informale. Abbandoniamo anche la dizione volontariato "sommerso", perché quest'azione è tutt'altro che sommersa, ma vitale nel territorio, talvolta più e meglio del lavoro esplicato dalle grandi organizzazioni, più attenta, più duttile, più riccamente relazionale, di quella svolta da altre forze sociali. Non rimane allora che accettare la dizione di volontariato "autonomo" o se si preferisce di volontariato "indipendente", così da definire con due termini di facile interpretazione la situazione in cui viene a operare il 40% del volontariato italiano. Accettata questa definizione, bisogna subito dire che accanto alla chiarezza del termine "autonomo" può nascere un'ombra pericolosa nella sua interpretazione, l'autonomia infatti si realizza pienamente solo quando rispetta due criteri: quello dell'indipendenza, del carisma, della conservazione dell'originalità, dell'anticipazione per affrontare i problemi futuri, ma anche quando contestualmente accetta di essere immersa continuativamente nella storia quotidiana del Paese. Non si tratta infatti di perdere l'indipendenza ma di accettare la dimensione politica, che è propria di tutta la società civile. L'autonomo diventerebbe un separato qualora non cogliesse questa dimensione che è iscritta nella nostra Costituzione e ribadita recentemente anche dai Vescovi italiani, quando hanno scritto che la vocazione della società civile alla politica è fondamentale, perché essa non si esaurisce nel ruolo dei partiti né dei sindacati, ma nel comprotagonismo fra queste forze e lo stesso mondo produttivo, in uno sforzo globale comune di promozione del Paese. Ciò vuol dire che un volontariato che non insegnasse costantemente ai suoi membri questo sguardo dentro e fuori del gruppo, scadrebbe in un settarismo che impedirebbe ai membri di crescere come adulti. A questo punto , la parola "autonomo" assume la sua piena significazione, in quanto tutti coloro che accettano questa duplice dimensione contribuiscono realmente all'affermazione del bene comune. Mi pare che sia giunto il momento per il volontariato autonomo, specie per quello più maturo, d'interrogarsi con coraggio, per domandarsi se per caso non persegua un comportamento chiuso, che diventa sterile sul piano sia interno della crescita dei suoi componenti, sia esterno di servizio all'uomo. Né si faccia velo in questo esame l'affermazione che poiché il gruppo è riuscito a creare dei servizi esso stia adempiendo a finalità realmente pubbliche, il volontariato non è nato per i servizi, ma, come avevamo detto, per il mutamento. Se i servizi ci muovono in questa direzione allora la dimensione politica è rispettata, se per caso sono ripetitivi, senza nessun collegamento con la storia, essi si riducono inevitabilmente a beneficenza, assistenza, perbenismo. E questo il primo messaggio, il primo invito al dialogo amichevole da cui la Fondazione vuole con chiarezza partire, perché, come ci insegna tutta la nostra esperienza di vita, la lucidità delle premesse è indispensabile quale bussola per non perdere lungo il cammino la finalità del nostro impegno.

2. Un'ipocrisia da vincere
Si va diffondendo in alcuni ambienti del volontariato un'inquietante ipocrisia che dobbiamo denunciare - anche a costo di disturbare personaggi di grande nome, organizzazioni e associazioni - e possibilmente distruggere. Questo tipo di ipocrisia è duplice, di radici culturali laiche ed ecclesiali diverse, ma sempre deleterie. La prima appartiene ad un modo di pensare per cui si può diventare volontari autentici, rifugiandosi per tranquillità nel solo ambito del sociale; ciò per non correre rischi o dover fare quelle scelte che richiedono una cittadinanza attiva, d'impegno politico, non partitico, per la stessa affermazione di democrazia nella qualità di vita sul territorio. Molti cittadini e ta lvolta gli stessi volontari continuano a confondere assistenza, beneficenza, galatomismo, interventi a pioggia, con il vero volontariato moderno. Li ha definiti emblematicamente il Card. Carlo Maria Martini, in una sua recente omelia, come "cittadini dimidiati", cioè spaccati a metà nell'unità della loro personalità. La seconda ipocrisia è di coloro che, pur dichiarando di appartenere al Terzo settore, fingono di essere volontari non applicandone assolutamente né l'etica, né la prassi, puntando invece nella realtà su molto più bassi interessi commerciali, di piccola o grande portata, nella speranza di fruire di quei vantaggi fiscali che le leggi sul volontariato offrono alle organizzazioni che operano nel mondo del gratuito. Ipocrisia che usa strumentalmente il vero volontariato per interessi interni alle singole organizzazioni, non per il servizio agli esclusi. E giunto il momento di dire alto e forte che ci sono tre gradini da salire per giungere a una personalità matura, adulta, credibile. Chi ne salta uno non sarà mai un vero volontario. Viene per primo, in questo iter, il gradino della cittadinanza, il dovere di vivere, non di declamare a vuoto, i principi costituzionali di legalità e solidarietà e di applicare quindi coerentemente tutta la legislazione ed in particolare nel nostro caso quella sociale, dando così vita ad una cittadinanza dove il soggetto non guarda ma fa, costruisce sul lavoro e in famiglia, con i servizi pubblici, con il mondo sindacale e della produzione le condizioni di una crescente convivenza umanitaria. Il secondo gradino è costituito dalla fruizione dei diritti stabiliti dalle leggi dello Stato dalla conquista dei nuovi spazi e diritti che rendano la convivenza più libera e giusta per la dignità di ogni persona, tutelando in modo particolare la partecipazione alla vita del territorio la difesa dei diritti dei più deboli e di quelli ancora oggi esclusi, nel duemila, dalla partecipazione ai servi

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