UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

“Esci per le strade e lungo le siepi… perché la mia casa si riempia” (Lc 14,23) Per una spiritualità del cristiano imprenditore e dirigente

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29 Marzo 2000

ualunque persona, ma tanto più di quelle che collaborano con noi o sono a nostro servizio. Direi che è proprio qui - oltre ovviamente l'onestà e la giustizia - il banco di prova della spiritualità dei dirigenti e degli imprenditori: la loro scelta e capacità di essere in rapporto con gli altri con tanta bontà e cordialità comprensione e gentilezza. Diciamo la parola di Cristo: con tanto amore, poiché un giorno la fede non ci sarà, neppure la speranza, ma noi - come è stato detto - saremo giudicati sull'amore. 1. Nel testo di Luca 14 ci troviamo in presenza di un invito. Un invito ad uscire non per noi, ma a vantaggio degli altri. L'invitante è Cristo che ci chiama ad essere suoi collaboratori per l'opera di salvezza. E in questa chiave che dobbiamo leggere le sue parole. Non ci si santifica mai per se stessi ma per gli altri. "Chi ama la propria vita, la perde. Ma chi getta via la propria vita, la ritrova per la vita eterna" (cfr Mt 10,39). In tutta questa nostra riflessione ci troveremo sempre inchiodati a questa verità fondamentale nella spiritualità propria del cristiano: non è narcisistica, non è fine a se stessa. Anzi più si sale nell'unione con Dio più si diventa, necessariamente, strumenti nelle sue mani, strumenti per la salvezza. D'altra parte, si tratta di un invito. Una chiamata. Esci, opera, datti da fare. Una vocazione e una missione. Ma nel rispetto della nostra libertà. Dio non costringe nessuno. E la chiamata fatta al discepolo: quella di seguire Cristo: "Chi vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24). Dice anzi "Se qualcuno vuole venire". Può esserci chi non si muove, chi non si convince, chi non valuta importante; anzi ci può essere chi non ne veda l'opportunità o la necessità. Ci sono nella vita ben altre priorità, altri interessi, come quelli degli invitati che non vollero andare: (cfr Lc 14,18) dovevano comprare, trafficare, negoziare, prendere moglie. Le cose di questo mondo possono talvolta oscurare quello dello spirito: "Homo de terra terrenus" dirà S. Paolo, riconoscendo che Cristo ci propone uno stacco; per seguire Lui si devono attuare delle precise condizioni. Per la spiritualità - come vedremo - c'è un prezzo da pagare, perché ci sono delle forze da vincere in noi e attorno a noi. "Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso" (cfr Mt 16,24).
2. La chiamata di Cristo è niente di meno che vocazione alla santità. Questa parola non deve impressionarci. "Siate santi, perché io sono santo" (Lv 11,45). Oppure nel Vangelo si parla di perfezione: "Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5,48). Di quale perfezione si tratta? Di che genere, in che direzione? Ce lo dice il testo stesso del Vangelo: "Il Padre mio fa scendere la pioggia sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Fa splendere il sole per i buoni e per i malvagi" (cfr Mt 5,45). In una parola: la sua perfezione sta nel non avere preferenze, o meglio nell'amare tutti senza distinzione. In Dio non ci sono preferenze per nessuno, non trovano spazio i raccomandati, i primi della classe. E dunque l'aspetto più importante e fondamentale della spiritualità cristiana, il "proprium", come vedremo tra poco. Cogliamone intanto questo aspetto fondamentale, facilmente applicabile alla vita dell'imprenditore o del dirigente che dovrà trattare TUTTI con lo stesso riguardo, con uguale attenzione. Sarà suo compito quello di "non fare preferenze di persona". Oppure tener conto delle preferenze di Dio: per i poveri, per i piccoli, i bisognosi, gli emarginati, quelli che non contano. "Non sono venuto a salvare i giusti, ma i peccatori. Non hanno bisogno del medico i sani ma i malati" (cfr Mc 2,17). E questa la legge fondamentale della carità, che è vincolo di perfezione.
3. Possiamo notare come nel comando supremo dell'amore (amore a Dio e amore al prossimo) vi troviamo - insito - il principio della libertà e del rispetto per ogni uomo che è "immagine del Dio vivente" (cfr Gn 1,27). Spiritualità, in senso cristiano, vuol dire anche tendere alla libertà. Prima di tutto, conoscendo la verità, poiché "la verità vi farà liberi" (Gv 8,32). Non si dà vera e solida spiritualità senza il fondamento che la suppone: la fede nell'unico Dio, che si è rivelato come nostro Padre in Cristo suo figlio. Il cristiano ha bisogno che questa sua fede sia fondata e illuminata dalla Parola di Dio, mettendosi in ascolto della stessa Parola rivelata. "Fides ex auditu" (cfr Rm 10,17) dice San Paolo. Non c'è fede senza l'a scolto; per una fede adulta, che sia adeguata alle difficoltà e alle esigenze del tempo e della vita, delle circostanze, più o meno difficili, in cui dev'essere vissuta. Tanto più oggi, in un clima diffuso di secolarismo e di dissacrazione. La forza della fede dev'essere adeguata alla cultura, alla professione, agli incontri da affrontare. "Siate sempre pronti a rendere ragione a chiunque della speranza che è in voi" (1 Pt 3,15). Non siamo chiamati a saper convincere gli altri a credere, ma a saper dimostrare i motivi per cui noi crediamo. Tanto più oggi, in un tempo che ha più bisogno di testimoni che di profeti.
4. La spiritualità propria del cristiano (e quindi anche dell'imprenditore) che consiste - abbiamo detto - nel seguire Cristo, ha bisogno di conversione. Questa parola - metànoia - "cambiamento di testa" fa parte integrante del Vangelo. Ricorre prima sulle labbra del Battista e poi su quelle di Gesù. Il più antico Vangelo, quello di Marco, si apre con queste parole: "Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. CONVERTITEVI e credere al Vangelo" (cfr Mc 1,15). Non appartiene al regno chi non compie questo cambiamento che è frutto di forze convergenti: la grazia che viene dall'alto (la forza dello Spirito) e la libera risposta dell'uomo. "Se uno non nasce dall'alto non può vedere Dio. Se non nasce di nuovo non può entrare nel regno" (Gv 3,5)dice Gesù nella notte a Nicodemo. Anche se già vecchi, bisogna nascere di nuovo. "Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (cfr Mt 18,3). Di che genere è questa richiesta "infanzia spirituale"? Come si diceva è un cambiamento di mentalità, che produce una vita nuova, quella dei figli di Dio che "cercano le cose di lassù" (cfr Col 3,1). Il cambiamento di mentalità consiste nel vedere le cose, la vita, tutte le realtà e la storia non più secondo i criteri del mondo, ma secondo i criteri di Dio. "Vattene via, Satana, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini" (Mt 16,2 3) aveva detto Gesù a Pietro. Gesù aveva prospettato agli apostoli la sua sorte futura di sofferenza, di passione, di condanna e di morte. Non era questa la prospettiva che piaceva a Pietro e agli altri discepoli. La loro aspettativa, sappiamo, era ben diversa: carriera, potere, successo, ricchezza. I criteri e i valori del mondo, ciò che conta "secondo gli uomini". E questa la prospettiva e l'attesa dell'imprenditore cristiano? Abbiamo cambiato radicalmente questo tipo di mentalità? Sappiano di seguire chi ha detto di sé: "Non sono venuto per essere servito, ma per servire" (Mt 20,28) e "il mio regno non è di questo mondo" (Gv 18,36). Crediamo davvero che Dio ne sa più di noi, anche se ci avverte che "le mie strade non sono le vostre strade?" (cfr Is 55,8). Credere significa appunto aver fiducia in lui, nelle sue parole, affidarsi alla sua volontà. E Cristo che deve trasformare tutta la vita, al punto di poter dire con Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20).
5. Il proprium della spiritualità cristiana è dunque la SINTESI perfetta tra l'amore a Dio e l'amore al prossimo. Fra culto e veridicità per mezzo di una vita che onora Dio, fra conoscenza di Dio e conoscenza dell'uomo, fra speranza escatologica e impegno per il mondo presente... Dio rivela se stesso come amore, manifestando il suo amore per l'uomo. Per parte sua l'uomo può giungere alla conoscenza esistenziale di Dio-Amore solo nella misura in cui si unisce a Dio nel suo amore per tutti gli uomini per tutti gli uomini. Amare Dio e il prossimo per amore di Dio è tutta la Legge e i Profeti (cfr Mt 22,37-40). C'è dentro tutta la Parola di Dio, l'espressione della sua volontà. Per un cristiano, per la sua spiritualità, non vale nulla - ad esempio - un culto che non porta frutto nell'amore del prossimo e nella giustizia, per la vita del mondo. E un punto nodale della spiritualità del cristiano, del laico in modo particolare che è chiamato sempre a rapportare culto e vita, il s uo "stare con Dio" ha sempre come ricaduta necessaria lo "stare con l'uomo". Già siamo avvertiti di questa condizione essenziale nell'Antico Testamento, quando Dio rimprovera il suo popolo per il culto e i sacrifici, e li rimprovera, come fece Gesù per i suoi contemporanei; "ma il suo cuore è lontano da me" (Mc 7,6). Per un cristiano non vale nulla la speranza escatologica, quando non si manifesta nella vigilanza verso le opportunità presenti e nell'impegno per il bene e la salvezza dell'uomo. Da qui una caratteristica fondamentale della spiritualità: che è cristiana - secondo la volontà di Cristo - se non è disincarnata, se non prescinde dall'uomo e dalle sue concrete necessità. Ciò si deve intendere non tanto e non solo in senso materiale, poiché "non di solo pane vive l'uomo" (Mt 4,4). E una spiritualità che guarda all'uomo in quanto oggetto dell'amore di Dio e quindi nella prospettiva di aiutarlo (ogni uomo) a conseguire la sua vocazione, che è quella di conoscere l'unico vero Dio e il Figlio, Gesù Cristo "perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,15). La spiritualità del cristiano, di ogni cristiano, intesa come speranza escatologica, si manifesta nella vigilanza verso le opportunità presenti e nell'impegno per il bene e la salvezza dell'uomo. Impegno che dovrà essere adeguato alle necessità del tempo in cui si è chiamati a vivere, secondo le necessità e le opportunità che si incontrano nella vita di tutti i giorni, tanto in senso personale che familiare e sociale. Un impegno dunque diverso nelle diverse epoche storiche, nelle quali, è compito del cristiano rivivere ed attuare il mistero dell'Incarnazione; ricordando sempre che Cristo è venuto "per noi uomini e per la nostra salvezza" (Credo). Si è calato quindi nella realtà e nelle difficoltà della nostra vita quotidiana. Si è fatto in tutto simile a noi tranne che nel peccato (cfr Eb 4,15).
6. Secondo il Concilio Vaticano II (Apostolicam actuositatem) la spiritualità d el cristiano e quindi anche dei laici, consiste "nella loro vitale unione con Cristo, secondo il detto del Signore: "Chi rimane in me e io in lui produce molto frutto, perché senza di me non potete far niente" (Gv 15,5). E una vita d'intimità con Cristo - prosegue il Concilio - che si alimenta nella Chiesa con gli aiuti spirituali comuni a tutti i fedeli, soprattutto con la partecipazione attiva alla sacra Liturgia. E questi "aiuti" i laici devono usarli in modo che, mentre compiono con rettitudine gli stessi doveri del mondo nelle condizioni ordinarie di vita, non separino dalla propria vita l'unione con Cristo, ma compiendo la propria attività secondo il volere divino, crescano sempre più in essa". Parole semplici, ma impegnative. Poiché nell'attività del dirigente e dell'imprenditore, come del libero professionista, non sarà facile realizzare questa "sintesi": unione e Cristo e impegno nelle proprie attività. Questa sintesi avrà bisogno di essere attivata e rinnovata ogni giorno, alimentata appunto da quegli "aiuti spirituali" a cui si riferisce il Concilio: lettura della Parola di Dio, preghiera e meditazione, nonché rapporti con persone (aggregazioni) che possano incentivare la sua vita di fede.
7. Lo stesso Concilio fa riferimento ad un'altra necessità per i laici: quella di progredire nella spiritualità "con animo pronto e lieto, cercando di superare le difficoltà con prudenza e pazienza". Ed aggiunge: "Né la cura della famiglia, né gli altri impegni secolari devono essere estranei alla spiritualità della loro vita, secondo il detto dell'Apostolo: "Tutto quello che fate, in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre" (Col 3,17) ". Da notare che nel testo del Vaticano II non si dice di "crescere nella spiritualità" nonostante la famiglia e gli impegni secolari, bensì che "famiglia e impegni" non devono essere estranei a questa crescita. Vale a dire che è proprio della spiritualità laicale crescere ed arricchirsi mediante l'apporto degli impegni familiari e sociali. Sono anzi queste stesse realtà a situazioni che entrano ad arricchire ed a caratterizzare gli aspetti peculiari della spiritualità laicale.
8. Il Vaticano II pone a fondamento della spiritualità dei laici le virtù teologali della fede, speranza e carità. La fede che, come abbiamo detto, si fonda e si alimenta sulla Parola di Dio, poiché è solo alla luce di quella Parola che "è possibile, sempre e dovunque, riconoscere Dio, nel quale "noi siamo, viviamo e ci muoviamo" (Atti 17, 28); cercare in ogni avvenimento la sua volontà, vedere il Cristo in ogni uomo, vicino o estraneo, giudicare rettamente del vero senso e valore che le cose temporali hanno in se stesse e in ordine alla fine dell'uomo". "Nascosti con Cristo in Dio e liberi dalla schiavitù delle ricchezze - prosegue il Concilio - nel pellegrinaggio della vita presente, mentre mirano ai beni eterni, con animo generoso si dedicano ad estendere il Regno di Dio e ad animare con lo spirito cristiano l'ordine temporale". Concetto e natura della spiritualità laicale che è stata formulata, la prima volta con chiarezza, nella notissima espressione della Lumen gentium, che qui merita richiamare: "Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i doveri e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno, a nodo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l'esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico e, in questo modo, a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e con il fulgore della loro fede, speranza e carità. A loro quindi spetta, particolarmente, di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle qua li sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo e crescano, e siano di lode al Creatore e Redentore".
9. Mi pare che il testo sia più che sufficiente per darci alcune indicazioni anche a proposito di una spiritualità che riguarda la vita e le attività degli imprenditori, dirigenti e liberi professionisti. Vi si coglie, anzitutto, l'importanza della vocazione e dalla spiritualità laicale in quanto consiste nel far sì che "le cose temporali siano ordinate secondo Dio". Il che significa propriamente svolgere una mediazione di tipo sacerdotale. In quanto il laico è chiamato, come membro del Corpo di Cristo che è la sua Chiesa, ad attuare in questo il suo munus sacerdotale. E forse il caso di richiamare qui una verità abbastanza dimenticata. Che la spiritualità del laico ha il suo fondamentali nel battesimo che ha ricevuto e che lo ha reso partecipe dal Sacerdozio di Cristo, quello "comune" a tutti i fedeli. In forza del quale il cristiano, come membro della Chiesa, Corpo di Cristo partecipa al triplice compito sacerdotale, profetico e regale. Appartiene al primo - compito sacerdotale - quello di far sì che "tutte le realtà terrene siano ordinate secondo Dio". Come si diceva, un compito di mediazione o "pontificale", in quanto il laico "fa da ponte" tra le cose della terra e quelle del cielo, tra Dio e gli uomini. A questo compito (munus) si aggiunge quello profetico. Come dice la parola, il profeta è colui che parla agli uomini da parte di Dio. Compito della Chiesa e quindi di ogni suo membro. Il laico non ha tanto il compito di "predicare", quanto - come si diceva - "di saper rendere conto a chiunque della propria speranza". Il che esige formazione e competenza. Corrispondenti alla sua posizione e alla sua collocazione sociale. Qui il grado di cultura ha un suo ruolo particolare e una sua specifica responsabilità. Ricordiamo la parabola dei talenti: a chi ha avuto di più, molto di più sarà richiesto (Cfr Mt 25,14-30). Fa parte del compito profetico anche la denuncia di ciò che non è conforme al progetto di Dio. Di ciò che va contro la verità e la giustizia, il bene e la promozione della persona umana, lo sfruttamento e ogni forma di degradazione o di non rispetto della persona. Qui la denuncia è d'obbligo e non solo a parole, ma facendo in modo che nella propria azienda e attività siano vivi, operanti i valori del Vangelo. Ricordando in particolare quanto si legge nella Centesimus annus là dove si auspica che l'impresa sia davvero "una comunità di persone". E, quindi, si attui un clima di rispetto reciproco, di attenzione ai più umili, di amicizia e di cordialità. Infine, il mistero della regalità. Come si è già detto, consiste nel far sì che il Regno di Dio cominci già da questo mondo. Perché sulla terra si attui il "suo" Regno, quello di Cristo: regno di verità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Questo terzo compito - si può ben dire - è quasi tutto sulle spalle dei laici. Lì sono chiamati da Dio a far sì che "le cose temporali crescano e siano tutte a lode del Creatore".
10. Questo terzo aspetto, quello della spiritualità come servizio, ha un suo valore particolare. Mi riferisco a quanto diceva il card. Tettamanzi al nostro primo incontro a Santa Margherita: "Proprio coloro che più sono gravati di responsabilità hanno bisogno, di maturare una spiritualità rispondente al loro impegno e capace di offrire loro la misura di quanto stanno portando avanti". E citava in proposito il documento dei Vescovi italiani relativo al Convegno di Palermo: "Mentre raccomandiamo un impegno serio e concreto nella storia, ricordiamo anche il limite e la provvisorietà di ogni conquista terrena. Non ci lasciano imprigionare nel ruolo di maestri di etica, di animatori culturali e di promotori dei servizi sociali. Se è vero che la salvezza si prepara nella storia, è vero soprattutto che si compie oltre la storia. I cristiani 'dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo'. Le a ttività temporali perdono il loro più alto significato e diventano facilmente disordinate e distruttive, quando assorbono tutti gli interessi e le energie. La storia è esodo: testimoniare e annunciare questa verità è il più grande dono che possiamo fare agli uomini del nostro tempo". Questo dono devono fare anche gli imprenditori e i dirigenti cristiani, nonché i liberi professionisti: il dono della testimonianza nel servizio. Anzitutto per acquisita e riconoscibile competenza. Essere cristiani vuol dire anche essere all'altezza, a livello giusto con dedizione, capacità e coerenza. E buon cristiano l'imprenditore più bravo, buon dirigente e professionista quello che negli si è preparato ad esercitare il lavoro che gli compete. In questo, anzitutto, egli fa un 'buon servizio'. Cose ovvie, che ci siamo dette più volte, ma che non è male ripetere ancora.
11. Spiritualità consiste poi nel credere e vivere di questa convinzione: che la terra non è tutto e non ci deve assorbire totalmente. Non ha neppure senso se prescinde dal cielo. Il senso di precarietà, di provvisorietà deve sempre farci sentire pellegrini, esuli. "Non abbiamo qui una città permanente, ma ne cerchiamo un'eterna" (Eb 13,14). Il cristiano è colui che "è sulla via", viandante verso l'eterno. Appunto: cittadino del cielo. Questo non lo rende estraneo o assente, anzi ancora più impegnato, poiché sa che il dovere compiuto è pegno di una ricompensa più grande. Che non si aspetta di qui, in onorificenze, elogi ed applausi, ma è convinto di averne una "più grande", in cielo.
12. Senza cadere nell'ovvio, ma guardando a ciò che è sotto gli occhi di tutti, parlando di raggiunta posizione sociale (e quindi di dirigenti o imprenditori) non si può non riflettere al fatto che ad un ruolo più elevato corrisponde sempre (deve corrispondere) un servizio più grande. Ciò appartiene ad un altro aspetto della propria spiritualità. Un netturbino ha fatto bene il suo compito se ha pulito bene la strada di su a competenza, ma un sindaco o un assessore può fare molto di più, arrivando a tenere pulite tutte le strade di una città. Aspirare ad essere dirigenti o managers è cosa buona se a ciò si tende non per ambizione o per affermazione di sé, ma se ci si mette dinanzi la prospettiva di poter essere più utili a molte persone; quindi per un servizio più grande, perché - in sostanza - altri possano beneficiare del nostro impegno. Altri per nostro merito possono avere lavoro, mantenere le famiglie, mandare a scuola i figli, assistere gli anziani. Come si vede una ricaduta più ampia e benefica di chi - come voi - nella società o nell'azienda ha una responsabilità maggiore. Il che fa parte - come si esprime don Giannino Piana - della peculiare spiritualità del vostro lavoro, che trova - così egli scrive - "la sua compiuta espressione in una spiritualità della liberazione, che si riflette contemporaneamente nell'umanizzazione del lavoro e nel superamento degli aspetti deteriori del tempo libero a cui soggiace nell'odierna società dei consumi". Ma questa spiritualità della liberazione - aggiunge don Piana - "non può attuarsi senza una vera e propria rivoluzione culturale, che rimetta al centro quei valori etici e religiosi, che consentono il ricupero del senso vero della vita e consentono all'uomo la capacità di reagire al clima produttivistico ed efficientistico dell'attuale società".
13. Riflettendo a queste parole mi avvio a concludere con l'ultima riflessione che propone quasi un contrasto in ciò che dovrebbe essere la vostra spiritualità. Un'apparente antinomia che trovo nel Vangelo, specialmente nel testo delle Beatitudini (cfr Mt 5,3-11) che mettono al primo posto i poveri, gli ultimi e i piccoli. Da questa situazione potrebbero sentirsi lontane le categorie che abbiamo in oggetto, situazioni e categorie vostre che sanno di prestigio, di capacità, di ricchezza talvolta, certo di benessere (o di opulenza). Come si può coniugare tutto ciò con la proposta del Vangelo?
Da una parte l'intraprendenza, l'affermazione della vocazione personale non viene rinnegata. Tutt'altro. Basti ricordare la parabola dei talenti (cfr Mt 25,14-30); la ricchezza non viene riprovata per se stessa, ma per il cattivo uso che se ne può fare. Il ricco, secondo il Vangelo, ha una tentazione in più. "E più facile che un cammello entri per la cruna dell'ago..." (Mc 10,25) con quel che segue. Che dire allora delle virtù dell'umiltà, della mitezza, del farsi piccoli per entrare nel Regno? Sappiamo bene delle parole del Signore (non dovrò essere io a ricordarle). Ai dodici che discutevano chi fosse tra loro il più grande, Gesù mette in mezzo un bambino. Se non cambierete il vostro modo di pensare e non diventerete come un bambino, non entrerete nel regno dei cieli (cfr Mt 18,1-4). Solo chi si farà umile e servo di tutti, sarà il più grande. Abbiamo tutti presenti le parole di Gesù: gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi (cfr Lc 13,30). Peccatori e prostitute vi precederanno nel regno (cfr Mt 21,31). Perché si sono convertiti. Vediamo che si ritorna sempre al punto di prima: spiritualità significa cambiare testa, cambiare vita. Questo cambiamento così radicale è indicato in modo particolare nelle Beatitudini, che discendono tutte dalla prima: "Beati i poveri in spirito, poiché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3). Parlando delle attuali esigenze della Chiesa, P. Bernhard Häring, scrive: "La Chiesa dev'essere povera tra i poveri. Essa si rivolte per necessità ai poveri, e anche quando evangelizza i potenti e i ricchi è per farli consapevoli della loro miseria (altro che primi!), affinché i poveri si sentano davvero benedetti nel regno di Cristo". Ed aggiunge "E la prima beatitudine che include tutte le altre... Se gli uomini accolgono la lieta novella del Cristo servo, allora non possono più sfruttare gli altri, ma devono tenerli per fratelli. Ciò non esclude - sempre p. Häring - che in talune occasioni si possa o si debba dare la prima atten zione alle élite dirigenziali, specialmente quando esse possono aprirci le porte per evangelizzare le masse (cfr pastorale card. Siri)... La Chiesa però, mentre presta attenzione alle élite non deve perdere di vista i suoi scopi: educare con il Vangelo i migliori a farsi servitori di tutti, rinunciando (se ci sono) a privilegi ingiusti che danneggiano la fraternità e i diritti altrui. In tal modo l'opzione ecclesiale a favore dei poveri, non si trasforma in scelta partigiana, perché mira a convertire tutti alla povertà e alla giustizia evangeliche. E se la Chiesa saprà convertire coloro che hanno ricchezza (non solo di denaro ma di potere e di ruolo sociale) quindi anche scienza, all'unico vero Dio, padre e redentore di tutti, li convertirà anche ai fratelli poveri. Affinché i poveri, a loro volta, non perseguino, più o meno conseguentemente, i fini dei ricchi e dei potenti non ancora convertiti" .
14. Ultimissimo accenno, tra le molte cose che restano da dire, un accenno a ciò che si potrebbe chiamare "spiritualità di relazione". Sono queste categorie professionali in frequente rapporto con gli altri: dipendenti o colleghi, maestranze di azienda. Intanto, da cristiani, si dovrebbe chiedere che di fatto queste relazioni ci siano. Non è concepibile che il manager cristiano che si trincera dietro una cortina di separatezza e quasi arroganza. Sono atteggiamenti che neppure oso pensare. Chiedo scusa del riferimento caso mai in senso storico! Ma può succedere anche questo, se - direi ogni giorno - non si fa esercizio di umiltà e, come si è detto, di vera attitudine al servizio. Rovesciando i criteri di vita secondo il Vangelo. Come già detto, chi comanda sia come uno che serve. LE RELAZIONI poi con gli altri, specialmente se inferiori di ruolo o di grado, hanno estremo bisogno di sensibilità umana, di delicatezza. Oserei dire anche di buona educazione e di rispetto della persona, di q

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