UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

“Egli è venuto ad annunziare la pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini…” (Ef 2,17)

-
19 Gennaio 2000

su questo fondamento per ess ere un vero annuncio di pace e non semplicemente uno dei tanti auspici che possono risuonare, e che giustamente ma invano risuonano da tante parti. Si può percepire la Chiesa come testimonianza non di parte, che proclami e pratichi la pace? A questo interrogativo credo si possa rispondere solo a partire da questi testi. D'altra parte questi testi rivelano anche che ogni testimonianza della Chiesa, ogni annuncio e forma di vita ecclesiale, per essere tale, deve essere annuncio di pace. Non è un semplice corollario o una conseguenza, ma è il nucleo stesso dell'annuncio cristiano. Praticarlo al proprio interno è evidentemente un primo dovere e un primo compito ma, naturalmente, non solo al proprio interno, perché il fatto che ci sia un unico corpo e un unico spirito nella realtà implica che tutte le relazioni che la Chiesa intrattiene esprimano già di per sé questa realtà, oppure non esprimono nulla.
A questo punto il discorso si fa inevitabilmente teologico nel senso di una revisione di molte attitudini di pensiero oltre che di pratiche che abbiamo ereditato dai secoli passati, sia in ecclesiologia che in tutte le forme della sistematica, e nella vita di ogni battezzato e di tutta la Chiesa. Ma su questo terreno non possiamo ora inoltrarci a parole. Ci siamo in effetti ogni momento.
1. Ringrazio per l'opportunità che mi è offerta di presentare queste riflessioni in questa sede, e in questi giorni. Non farò alcun riferimento esplicito alla guerra e alla pace in questi tempi, ma le riflessioni e le conseguenze che potranno essere tratte saranno estremamente evidenti.
Il testo che è stato scelto come titolo di questo incontro è quello che seguirò nella riflessione. Penso infatti che si tratti del testo fondamentale del Nuovo Testamento, per quanto riguarda la pace come condizione essenziale e non come uno dei tanti argomenti settoriali della vita della Chiesa. Penso che non esistano nelle Scritture testi paragonabili a questo per ricchezza di contenuto e per evidente sforzo di elaborazione. Anche rispetto ai testi dell'Antico Testamento che potrebbero essere citati, alcuni dei quali -soprattutto quelli profetici- di grande portata teologica, Efesini 2 costituisce un punto di arrivo, cosicché sarebbe possibile effettuare richiami che possono essere molto utili dal punto di vista dell'elaborazione di una teologia della pace, ovvero della teologia e della vita ecclesiale come annuncio della pace. Questo mi pare il senso della proposta, tentare cioè di sondare non solo un ambito di un sistema complessivo, ma di enucleare la pace come nucleo portante di tutto il sistema, fatto che contribuirebbe anche a far assumere tratti meno sistematici, nel senso tradizionale del termine, e più dinamici all'edificazione della vita ecclesiale, perchè quel sistema è la realtà stessa che si vive.
Mi attengo al testo nella versione proposta recentemente dalla Conferenza Episcopale Italiana come revisione della Bibbia che per molti anni abbiamo letto. Nella nuova versione ci sono alcuni mutamenti abbastanza significativi, anche se non tutti quelli che potrebbero essere opportuni per cogliere la potenza espressiva e teologica di questo brano, che viene ricondotto a una tradizione post-paolina o deutero-paolina. Da questo punto di vista credo sia ancora più significativo che un testo del genere, che come vedremo è fondamentalmente paolino, si sia potuto sviluppare in un'epoca successiva alla prima predicazione paolina. Questi testi, purtroppo, vengono spesso ritenuti secondari, a causa di questo scarto cronologico nel primo tempo della vita della Chiesa e dell'elaborazione dei testi del Nuovo Testamento. In realtà il fatto che, a qualche distanza di tempo rispetto ai primi testi, si produca qualcosa di questo genere è ancora più significativo per indicare come si protragga e si consegni all'epoca matura della Chiesa un'intuizione originaria, legata chiaramente all'annuncio della morte e resurrezione del Signore e del dono dello Spirito Santo. "Perciò ricordatevi che un tempo voi pagani nella carne, chiamati non circoncisi da quelli che si dicono circoncisi perché resi tali nel corpo per mano d'uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che dei due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l'inimicizia, per mezzo del suo corpo. Così egli annullò la legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto ad annunziare la pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d'angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito". (Ef 2,11-22) 2. Paolo - dico Paolo perché comunque il testo si presenta come l'annuncio e la testimonianza dell'Apostolo che proviene da Israele, con tutta la ricchezza di questa appartenenza, che nei testi certamente paolini viene spesso dichiarata, al contempo, con sofferenza e piena consapevolezza - si rivolge alle Genti, a quelli che sono i popoli, le nazioni nella carne. Il testo italiano avrebbe potuto accentuare il riferimento senza mantenere il termine "pagani" che spesso induce il lettore in un certo errore, al pensiero cioè che questo testo sia già quello per cui la Chiesa, nelle sue forme che ha assunto nei secoli, si rivolge a coloro che non sono cristiani. Il che sarebbe pure molto promettente rispetto ad attitudini più arretrate, ma credo sia importante cogliere la realtà della situazione iniziale, quella che la Chiesa vive e cerca di vivere nella pratica sempre. Il punto di partenza fondamentale consiste nel fatto che l'Apostolo è consapevole della propria appartenenza; sa di essere, nella carne diverso da quelli a cui si riferisce, ma sa anche che la comunione che nasce dall'annuncio e dalla testimonianza e che lui, proveniente da Israele, e le Genti lontane e diverse nella carne costituiranno, è la condizione nuova realizzata da Cristo. Si assiste, così, contemporaneamente, alla consapevolezza della differenza di appartenenze carnali diverse e all'annuncio della novità che si crea in Cristo e che la Chiesa esprime realmente. "Perciò ricordatevi che un tempo voi pagani nella carne, chiamati non circoncisi da quelli che si dicono circoncisi perché resi tali nel corpo per mano d'uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo".
Qui ricorre, unica volta nel Nuovo Testamento, il termine "atheoi", atei , nel senso originario del termine, che noi abbiamo perso privilegiando una connotazione soggettiva, come se credere o non credere in Dio possa mutare la realtà dal punto di vista di Dio. Atheoi , nel senso originario - come tutti i termini costituiti dall'alfa privativo - significa "privi di Dio", perché Dio, nell'economia della storia salvifica, si è legato al solo Israele, e quindi tutti gli altri ne sono privi. La dimensione oggettiva è l'unica che le Scritture tengono presente, perché è troppo forte l'interesse per come Dio si pone per dare spazio e tempo al problema di ciò che l'uomo può o non può pensare di Dio. La realtà della storia salvifica è segnata da questa differenza, per cui Dio sta presso il suo popolo e non presso gli altri popoli, senza che questo, naturalmente, configuri alcun merito per Israele e alcuna colpa per gli altri. Qui si dichiara semplicemente quale è la realtà dal punto di vista teologico: dal punto di vista di Dio. L'annuncio del Cristo riposa sulla presa di coscienza e sull'assunzione consapevole di questa realtà, senza la quale l'annuncio stesso sarebbe incomprensibile e privo di senso. Senza questa consapevolezza, nessuno potrebbe essere toccato dal fatto che in Cristo Dio ti viene incontro. Se ci fosse una condizione comune in cui tutti sono, più o meno, in rapporto con Dio, a seconda che lo pensino o non lo pensino, la presenza di Dio in Cristo non avrebbe un grande significato. Cosa cambierebbe in realtà? Basterebbe semplicemente che l'uomo -ora tutti gli uomini, mentre prima solo Israele- decidessero di riferirsi a Cristo piuttosto che a qualcun altro, ma si tratterebbe sempre di una dimensione soggettiva. Questo, purtroppo, è il modo in cui spesso si accostano le Scritture in epoca moderna, come se la dimensione soggettiva fosse determinante. 3. L'annuncio della salvezza e della pace riposa sul fatto che la vicinanza di Dio che è pace, si m anifesta, per gli uni e per gli altri, in questa medesima ed unica vicinanza, nuova in Cristo: questo è il nucleo dell'annuncio paolino, dell'Apostolo delle Genti , e neotestamentario in generale.
Questa condiscendenza divina per gli uni, e per gli altri che non sono rispetto a Lui nella stessa posizione, è la pace. "Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo". Questa è la conseguenza dell'avvicinamento divino che si è compiuto in Cristo, cosicché chi era lontano è divenuto vicino, ma non nel senso che è diventato ebreo come quelli che erano vicini: non si tratta di proselitismo, né di un'aggiunta quantitativa alla condizione di Israele presso Dio. La condizione di Israele presso Dio è, in tutte le Scritture, condizione di obbedienza, di ascolto della Parola, di legame particolare e esclusivo. Elezione, nozze, sono alcuni esempi tra i numerosi modi con cui l'Antico Testamento denomina questa relazione, ma non è mai previsto, in nessun luogo delle Scritture, che il popolo chiamato, Israele, cresca inglobando altri. In epoca biblica, e poi nei secoli successivi fino ad oggi, Israele non si pone mai in attitudine proselitistica. Questo è un dato caratteristico ed essenziale che, nel brano in questione, viene ripreso come situazione evidente di per sé. Il Nuovo Testamento non ripete ciò che è evidente da tutto il deposito delle Scritture, che, però, è essenziale per capire cosa è questa realtà nuova, questa comunione, questo popolo che nasce. E' fondamentale rendersi conto che non si tratta di avviare una campagna proselitistica a favore del popolo che era vicino, cosicché cresca fino a raccogliere tutti, ma di concepire -di vedere- la comunione dei diversi. I lontani non diventeranno uguali a chi era vicino, restano Genti nella carne, così come l'Apostolo resta Israele nella carne. La vera novità è che carni diverse sono in Cristo una cosa sola, non perché l'una diventa l'altra, m a tutte e due sono costituite in unità. Questo è uno dei punti più chiaramente paolini di tutto questo testo, basti ricordare le famose espressioni della lettera ai Galati: "Non c'è più né Giudeo né Greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù." (Gal 3,28). Quel non c'è più si riferisce esclusivamente all'evento di Cristo che rende una cosa sola diverse appartenenze che, nell'esperienza concreta della vita quotidiana, sociale, politica e culturale, restano tali, visibili e percepibili: gli uomini e le donne restano uomini e donne, gli Ebrei e i Gentili restano Ebrei e Gentili e anche gli schiavi e i liberi restano schiavi e liberi. 4. Questa realtà, nella testimonianza della Chiesa, è risolta in una nuova condizione di comunione che scaturisce dal versetto successivo: la nostra pace . Per nostra si può intendere sia il significato più immediato del pronome di prima persona plurale, il fatto cioè che Paolo parli come ebreo, raccogliendo tutta l'eredità della promessa messianica e affermando che la nostra pace - di Ebrei - è costituita dal fatto che finalmente è giunto il momento della comunione con i Gentili. Ma possiamo anche intendere che il termine noi, nostro/a risuoni, per la prima volta, come denotativo, in senso estremamente preciso: riferito alla comunione di tutti . Sappiamo come, anche nell'uso comune, il termine noi mantenga un'ambiguità costantemente esposta alla temperie della storia, o anche solo agli umori di chi parla e di chi ascolta. Se, per esempio, io dico noi qui, nessuno può sapere a chi mi riferisco, se non aggiungo subito qualcos'altro: potremmo essere noi qui seduti al tavolo della presidenza, oppure noi tutti insieme nella sala, ma soprattutto potremmo anche intendere tutta l'umanità. Per Paolo, in questo testo, ciò che nasce è, per la prima volta, la condizione di unità di tutte le creature umane, di tutta la creazione. Lo chiarirà in modo esplicito nel capitolo successivo, quando dirà che il mistero della salvezza, il mistero di Cristo si realizza precisamente perché "i Gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo" (Ef 3,6). Paolo, in questi versetti, conia tre termini, intraducibili, con la preposizione con : sarebbe come dire con-eredità, con-corpo..., intendendo, appunto, che nasce una nuova entità costituita dal mettersi insieme di diversi, le Genti e Israele: cosa impensabile e impraticabile per ogni potenza carnale, e che solo la salvezza operata da Cristo rende possibile. Nostra pace significa, allora, sia l'esito salvifico, messianico, di tutte le promesse per cui Paolo, figlio di Israele, consapevole di quella eredità, può dire che questa pace è di Israele perché il Messia raccoglie insieme tutte le Genti e il suo popolo, sia la pace nostra perché nessuno è mai più estraneo a essa. Occorre anche osservare che le Scritture, sia l'Antico che il Nuovo Testamento, quando usano l'espressione Genti e Israele, possono intendere non solo l'umanità, ma anche la totalità della creazione. Tutta la prima parte della lettera agli Efesini è costituita da uno sguardo sulla realtà, estremamente astratto per il nostro orecchio, ma molto attento alle estreme connotazioni, secondo quanto la mentalità biblica e dell'epoca poteva intravedere. Questa unità compiuta dal Cristo si propaga, con i suoi effetti di pace, in tutte le dimensioni in cui la realtà si può dipanare: i cieli, gli abissi, tutte le creature angeliche, tutte le potenze, tutto ciò che la creatura umana percepisce come aiuto o come ostacolo è raggiunto dalla pace di Cristo nel momento in cui si realizza questa comunione che, di fatto, è solo fra alcuni Ebrei e alcuni Gentili, ma per le ragioni dell'appartenenza (li) riguarda tutti. Proprio perché l'essere nella carne è una condizione ineliminabile della creatura, nel momento in cui la presenza salvifica di Cristo rende una cosa sola gli uni e gli altri , la pace si instaura con tutti. Si instaura, peraltro, in modo misterico - successivamente l'Apostolo si diffonderà su questo aspetto della realtà- perché Dio non impone semplicemente la sua pace, non costringe alla sua pace, non manda le sue legioni di angeli a obbligare a fare la pace, ma la instaura in modo assolutamente reale e oggettivo, di modo che possa essere accolta, percepita, fatta propria da chi osi dire nostro in un senso che dichiari conclusa l'effettualità, le conseguenze coatte di ogni appartenenza, di ogni carne. 5. L'Apostolo passa, poi, a descrivere cosa significa, a partire dal rapporto fra Ebrei e Gentili, che si sia instaurata questa pace. Secondo la dottrina paolina più acquisita, si utilizza qui il riferimento alla legge per esprimere come la separazione è stata vissuta e praticata fino al Cristo. Le prescrizioni, i decreti, tutto è stato messo da parte, è stato superato, compiuto, "per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto ad annunziare la pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito" . Sono così quattro i passaggi (con il precedente del v14 :"ha fatto dei due uno") in cui, con insistenza che potrebbe sembrare ossessiva, ma che corrisponde certamente all'intenzione di sondare il più possibile tutti gli aspetti e tutte le dinamiche di questa realtà, Paolo vuole chiarire che deve nascere qualcosa che si pone come uno e ultimo - uno in quanto ultimo - , per cui i nemici di qualunque condizione trovano unità e non un'altra forma di vita che riproduca una contrapposizione o una ulteriore forma di alterità. Tutte le alterità stanno dentro a questo uno , ma proprio per questo motivo evidentement e questo uno non si può porre, di nuovo, come uno rispetto ad altri, perché diversamente la pace non sarebbe più nostra nel senso che è stato annunciato e non sarebbe più, in alcun modo. Secondo questo pensiero e questo annuncio, ciò che nasce è uno, un solo uomo nuovo, un solo corpo, un solo spirito. Quando nelle Scritture si dice "uno solo", fin da quando Dio si dichiara "uno solo", non si intende descrivere qualche proprietà relativa alla sua identità - cioè che Egli sia uno per quanto lo riguarda - ma si annuncia che c'è solo Lui. Unità nelle Scritture non significa unità dal punto di vista dell'identità, cioè non scisso in se stesso, dotato di una forte capacità aggregativa - tutto ciò che ogni carne sperimenta continuamente - ma intende dire che c'è solo Lui. Quando si afferma che c'è un solo Dio non si dice che Lui gode di una felice comprensione psicologica per cui non è scisso, e è molto sicuro di se stesso, ma che c'è solo Lui, che non c'è nessun altro Dio. Ugualmente quando si dice che c'è un solo Corpo, non si intende che questo soggetto è dotato di un forte spirito di corpo - il che accade a ogni carne, è la tipica condizione carnale - ma che ce n'è uno solo, che non ci sono altri corpi. Così come lo Spirito è uno perché non ce ne sono altri. La cosa è ancora più evidente allorché nel versetto, che è stato proposto come titolo, cogliamo una singolare asimmetria nella composizione. "Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani", e a questo punto, siccome si tratta di un verso metricamente esatto, starebbe molto bene "e pace a noi che eravamo vicini". Se Paolo parlasse qui come ebreo, se facesse prevalere la sua identità, direbbe "è venuto ad annunziare pace a voi, Gentili, che eravate lontani, e pace a noi, Ebrei, che eravamo vicini", ma poiché ha appena usato noi nel significato della comunione fra i due, non se la sente di depotenziarne subito ancora il senso, come se non fosse accaduto nulla: di usare noi per indicare un'app artenenza. Poiché tutte le appartenenze sono di parte - evidentemente -, per esprimere con esattezza il pensiero e l'annuncio, lascia cadere il secondo noi e per indicare Israele dice semplicemente: "coloro che erano vicini". Da questo momento, infatti, l'Apostolo vuole riservare al termine "noi" un significato esclusivamente comunionale e universale, cosicché non possa mai più significare, in bocca alla Chiesa, un'appartenenza: tantomeno la propria. 6. Come ci si possa esprimere a questo punto, è certamente il grande problema della Chiesa, il problema che il Nuovo Testamento ha affrontato, qui e in altri testi, nel modo più consapevole. Paolo inventa, per così dire, il termine mysterion per esprimere questa realtà, per indicare cioè come questo unico corpo, questo unico spirito, questo noi, siano visibili all'occhio della fede per il semplice fatto che lui, Ebreo, annuncia il Cristo alle Genti e alcuni di questi Gentili entrano in comunione con lui: in Cristo, con Israele, l'eletto. Si tratta di una cosa minima nell'orizzonte della storia, allora come oggi. D'altra parte è essenziale - oggi più di allora - che la comunità di coloro che credono in Cristo ritrovi sempre di nuovo, al contempo, questa originaria potenza e questa semplicità. L'annuncio e la testimonianza della pace risiede nella percezione di questa realtà con tutte le sue conseguenze. Prima ne ho elencate alcune e adesso, nel concludere, mi limito a riproporle.
Il passaggio essenziale è che la Chiesa si percepisca come luogo di questo incontro, luogo in cui tutte le differenze vengono assunte e percepite per quello che sono. Le tre che Paolo indica, a conclusione della lettera ai Galati, come abbiamo visto, sono sufficientemente ampie per farci lavorare a lungo: quella etnica, quella di genere, quella socio-politica. Tutte queste differenze nella Chiesa sussistono, e solo il sangue di Cristo e la comunione che nasce da Lui rendono possibile una comunione di vita fra chi patisce o detiene, subis ce o va fiero di una qualunque appartenenza. Accanto a questo primo punto che è essenziale per poter percepire cosa significa l'annuncio della pace, del dono dello Spirito, della salvezza in Cristo, sta la conseguenza più difficile per la comunità che nasce: non riprodurre in alcun modo, come soggetto attivo e presente nel mondo, una qualunque forma di appartenenza, perché questa, comunque sia declinata, rende incomprensibile da parte di chiunque il senso della operazione salvifica, nega la ragion d'essere della comunità che si è costituita e gli effetti salvifici che Dio ha voluto affidare a questo mistero. Lo Spirito, naturalmente, soffia dove vuole e la sua presenza, poiché si tratta di un unico corpo - dell'unico corpo -, non ha limiti di sorta. E' chiaro però che, nel momento in cui il segno dell'unità dell'intera creazione è stato confidato a questa comunità dei credenti in Cristo, i suoi comportamenti, le sue attitudini non sono indifferenti, e sappiamo bene come, nella storia, siano stati influenti e come lo siano ancora. L'attitudine corrispondente alla propria natura è essenziale non solo per il buon nome della Chiesa, ma anche per la custodia del dono che le è stato affidato da Dio, il mistero della pace . Credo che queste due condizioni siano fondamentali per intendere quale sia il messaggio neotestamentario che raccoglie tutte le Scritture per quanto riguarda la pace, ma soprattutto per comprendere come questa consapevolezza stia alla base di qualunque pensiero teologico e soprattutto di qualunque pratica ecclesiale, di qualunque riforma e di qualunque penitenza, visto che siamo nel contesto giubilare di rinnovamento della Chiesa rispetto a come si pone nel mondo. Non voglio dare indicazioni oltre a queste fondamentali che mi sembrano estremamente pertinenti. A fronte di un certo riflusso della comunità dei credenti in forme di appartenenza, qualunque testimonianza di pace da parte della Chiesa deve posare

<