UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto (At 10,34-34)

-
3 Aprile 1999

o celebra la suprema accoglienza che Dio compie di ogni essere umano e di ogni essere che è sulla terra. Anche in questo caso, soprattutto in questo caso, si può notare la rilevanza determinante dell'esatta comprensione teologica - sì della stessa contemplazione - sulla pastorale. L'ospitalità diventa così gesto creaturale di chi si sa accolto e perciò continuamente accoglie. Viene in mente - e con ciò chiudiamo - l'intensa intuizione di un'altra testimone dell'amore di Dio in questo nostro secolo, E. Stein, che analizzando il proprio essere, al pari di ogni altro essere finito, scriveva: "Il mio essere, per quanto riguarda il modo in cui lo trovo dato e per come vi ritrovo me stesso, è un essere inconsistente; io non sono da me, da me sono nulla, in ogni momento mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono attimo per attimo nuovamente l'essere. Eppure questo essere inconsistente è essere ed io in ogni istante sono in contatto con la pienezza dell'essere". Concludeva che di fronte a questa realtà di un essere fugace ed esposto al nulla "sta l'altra realtà altrettanto inconfutabile, che nonostante questa fugacità, io sono, e d'istante in istante sono conservato nell'essere e che io in questo mio essere fugace colgo alcunché di duraturo. So di essere conservato e per questo sono tranquillo e sicuro: non è la sicurezza dell'uomo che sta su un terreno solido per virtù propria, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto". E il braccio accogliente di Dio, riscoperto come madre, oltre che come padre, padre e madre di ogni essere e perciò sempre in cammino nel mondo alla ricerca dei suoi figli.prof. don Giovanni Mazzillo - Istituto teologico di Catanzaro
Sintesi( non rivista dall'A.) dell'intervento, il cui testo integrale può essere consultato nel file allegato. Poste alcune precisazioni iniziali, l'A. sviluppa una prima, ampia, riflessione sull'accoglienza di Dio, altro nome dell'amore, definendola come un'imparzialità che non è geometrica equidistanza, ma è collegata alla sua sovranità e alla sua giustizia, ma anche e soprattutto alla sua benevolenza verso i piccoli e gli indigenti. Il NT ribadirà che Dio non si lascia impressionare dagli uomini importanti, sia che siano all'esterno, sia che siano all'interno della stessa Chiesa. L'accoglienza da parte di Dio è anche opera di creazione continua: se Dio ristabilisce continuamente la giustizia sulla terra, si potrebbe affermare che egli continua così l'opera della creazione, una creazione alla quale invita anche l'uomo. Proprio questa partecipazione alla sua opera rende l'uomo gradito a lui. Paolo sintetizza il criterio cardine per essere accettati da Dio: compiere opere simili alle sue, che sono anzi il prolungamento della sua opera. Quindi l'A. passa ad illustrare come l'accogliere in nome di Dio significhi accogliere Dio stesso. Alcuni antichi racconti della Genesi mettono in relazione l'ospitalità praticata verso lo straniero con la benedizione di Dio verso l'ospitante e la sua discendenza. L'accoglienza praticata da Rebecca nei confronti di Isacco è uno degli snodi della storia salvifica che intreccia popoli ed esseri umani, ben al di là delle loro tradizioni e culture di origine, facendo ritrovare in Dio le comuni radici. I libri storici e profetici della Bibbia contengono numerosi episodi di accoglienza da parte di re, di profeti, di sacerdoti o di semplici fedeli nei confronti di altri, che talora versano in stato di bisogno, quando non sono proprio vittime di situazioni drammatiche. In tutti i casi c'è un messaggio, che nonostante le sue varianti, si può ricondurre al seguente: accogliere l'altro in nome di Dio è accogliere il suo passaggio e la sua benedizione; è, in definitiva accogliere Dio stesso. In questo contesto ricevono un intenso significato le parole di Gesù che confermano l'immenso valore di tale prassi e sulle quali torneremo fra poco. L'accoglienza diventa un passaggio determinante della storia del singolo e della collettività nel momento in cui ciò significa accettazione o rifiuto dell'apice dell'opera salvifica: la venuta sulla terra del Verbo che era presso Dio, del Verbo che era Dio. Sicché il prologo del vangelo di Giovanni può identificare i figli della luce in coloro che lo hanno accolto e sono infatti diventati figli di Dio e ravvisare i figli delle tenebre, anzi le stesse tenebre, in quanti lo hanno rifiutato. Ma, sostiene l'A., occorre saper accogliere in modo da realizzare l'altro, vincendo la paura della diversità ed aprendosi all'accoglienza del forestiero. Premesse numerose citazioni bibliche, l'A. presenta le conseguenze pastorali del discorso fin qui sviluppato: segue la parte conclusiva dell'intervento. La prima di queste linee ci sembra possa riassumersi nel valore primario dell'accoglienza in quanto realtà teologale. Con ciò si vuole intendere che chi dimora in Dio non solo ne riconosce il passaggio, ma gli offre, al pari di Abramo, accoglienza rispettosa e nello stesso tempo non funzionale ai propri interessi. Nella sua offerta aiuta l'altro a non sentirsi dipendente, né soffocato dalla stessa accoglienza. Il risvolto più profondo di tale assunto è che per praticare l'accoglienza occorre evitare qualsiasi distinzione di sorta, non discriminando in alcuna maniera e occorre intensificare la capacità di contemplare Dio, sapendo cogliere il suo passaggio, nel passaggio degli uomini e nell'incontro con gli altri. Molte indifferenze e insofferenze anche dei nostri ambienti "religiosi" non potrebbero discendere dall'insensibilità verso la contemplazione di Dio e delle sue opere? L'accoglienza del diverso non è del resto nemmeno da idealizzare, pensando che sia storicamente esente da problemi e persino da conflitti. Il passaggio di Dio avviene pur sempre attraverso uomini, che pur essendo suoi messaggeri, non sempre sono angeli puri e immuni. Ma ciò non giustifica il rifiuto. Al contrario, prendendo coscienza delle proprie lacune, al confronto con quelle altrui, la linea da tenere è quella che facendo riscoprire i valori positivi comuni, non trascura una sorta di autoconversione continua, per additare anche all'altro ciò che eccede entrambi nell'incontro: il rimando a Dio, fonte di vita e di pace, che ci fa armonizzare e non annullare le nostre differenze. Inoltre può accadere che l'altro che si accoglie, quando si vede amato in un mondo al quale non è assolutamente abituato, reagisce male e si mostra ingrato. In questi casi, per fortuna non molto numerosi, si tenga presente che la peggiore povertà è quella "dello spirito", vale a dire quella del degrado. Siamo allora più che in presenza del viandante, dell'uomo sradicato e spoglio di qualsiasi autostima. Succede allora ciò che Simone Weil con lucido realismo descriveva in questi termini: "Quando l'io è ferito dall'esterno, per prima cosa si rivolta con estrema amarezza, come un animale che si dibatte (…) desidera esser finito e si lascia venir meno. Se allora l'amore lo risveglia, è un acutissimo dolore che genera ira contro chi l'ha provocato. Da ciò, negli esseri degradati, le reazioni (apparentemente inspiegabili) di vendetta contro chi ha fatto loro del bene". Che fare in questi casi? Amare ancora, cercando di coprire con un supplemento d'amore quella nudità esistenziale estrema. Forse solo così ci si mette sulla strada di quel vero amore che non accoglie l'altro solo strumentalmente, per amore di Dio, ma è piuttosto un momento dell'accoglienza stessa di Dio. In realtà anche accogliere solo in favore di Dio è "un'espressione scorretta". Siamo tutti pellegrini e mendicanti dell'amore. L'accoglienza che pratichiam

ALLEGATI

<