UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Chi di questi tre, ti sembra sia stato il prossimo… Relazione di sintesi e di proposte operative

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21 Ottobre 1999

1. Premessa Vorremmo in questo ultimo intervento, a due voci, cercare di cogliere alcuni spunti e di affidare alcune consegne a partire da questo quarto Seminario che abbiamo vissuto insieme. Ci sono due modi di fare la sintesi. Quello di arrivare agli incontri con la sintesi già preconfezionata, preparata a casa e che, comunque vada il convegno, viene presentata. E un metodo più semplice e comodo e, in genere, anche più lineare e preciso, perché più che una sintesi si tratta di una relazione finale. Oppure c'è il modo di costruire la sintesi "strada facendo"; è un metodo più complicato perché obbliga a stare attenti a quanto emerge e a tenere conto anche delle provocazioni che sono state fatte. Di conseguenza la sintesi è meno precisa e brillante, forse un po' schematica, ma ha il pregio di essere aperta alla ricchezza della vita dei partecipanti. Abbiamo preferito seguire questa strada e così abbiamo provato a pensare come potevamo presentarvi una serie di suggestioni che ci hanno fatto riflettere, sulle quali vorremmo continuare a lavorare con voi e, in particolare, con il Gruppo nazionale che si ritrova regolarmente e che è un po' l'espressione di questi seminari. Vorremmo proporre la sintesi dei lavori di questo incontro, riprendendo le tre idee che Mons. Lambiasi ha presentato nella prima relazione, che costituiscono il nucleo, la perla, di quello che ha proposto nella sua riflessione, cioè i tre concetti di relazione: le relazioni negate, le relazioni fondate, le relazioni promosse. Su questi tre punti vorremmo provare a dire qualche cosa che sia frutto della riflessione di questi giorni e che individui l'impegno da portare avanti.
2. Le relazioni negate A proposito delle relazioni negate, pensiamo sia importante non dimenticare le situazioni "hard" che i soggetti ai quali ci rivolgiamo, i giovani lavoratori, sono costretti a vivere. C'è un'oggettività della vita con la quale dobbiamo misurarci e che non è così facile da assumere fino in fond o. Senza voler rifare delle analisi sul lavoro, che abbiamo approfondito nei seminari precedenti, vorremo richiamare il fatto che stiamo vivendo, nella nostra società occidentale, il passaggio da una società di tipo fordista nella quale le situazioni oggettive erano chiare, anche se un po' ideologizzate, ad una società post-fordista dove non sempre è facile capire fino in fondo le realtà. Nel modello della società fordista, quello della grande fabbrica, i ruoli erano chiari; c'era chi investiva e che voleva produrre, il classico "padrone", e chi era subalterno e viveva sovente condizioni di fatica se non di sfruttamento. Non vogliamo entrare in merito ai giudizi, ma richiamare semplicemente il fatto che, soltanto una decina di anni fa, era più facile una lettura della realtà. La situazione "hard", la realtà oggettiva, anche a chi non voleva vedere, veniva, per così dire "sbattuta in faccia" in modo preciso. Bastava girare le grandi città, i quartieri popolari, o anche i paesi più piccoli della cintura, per incontrare i giovani lavoratori o disoccupati con tutta la loro evidente problematicità, molto chiara e precisa. A sostegno di questa realtà oggettiva c'era un'ideologia, che certamente contestiamo, ma che per lo meno aveva il "merito" di presentare e di interpretare una situazione che nessuno poteva negare. Lo riconosce anche Giovanni Paolo II quando afferma che caduta l'ideologia non vengono meno i problemi e le ingiustizie. Oggi viviamo in una realtà cosiddetta post fordista, dove la situazione oggettiva risulta più mascherata e velata e dove fioriscono nuove ideologie e nuovi miti che ancora una volta confondono la realtà. Tutti sentiamo parlare di autoimprenditorialità giovanile, di autorealizzazione personale, di lavoro autonomo; tutte cose che hanno del vero, ma che rischiano anche di creare una sorta di cortina fumogena, dietro la quale si nasconde la condizione oggettiva del giovane lavoratore a bassa scolarità, del giovane disoccupato, del giovane del lavoro nero, del lavoro precario e del sommerso. Nella preoccupazione, peraltro giusta, di creare nuovi lavori, anche questo soggetto, il giovane lavoratore e disoccupato, la sua vita e le sue condizioni, stanno perdendo di centralità sia nelle attenzioni della società che nell'impegno educativo. Ci pare fondamentale ribadire che esistono ancora molte relazioni negate alle quali dobbiamo prestare attenzione, proprio a partire dal volto di tanti giovani che incontriamo. Dobbiamo continuare a renderci conto che in questa situazione "hard" incide molto la famiglia di provenienza, se questa può offrire o meno risorse culturali, economiche o di relazione. Tutte le reti di solidarietà, di socialità preesistenti, sono condizioni fondamentali che incidono e fanno parte della situazione "hard" del giovane lavoratore. Anche l'esperienza scolastica e di formazione influenzano notevolmente le opportunità dei giovani. Un conto è se la formazione precedente è stata positiva ed è avvenuta in un contesto di valore che, in qualche modo, ha soddisfatto il giovane; un conto se l'esperienza pregressa della scuola è negativa ed ha umiliato il giovane che ne conserva un ricordo di sofferenza e di rifiuto. Ci siamo resi conto, inoltre, che esiste un "hard" che dipende dalla geografia. Non è ancora indifferente il luogo da cui proviene un giovane lavoratore; non soltanto una geografia del tipo Nord-Sud d'Italia, ma anche una geografia del tipo centro-periferia. Il tipo di rapporto e di giudizio che le persone, in questo caso i giovani lavoratori, hanno nei confronti del loro territorio di provenienza, costituisce un altro elemento che pesa sulle condizioni oggettive della vita. Ugualmente non dobbiamo dimenticare che in questa situazione "hard" c'è anche la condizione legata al sesso; ancora oggi le ragazze vivono, a proposito del lavoro e sul lavoro stesso, delle forti discriminazioni. Nella stessa disoccupazione, ci pare opportuno ricordare che ci sono delle differenze. Non è vero che c'è un unico tipo di disoccupazione giovanile. C'è la cosiddetta disoccupazione culturale-urbana, quella di coloro che hanno avuto possibilità di studiare, di conseguire una laurea e che hanno reti di parentela che consentono loro di reggere tempi di attesa più lunghi, e la disoccupazione marginale-popolare, quella dei giovani a bassa scolarità, con assenza di reti di sostegno, quella che sovente, per disperazione, va ad ingrossare le file di un certo tipo di lavoro nero o delinquenziale. Non vogliamo dimenticare queste relazioni negate perché abbiamo capito che in queste Dio non è assente, che Dio "ascolta, guarda, ricorda, se ne prende cura", perché è il Dio dei "senza terra" è il Dio dei "senza relazioni". Ricordate certamente la frase di Lutero che ci è stata riferita da Mons. Lambiasi: "Dio preferisce la bestemmia del disperato alla lode fredda del borghese". Il tema delle relazioni negate ci ha indicato il dovere dell'analisi delle situazioni, fatta con gli occhi della fede, che sanno riconoscere il Dio che, dove non c'è giustizia, coglie il grido del disperato, il suo desiderio profondo di relazione e di giustizia, e si pone al suo ascolto.
3. Le relazioni fondate Se questa è la relazione negata, possiamo credere di dover lavorare per cogliere quali sono quegli elementi che ci permettono di ricostruire una nuova relazione, quella fondata. Nella situazione "hard" che abbiamo descritto prima, c'è anche una comunità cristiana che appesantisce la situazione nei confronti dei giovani, perché continua a rotolare su se stessa senza aprire spazi, perché di fronte alle invocazioni che emergono preferisce stare nella sicurezza di uno schema precostituito. Dentro questa situazione che, con la sua pesantezza, tenta di tarpare le ali, il giovane apre una via che potrebbe essere pensata soltanto di fuga, di ribellione, di non adattamento o di isolamento. Ma potrebbe anche diventare una via di creatività. Rimanendo nella metafora, può capitare che il giovane vada a questo computer che è l'"hard" - con tutti i suoi byte di memoria e le sue possibilità di funzione - e metta dentro il suo dischetto. Ma il suo dischetto, purtroppo, con questo "hard" non gira, perché le sue aspirazioni sono più alte. Sarà la macchina a vincere? O il giovane, con il suo modo di inserire lentamente i suoi programmi, sarà capace di sfruttare tutti quegli elementi che la macchina gli consente, per cui, ad un certo punto, chi gliel'ha data, vedendo le sue capacità, sarà costretto a cambiarla? Il sogno che abbiamo coltivato in questo seminario è che si possa partire dal "soft", che sono i giovani, per incidere sulla realtà "hard" che sta loro addosso. Qualche volta i giovani si mettono le cuffie per non ascoltare il mondo in cui vivono, quasi per dire che il loro mondo è un altro; ma a noi piace pensare ai giovani come ad un mondo che "a macchia di leopardo" tenta di operare un'erosione del negativo e di colorare il mondo in maniera diversa. E questa è la realtà delle sue relazioni che abbiamo messo al centro del nostro seminario. Quel passare da relazioni pesanti, a relazioni leggere, da relazioni verticali a relazioni orizzontali, da relazioni omogenee e strette, a relazioni molteplici, da un mondo di relazioni chiuse ad una voglia di relazioni aperte, non è ancora la vittoria sulle relazioni negate, ma è il segno che da questa vita dei giovani si possono sprigionare novità ad alcune condizioni. La prima condizione è una lettura positiva dell'ambivalenza che hanno queste relazioni. Impariamo a leggerle in termini positivi: non sono il massimo del volontariato, ma sono relazioni che permettono un minimo di impegno. Non sono ancora la decisione di spendersi in una struttura sindacale, ma sono piccole solidarietà che i giovani sono capaci di intessere fra di loro e che possono avere esiti positivi. Questo è un atteggiamento che dobbiamo conquistare: non facciamo delle analisi impietose, ma facciamo delle analisi di parte, quando si tratta di guardare il mondo giovanile. Il secondo elemento o condizione che può sprigionare vita dentro le relazioni negate a partire dalle relazioni dei giovani, consiste nell'uscire dalla nostra sicurezza e dai nostri schemi per cogliere le loro invocazioni che si esprimono in alcuni spazi che abbiamo individuato nei lavori di gruppo: * Il luogo di lavoro a cui il giovane dà significati più grandi di quanto la situazione meriti, in cui sviluppa solidarietà "a vista"; * l'area della risposta generosa a qualche richiesta di impegno che potrebbe trasformarsi in esperienza di volontariato; * l'area delle illusioni o delusioni o attese indefinite della disoccupazione che però può essere portata all'iniziativa; * l'area del tempo libero, che non ha come esito unico lo sballo, come tutto il mondo "hard" vorrebbe farci credere... Oltre a questi spazi dobbiamo, però, ampliare l'attenzione ad altri che costruiscono la vita quotidiana del giovane lavoratore e in cui semina le sue piccole o grandi speranze. Pensiamo, per esempio, all'area della comunicazione tra i giovani che trova nella musica uno dei luoghi di celebrazione più alti, all'area dell'affettività e della sessualità che può portare ad una decisione di dono della propria vita nella famiglia o nella verginità, all'area della imprenditorialità che, anche nell'esperienza di Policoro, ci fa comprendere che può far nascere nuove relazioni, all'area dello sport, dell'amicizia, dello stare a guardare ed aspettare... Terza condizione per cogliere queste invocazioni: occorre avere un luogo di scambio e di crescita nella comunità cristiana, ma anche una capacità di agire con concretezza in nuovi spazi aggregativi. Nessuno deve cancellare associazioni, aggregazioni, gruppi all'interno della comunità, dai quali però deve nascere una capacità di agire con concretezza in nuovi spazi aggregativi. Il tipo di relazioni che i giovani lavoratori oggi costruiscono sono sempre di più contrapposte alle relazioni formali o istituzionali che a loro sembrano più delle gabbie che degli aiuti per vivere. Così, infatti, tante volte interpretano la famiglia, la parrocchia, la scuola, la società; a loro sembra quasi che ci sia sempre una realtà "hard" da evitare e un loro "soft" da valorizzare. Queste tre condizioni possono essere relazioni fondanti, se c'è un atteggiamento partigiano incarnato in figure di credenti che si conquistano sul campo l'autorevolezza necessaria. La lettura di questi mondi di relazione giova molto alla pastorale giovanile che tante volte è lontana dalla vita concreta dei giovani, e il fatto che dei lavoratori vengano aiutati, a partire dalle loro relazioni, a riscrivere relazioni fondate seriamente anche dentro la comunità cristiana, aiuta a vivere con più serietà il rapporto tra la fede e la vita. Però, verso dove vanno queste relazioni? Non possiamo, quindi, fermarci a censirle, a inserire degli elementi per farle crescere, occorre che abbiamo il coraggio di proporre delle mete.
4. Le relazioni promosse Questo ultimo punto lo affronteremo con una serie di interventi, di suggerimenti, di spunti che sono usciti proprio dal dibattito e dalle idee dei vari gruppi. Quando Mons. Lambiasi ha individuato questo terzo momento del percorso biblico, indicava questa relazione promossa con un passaggio dalla schiavitù al servizio. Una relazione che cambia e crea relazioni di giustizia, implica proprio questo movimento, questo passaggio da una situazione di schiavitù - che possiamo identificare con tutto quanto non realizza pienamente la persona, con quanto è fonte di sofferenza e di privazione - ad una situazione di servizio, inteso non come servitù, ma come piena realizzazione della persona, come capacità di instaurare relazioni appaganti e arricchenti. Al riguardo è significativo che la meta educativa dei vari itinerari che ci siamo dati, è proprio contrassegnata da questo passaggio: "da" "a". Promuovere una relazione di giustizia implica un movimento, un itinerario. Prima di entrare nelle dinamiche di questi cambiamenti, ci pare opportuno spendere una parola sul concetto di giustizia, presente nell'Antico e nel Nuovo Testamento, che illumina il cammino di riflessione che abbiamo portato avanti in questi due giorni.
Il concetto di giustizia, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento, non è riducibile al nostro concetto di giustizia distributiva. Per noi fare giustizia significa fare uguaglianza, dare quello che è dovuto alla singola persona, mentre il concetto di giustizia nella Bibbia è molto più ricco; senza aver la pretesa di fare esegesi biblica, la "sedaqua" (giustizia) rimanda a tre soggetti che ne sono protagonisti: Dio, la persona e la comunità. Quando si parla di giustizia si fa sempre riferimento ad una triplice relazione: Dio che dona la giustizia instaurando relazioni nuove che implicano il passaggio dalla schiavitù alla liberazione; una comunità che è capace di creare occasioni, strutture e momenti di solidarietà tra le persone; l'impegno della persona che cerca un rapporto corretto con la comunità e con Dio. E una triplice dinamica quella della giustizia biblica che si collega strettamente con il concetto di regno di Dio. Il tema della giustizia, poi, viene connesso con il tema della misericordia mentre noi, in genere, li contrapponiamo: un conto è la giustizia, e un conto è la misericordia. Partendo da questa visione biblica di giustizia ci pare opportuno soffermarci su questi tre soggetti che sono chiamati a costruire relazioni nuove di giustizia, avendo di fronte il giovane lavoratore in quella situazione "hard", ma anche con il suo "soft" con il quale vuole cambiare, colorare la vita e i rapporti.
a) dal punto di vista della pastorale sociale e del lavoro La prima motivazione che ci pare opportuno richiamare per il nostro impegno di evangelizzazione nei confronti dei giovani lavoratori, a bassa scolarità, disoccupati, dei giovani che vivono situazioni difficili, è una motivazione di fede perché parte dal fare nostra la scelta di Dio, nostro il suo "partito". Dio non è neutrale, la sua scelta è sempre partigiana e il suo partito è quello di chi non ha partito, di chi non ha niente, di chi è in condizioni di minori opportunità. Questa scelta è anche un richiamo per la nostra spiritualità e la nostra fede; diventa un impegno apostolico pregare per i giovani lavoratori e disoccupati, mettere al centro delle nostre preoccupazioni pastorali questo soggetto anche se non in modo esclusivo. Sappiamo bene che la scelta del povero non esclude gli altri, proprio perché sceglie gli ultimi; mentre le altre scelte rischiano sempre di mettere da parte o di ignorare il povero. La motivazione di fede che ci porta a scegliere i poveri è una preoccupazione trasversale a tutte le pastorali; se noi dimentichiamo questo, veniamo meno ad uno dei compiti fondamentali della Chiesa, che è l'annuncio della giustizia di Dio, di un Dio che è partigiano. Il secondo soggetto nella dinamica della giustizia biblica è la persona, chiamata ad instaurare condizioni nuove, a darsi strumenti nuovi per instaurare rapporti nuovi e liberanti con Dio, con se stesso, con la comunità. E qui viene spontaneo fare riferimento ai lavori di gruppo e agli itinerari che sono stati elaborati come percorsi per educare i giovani lavoratori a rapporti di giustizia nei vari ambienti che frequentano. Un altro aspetto che ci pare opportuno sollecitare, sempre a riguardo delle persone, è quello che ieri Marini proponeva a conclusione della sua relazione, cioè la valorizzazione delle varie forme aggregative e associative che hanno come carisma l'attenzione ai giovani del mondo del lavoro. Con le realtà associative che hanno lavorato insieme in questi anni, le due pastorali intendono sviluppare ulteriormente il rapporto, la stima, la capacità di interagire, di sostenersi a vicenda e di costruire progettualità veramente ecclesiali, superando il rischio dell'autoreferenzialità delle aggregazioni ed incoraggiando, nella comunità, il riconoscimento del loro specifico. Sempre a livello della dimensione personale dei rapporti di giustizia, ci pare opportuno mettere a tema il discorso della dottrina sociale della Chiesa, non tanto come insieme di lezioni teoriche da trasmettere ai giovani lavoratori, quanto piuttosto come la visione cristiana dell'uomo e delle sue realtà, compreso il lavoro, che bisogna annunciare e testimoniare ai giovani lavoratori, riprendendo alcuni contenuti del catechismo e traducendoli in un linguaggio accessibile a loro. E strano constatare che i documenti della Chiesa parlino moltissimo di lavoro e la pastorale non riesca più a parlare ai lavoratori, e questo è un dramma! Il terzo soggetto nei rapporti di giustizia è la comunità nel senso ampio della parola, e non soltanto la comunità ecclesiale. Al riguardo pensiamo sia opportuno che questa opera di sensibilizzazione delle nostre Chiese locali continui perché, nonostante il cammino che abbiamo fatto insieme in questi anni e di cui la vostra presenza è una valida e ricca testimonianza, c'è ancora molta strada da fare perché cresca questa particolare sollecitudine pastorale. Nell'ottica delle relazioni di giustizia siamo convinti che valga la pena che la nostra azione pastorale apra anche con le istituzioni pubbliche, con il sindacato, con il mondo del volontariato, con il mondo della cooperazione, una riflessione di fondo affinché diventino degli autentici punti di approdo di un cammino educativo dei giovani lavoratori, interrogandosi anche su quale capacità di accoglienza vivono e su quali modalità di ingresso propongono.
b) dal punto di vista della pastorale giovanile Dal punto di vista dell'esperienza della pastorale giovanile, ci pare di cogliere, dal documento della CEI che riguarda il mondo giovanile, alcune sollecitazioni che vorremmo proporre all'interno di questo schema sulle relazioni di giustizia. La prima riguarda una proposta di Cristo più affascinante da rivolgere al giovane lavoratore che magari ha abbandonato la comunità cristiana, appena cominciava a capire qualcosa e non è mai stato coinvolto dentro una comprensione, una visione profonda della figura di Gesù. La proposta della figura di Gesù di Nazareth che vive quelle relazioni "soft" di cui si diceva, che vive il suo rapporto con la gente del luogo, con sua madre, con il lavoro, con la routine del quotidiano, che è partito da queste relazioni, ma ha saputo arrivare al nucleo della società di quel tempo per scardinarla e metterle dentro quei germi di speranza che poi hanno cambiato radicalmente il mondo, deve brillare davanti agli occhi dei giovani lavoratori. Questo è un impegno che dobbiamo assolutamente privilegiare nei confronti del mondo giovanile, andando verso una spiritualità laicale che consenta ai giovani lavoratori di incontrare Gesù Cristo. Una spiritualità laicale che aiuti il giovane lavoratore a giocare la sua fede dentro le contraddizioni che incontra continuamente, dentro le illusione, le delusione o la perdita di speranza che la sua incapacità di trovare un posto di lavoro continuamente lo tenta. In questi contesti vitali dev'essere capace di rendere vive le lodi e i vespri che gli abbiamo insegnato a recitare. Dentro a questi spazi di vita concreta, di relazione, di tempo libero, di piccola generosità, di piccoli elementi che è riuscito a costruirsi, anche dentro la cultura della notte che non necessariamente porta allo sballo, la fede deve dire qualcosa, altrimenti sembra quasi che dobbiamo tirarlo fuori da questi ambienti per farlo andare altrove, perché in quei contesti non è possibile vivere la vita cristiana. Per quanto riguarda la persona, ci viene un'indicazione importante dal documento della CEI: "L'ascolto e la compagnia dei giovani, da una parte, chiedono di superare i confini abituali dell'azione pastorale, per esplorare i luoghi, anche i più impensati dove i giovani vivono, si ritrovano, danno espre ssione alla propria originalità, dicono le loro attese e formulano i loro sogni." (cfr Educare i giovani alla fede). Quindi non ci sono più confini dove stare tranquilli, perché la comunità cristiana ci stimola a varcarli e ad incontrare le attese che i giovani hanno. Questo impegno esige uno sforzo di personalizzazione per far uscire ogni giovane dall'anonimato delle masse, e farlo sentire persona ascoltata e accolta, per se stessa, come un valore irripetibile. Ricollocare al centro delle nostre preoccupazioni di pastorale la figura di Gesù e la persona del giovane lavoratore ci obbliga, qualche volta, a fare dei salti mortali al di fuori del recinto. Questo non significa scardinare le istituzioni o le strutture ma innestare dentro queste istituzioni una nuova linfa che li porti a far girare in questo "hard" anche il "soft" dei giovani. Il rischio, infatti, è quello di mettere in secondo piano l'esperienza credente e di lasciare il giovane nell'effimero. Dobbiamo avere un gruppo di animatori che aiutino i giovani stessi a diventare responsabili delle situazioni, a piegare l'"hard" alla loro vita e non ad abbassarlo al niente che tante volte sono costretti a vivere. Per ultimo la comunità cristiana, in senso ampio, deve diventare casa abitabile del mondo giovanile, deve ripresentarsi con una capacità di proposta che non la fa venir meno alla sua missione e alla profondità di salvezza che deve portare. Su questo non dobbiamo avere nessun minimo dubbio; quando si dice che bisogna incontrare il giovane nella sua vita, non si intende affatto che facciamo il verso, che ci abbassiamo o che tentiamo di rincorrere le mode; si afferma soltanto che la comunità cristiana ha tanta energia da poter trasformare se stessa e la società perché anche il giovane lavoratore possa essere cittadino di questa comunità, con tutti i suoi valori e con tutto lo sforzo che possiamo chiedergli perché la sua vita faccia un salto di qualità. E chiaro che siamo in difficoltà, però dobbiamo avere il coraggio, come pastorale giovanile e pastorale sociale e del lavoro, di far dire alla Chiesa: "Io ci sto", come lo ha detto Dio in tutte le vicende del popolo. Dire questo non è nascondersi dietro a qualche vecchia sicurezza, ma è rispondere pienamente alle domande, creare e promuovere spazi di relazione capaci di unire giovani e comunità perché salti fuori qualcosa di nuovo, spazi di relazione che possono cambiare questa assenza di futuro che è tipica di un mondo che non dà più lavoro, spazi di relazione capaci di cambiare l'egoismo imperante, spazi di volontariato agibili, capaci di esigere anche dal sindacato cammini percorribili da questi ragazzi che possono spendere il loro desiderio di cambiamento anche dentro queste strutture. Le consegne che ci siamo dati sono numerose e riguardano sia il livello della fede che quello della comunità e delle istituzioni e quello dell'educazione della persona. Come responsabili delle pastorali e come Gruppo di lavoro stiamo pensando di far sì che questa esperienza di interazione diventi un momento che raccoglie anche altre due esperienze che stiamo costruendo insieme: quella di Policoro, che è più ampia, ma che contiene anche questo aspetto dell'evangelizzazione e quella dei giovani extra comunitari che lavorano in Italia. Certo questo è un aspetto particolare e non vorremmo snaturare il cammino fatto finora, ma ci pare opportuno non relegare la realtà dei giovani lavoratori extra comunitari ad una dimensione di tipo assistenziale o di intervento caritativo e politico. Se crediamo che le relazioni di giustizia vadano promosse, certamente una delle promozioni riguarda questa situazione.
5. Un sincero ringraziamento Senza alcuna piaggeria, sentiamo il bisogno di ringraziare il Gruppo di lavoro che da quattro anni ci accompagna in questo servizio pastorale. E un gruppo che è cresciuto insieme, ha maturato un linguaggio comune e una buona capacità di confronto, di collaborazione e di interazione. Li ringraziamo per la loro presenza, per il lavoro che hanno svolto e soprattutto per l'impegno che portano avanti durante l'anno incontrandosi ogni due mesi. Vogliamo dire grazie anche a voi qui presenti, alle varie componenti associative, alle diverse pastorali o realtà ecclesiali che rappresentate. Ci pare molto significativa la composizione del gruppo di quest'anno, perché è molto variegata e ricca, rispecchiando anche sensibilità e attenzioni particolari che costituiscono una buona prospettiva di collaborazione. Il nostro ringraziamento va anche a quanti hanno collaborato alla riuscita di questo seminario. Come sempre ci sono quelli che non compaiono, senza i quali, però, non è possibile fare niente. Dobbiamo sempre più abituarci a cogliere il volto segreto delle cose; dietro le cose che utilizziamo, dietro le esperienze che ci vengono offerte, dietro le cose più normali, c'è sempre il volto di chi le ha preparate. Vogliamo, così, ringraziare don Giuseppe, che da un anno accompagna la pastorale giovanile, e don Angelo, che non ha potuto essere presente, ma che partecipa con impegno alle attività della pastorale sociale e del lavoro. Grazie anche a Leonarda, e tutti quelli delle nostre segreterie che ci sono di aiuto e di sostegno
6. In conclusione L'idea finale che vogliamo lasciarvi è tratta dal titolo, in programma, della nostra conclusione: "Chi di questi tre, ti sembra sia stato il prossimo..." A noi pare di aver tentato insieme, in questi giorni, di dare una risposta a questo interrogativo che Gesù rivolge agli uditori, dopo aver raccontato la parabola del buon samaritano. Chi è veramente il prossimo? Chi è capace di instaurare rapporti di giustizia? Di farsi prossimo all'altro? E colui che è disposto a fermarsi di fronte al tu che lo interpella; chi è capace veramente di instaurare rapporti di giustizia nel senso che abbiamo maturato insieme. E curioso constatare che, come è capitato nella parabola, ancora oggi, di fronte alle persone ci sono i briganti, quelli che si fermano solo per depredare. Non sono certo loro che instaurano rapporti di giustizia, ma piuttosto si servono delle persone. Quante volte i giovani lavoratori vengono usati dagli altri! Il rischio di usare le persone è presente in ogni ambiente, nel lavoro, nel tempo libero, nel volontariato, nella cooperativa, nella stessa Chiesa. Neppure il levita e il sacerdote hanno rapporti di giustizia, anche se erano persone che seguivano la legge e non si sono fermate per non contaminarsi e poter così prestare servizio al tempio. Probabilmente un certo legalismo, un certo stare nelle regole, l'incapacità ad uscire dai margini non ci permette di incontrare le persone e di instaurare rapporti di giustizia. Si è fatto prossimo colui che si è fermato, il samaritano, questo straniero criticato come lo erano i samaritani, che ebbe compassione e compie un gesto molto semplice che non cambia il mondo, ma la vita di questa persona. Noi sappiamo che il buon samaritano del mondo è Gesù Cristo che con il suo dono della vita sulla croce, gesto banale e incomprensibile per i più, ha trasformato profondamente l'"hard", la situazione oggettiva, aprendola alla salvezza. Questo è il saluto e l'augurio con cui ci lasciamo, anche nella prospettiva della Pasqua imminente. Ci sono dei gesti della nostra vita che, posti nell'ottica pasquale nella fede di Cristo risorto, anche se possono sembrare banali o minimi, possono veramente cambiare l'"hard", cambiare il mondo. Questa è la nostra fede: possiamo cambiare il mondo perché Cristo l'ha cambiato, e nella misura in cui ci schieriamo dalla sua parte, quella dei gesti piccoli fatti per amore, del farsi prossimo, dell'avere a cuore, possiamo instaurare rapporti nuovi di giustizia che rendono più autentica la vita e più giusto il mondo. Un cordiale saluto a tutti e arrivederci al prossimo anno.

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