UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Che cosa possono essere e che cosa devono lasciar perdere le Scuole di formazione all’impegno sociale e politico: il tentativo di un bilancio

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2 Agosto 1999

ere lasciata all'iniziativa del singolo. Altre Scuole, nel rispetto della libertà di ognuno, ritengono che l'opera di mediazione culturale possa essere maggiormente definita, attraverso un'azione concreta condotta sul territorio. Questo approccio consente, all'interno di un quadro di riferimento molto più ampio, di analizzare le dinamiche del territorio, di stabilire un dialogo con le diverse componenti della società civile e di avanzare proposte o progetti operativi per rendere migliore la vita della comunità. Quali che siano i modi della mediazione, essa svolge nell'attuale condizione culturale un doppio servizio. Un servizio alla comunità civile, perché la motivazione e la preparazione al servizio sociale e politico rappresentano condizioni necessarie alla presenza di uomini e donne che sanno costruire progetti comuni, e rifuggono dall'idea di un potere costruito sulla lacerazione dei rapporti umani e sociali. Un servizio alla comunità ecclesiale, perché l'esercizio della mediazione culturale e politica rappresenta un prezioso bagaglio per ogni parrocchia, vicariato o decanato che si confronti con il proprio territorio, nonché per le associazioni che sempre di più si confrontano con enti pubblici e privati, secondo le logiche del diritto e dell'economia. Se questo è il nuovo orizzonte delle SFISP, se questo è l'arduo compito a cui sono chiamate, essenziale diventa la possibilità di mettere in comune le esperienze compiute e di confrontarne gli esiti. Essenziale diventa lo scambio di materiali, di programmi, di insegnanti, secondo il progetto che l'Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro ha avviato, attraverso la Fondazione Lanza di Padova.prof. Giovanni Ponchio - Fondazione Lanza e SFISP di Padova

Questa relazione è stata scritta a più mani. Prima di tutto dai direttori delle Scuole "storiche" che, interpellati alcune settimane orsono, hanno risposto alla domanda tematica. In secondo luogo, da Vincenzo Cerretti della Scuola di Milano che con le sue acute riflessioni ed i suoi consigli ha contribuito, in maniera rilevante, ala stesura di questo bilancio. La storia delle SFISP può essere scandita in due momenti: quello che va dal 1986 al 1993 e quello che dal 1993 giunge sino ai nostri giorni.
1. 1986-1993: l'esplosione delle SFISP Le Scuole nascono dalla volontà delle diocesi italiane e dei movimenti ecclesiali di introdurre nuovi strumenti e delimitare luoghi diversi per la formazione sociale e politica, all'interno dell'itinerario formativo del laicato. La loro repentina diffusione (più di 200 iniziative) e l'ampio consenso (migliaia d'iscritti frequentanti) che esse incontrano sono la prova che rispondono ad un bisogno diffuso nel mondo cattolico. Infatti, esse si connotano subito come lo spazio di elaborazione del disagio e del disorientamento dei cattolici, sospesi tra l'immobilismo del loro partito di riferimento - la Democrazia Cristiana del dopo Moro - ed il vitalismo del volontariato, in impetuosa crescita. Esse indicano, seppure in modo confuso ed incerto, il desiderio di una nuova progettualità, di una nuova politica per l'Italia. Perciò, al di là degli intenti pastorali dei promotori, le Scuole diventano oggettivamente, nella storia del movimento cattolico, il più vasto tentativo di rinnovare la Democrazia Cristiana a partire dal suo naturale retroterra culturale ed elettorale. Questa collocazione delle SFISP è dovuta non tanto alla presenza nei primi corsi di gruppi politici democristiani, venuti a ritrovare motivazioni perdute, quanto ad una ragione più profonda. La Democrazia Cristiana, sin dalla stagione della Costituente, è stata il filtro, lo schermo, per meglio dire, la "pelle" con cui il mondo cattolico italiano ha sentito e reagito agli stimoli che provenivano dalla società contemporanea. Basti pensare alle grandi problematiche relative al rapporto tra Chiesa e mondo moderno come verità e pluralismo democratico, cattolicesimo e laicità dello Stato, economia capitalistica e solidarietà sociale, tradizione cattolica e diritti civili, proprietà privata e interessi collettivi. La Democrazia Cristiana aveva consentito ai cattolici, attraverso la sua cultura e pratica politica, di uscire dalla sindrome della cittadella assediata e di entrare a pieno titolo nella storia civile, economica e politica d'Italia. Mediando spesso tra le diverse anime del mondo cattolico ed evitando, con molta accortezza, di lasciarsi condizionare dalla tendenze più smaccatamente clericali. Ma la cultura politica della Democrazia Cristiana aveva, con l'andare del tempo, perso la capacità di leggere i nuovi fenomeni e le trasformazioni della società italiana. D'altronde era fatale che una cultura, nata per interpretare e dare risposte ad una realtà ancora agricola, mostrasse la sua inadeguatezza quando il panorama socio-economico ed etico fosse cambiato. Per comprendere il rovello che covava nei migliori spiriti della DC, consapevoli di tale incapacità, basterebbe leggersi le pagine di Aldo Moro, scritte osservando le convulsioni della società italiana nei primi anni '70. La "pelle" dei cattolici, dunque, con l'evoluzione della società italiana, diventava dura e callosa, perdeva la sua capacità di sentire e di reagire. Diventava sempre di più un semplice involucro protettivo, un muro di difesa contro quei progetti ideologici e politici che, come il comunismo, potevano mettere in pericolo la libertà e il benessere conquistato, il recinto ben delimitato dell'unità dei cattolici in politica. Le Scuole, create dall'attenzione pastorale per la formazione del laicato consapevole, in questa situazione, riempiono un vuoto di progettualità e interpretano l'esigenza di cambiare una classe politica, ormai avviata alla gerontocrazia. Ma, per loro natura, costituiscono un movimento "a legami deboli", incapace di pensarsi come un unico, forte attore politico sullo scenario italiano. Da ciò nasce l'equivoco tra le intenzioni pastorali, l'oggettiva rilevanza politica del movimento e gli interessi di partito, attribuiti ad esso. Ridotto all'osso, il problema del rinnovamento della DC avrebbe dovuto realizzarsi, ridando nuovo alimento ideale alle radici dell'albero democristiano. Sarebbe bastato far studiare la dottrina sociale della Chiesa ad un gruppo di giovani volenterosi, poi immetterli nel gran corpo della "balena bianca" per salvarla da una morte annunciata! Si tratta, a ben vedere, d'una pretesa ingenua che ignora la profondità della crisi culturale e politica della Democrazia Cristiana, non conosce il meccanismo della cooptazione propria del sistema dei partiti, attribuisce alle SFISP un ruolo non proprio, e comunque sproporzionato, alimenta attese che saranno prontamente deluse dalla storia successiva.
2. 1993-1999: l'implosione delle SFISP L'agonia e la morte della Democrazia Cristiana dissolvono rapidamente quanto rimane dell'equivoco cordone ombelicale che sembra legare le SFISP con il "partito dei cattolici", al punto che alcuni si chiedono se sia possibile ancora fare formazione all'impegno sociale e politico, dopo la dissoluzione della DC. Diminuisce il numero delle Scuole diocesane così come il numero degli alunni. Dall'indagine in corso le Scuole attualmente funzionanti sono poco più di cinquanta con un numero di frequentanti che va dai trenta ai sessanta. Sono scomparse del tutto le Scuole dei movimenti ecclesiali. Si ha notizia di qualche Scuola, ancor poco strutturata, nata per iniziativa di gruppi ecclesiali di recente formazione. La fine del collateralismo segna profondamente l'atteggiamento della comunità cristiana rispetto alla politica. La frammentazione dei cattolici in partiti diversi, litigiosamente contrapposti, ha l'effetto di privare la comunità di quella "pelle" che l'aveva per anni avvolta, fatta interagire con l'esterno, protetta da agenti patogeni. La prima, immediata reazione è quella di sottrarsi alla luce della politica, di nascondersi nel buio dell'equidistanza e dell'afasia. Piuttosto che alimentare polemiche all'ombra del campanile tra cattolici su posizioni partitiche diverse, è meglio non prendere posizione e ridurre la presenza cristiana sul territorio al solo servizio liturgico-sacramentale. Se questo spiega, in parte, la diminuzione d'interesse per le SFISP, non esime però chi analizza il fenomeno da un bilancio sul passato. Nonostante equivoci e delusioni, che cosa di buono hanno realizzato le Scuole? Tutti coloro che sono stati interpellati concordano nel dire che le Scuole hanno avuto il gran merito di far conoscere ed apprezzare la dottrina sociale della Chiesa e di averlo fatto con continuità, con metodi e strutture appropriate. Inoltre nelle Scuole sono fiorite indubbiamente delle vocazioni alla politica che, pur non avendo trovato realizzazione nei partiti tradizionali, rappresentano comunque un patrimonio per la società civile a "politica diffusa", come la chiama il professor Ornaghi. Detto ciò, rimane a galla un altro interrogativo: che cosa possono essere ora le SFISP? Alla luce della recente Nota pastorale, pare che non vi siano dubbi nell'attribuire alle Scuole il ruolo di un capitolo importante nel cammino formativo del laico impegnato. Certamente la Scuola differisce dagli altri momenti e modi di formazione per la sua continuità sistemica, per i curricoli didattici, per la strutturazione basata su obiettivi - metodi - valutazioni - verifiche, insomma per la sua capacità di formare nel tempo. In questo senso la Scuola si distingue dalla semplice informazione-sensibilizzazione che rappresenta il primo livello del cammino formativo, indicato dalla Nota pastorale. Ma è diversa anche dallo spazio del confronto dialettico ove si possono contrapporre posizioni politico-partitiche distanti tra loro. Altro è il forum ove le diverse componenti politiche del mondo cattolico si possono confrontare, altro e la Scuola, che pur essendo frequentata da persone di diversa sensibilità, deve costituirsi come comune percorso formativo. La Nota peraltro, nella sua struttura organica, attraverso i diversi livelli della formazione, rappresenta un'indicazione suggestiva rispetto all'attuale rapporto dei cattolici con la politica. Essa sembra esprimere un invito a pensare e ad agire perché si ricostituisca quel tessuto culturale e politico che la fine ingloriosa della DC ha lacerato. Non si tratta di rifondare la Democrazia Cristiana o il partito unico dei cattolici, né di recuperare dal passato una cultura politica che aveva mostrato tutti i suoi limiti. Ma di elaborare una cultura politica nuova per i tempi nuovi, anche attraverso l'opera di formazione delle coscienze all'impegno sociale e politico. Le Scuole rimaste sul campo hanno ripensato alla loro natura, evidenziando la necessità di costituirsi come luoghi in cui la dottrina sociale della Chiesa diventa strumento di interpretazione e di orientamento nei confronti dei fenomeni sociali e politici. Su questo terreno si colloca la mediazione culturale tra principi e valori proclamati e i problemi concreti in cui l'esperienza quotidiana è immersa. La mediazione non avviene per inferenza sillogistica, attraverso un processo deduttivo più o meno complesso, quanto mediante un procedimento ermeneutico ed euristico che sa coniugare la proclamazione del bene comune con il bene concretamente possibile qui ed ora. Su questo aspetto tematico tutte le Scuole sono d'accordo, quello che le differenzia è la maniera con cui attuare la mediazione. Vi sono, infatti, alcune Scuole che ritengono che all'alunno debbano essere offerti i criteri della mediazione e che la risposta concreta alla domanda "che fare?" debba ess

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